Sabato 21 Settembre 2019
Interviste

Luca Agnelli: il coraggio di evolversi

Riferimento tra i dj techno italiani, Luca Agnelli si è costruito una grande credibilità in studio e in console, e l'estate lo vede protagonista con diverse release e date in giro per club e festival

Photo by Simone Marte

 

Grande protagonista della scena techno italiana, e decisamente noto e rispettato anche fuori dall’Italia, Luca Agnelli è un caso raro di successo costruito con caparbietà e con la capacità di non accontentarsi ma di voler cercare costantemente nuove sfide, nuove trasformazioni e cambi di rotta, lasciando coraggiosamente alle spalle traguardi e certezze già sicuri per gettarsi verso nuove destinazioni. Dj, producer, proprietario della label Etruria Beat, Luca è uno a suo agio in mezzo alle folle oceaniche dei club nei weekend e nella tranquillità della sua casa in Toscana, dove vive con la famiglia (spesso e volentieri trovate momenti famigliari e foto delle sue splendide colline toscane sui suoi social). Dopo averlo frequentato assiduamente durante il periodo di JÄGERMUSIC LAB, dove tra l’altro ha regalato un set strepitoso durante la finale, l’ho raggiunto via Skype per una lunga chiacchierata in un periodo in cui sembra esserci parecchia carne al fuoco per lui: un EP in arrivo per la stagione estiva, diversi remix, e la voglia di approfondire anche argomenti che fanno parte di un lato decisamente più umano, ma proprio per questo molto interessanti per coltivare invece una visione artisica completa. E che, se vi piace ciò che un dj rappresenta oggi, fareste bene a leggere con attenzione.  


Sei protagonista di un sacco di nuove uscite discografiche in questo periodo. Vorrei capire come orientarmi in queste diverse release all’interno del tuo percorso da producer e cosa rappresentano per te oggi, in questo momento, nel 2018.

Parto dall’EP ‘Raveolution’ sulla mia Etruria Beat, perché probabilmente sarà una delle mie poche uscite di materiale originale di tutto l’anno e perché racchiude quattro tracce molto energiche, studiate per la pista, che rappresentano il mio stile degli ultimi anni, anche in console: d’impatto, esplosivo. Allo stesso tempo però credo che ogni traccia dell’EP abbia una sua personalità, perché sai, è facile constatare che tutte le tracce techno di questo mondo hanno delle ripartenze e mirano ad essere esplosive sul dancefloor. Ciascuno di questi pezzi invece ha un particolare che lo distingue dal resto. A partire proprio da ‘Raveolution’ con il suo suono di synth hoover, il mitico dominator “zanzara” di Joey Beltram e di tutta la scena rave dei primi ’90. Nelle settimane in cui era uscito solo il vinile ho avuto un grandissimo riscontro sui social: video con dj che lo suonavano, fan che mi scrivevano… conta che il vinile resta una chicca per gli appassionati, in realtà non ha un mercato di chissà quale portata. Perciò significa che subito si è creata riconoscibilità verso il pezzo. E anche gli altri brani del disco stanno funzionando bene, proprio per le loro peculiarità, credo. Mi permetto di spendere due parole anche su ‘Shimmer’ che è molto veloce per i miei standard, 135 BPM sono più di quanto mi spingo di solito, ma sta riscuotendo ottimi consensi dovunque vada, a Roma allo Spazio Novecento ha spaccato.


Mi sembri molto soddisfatto di questo EP. Che mi dici invece dei remix che stanno uscendo per altri artisti?

Sicuramente il remix per Mark Broom è un altro lavoro importante, è stato molto interessante confezionare questo take, anche qui i supporti dei dj sono già positivi. E poi c’è il remix di ‘Acid Party’ per The Micronauts dove mi sono cimentato con un pezzo di questo francese fermo da molti anni.

Negli anni ’90 erano un duo e avevano fatto cose pazzesche, dei remix per Underworld e The Chemical Brothers con un suono in distorsione che era fuori da ogni logica.
Sì, è vero. Ora tra i remixer con me ci sono Red Axes e Luigi Rocca, un pacchetto interessante per un artista fuori dai circuiti standard delle label che seguo di solito.

Ricevi parecchie richieste di remix?
Molte, ma cerco di farne pochi. Non per pigrizia ma perché voglio scegliere solo i pezzi dove sento nell’originale qualche elemento interessante, stimolante. E poi do un’occhiata alle circostanze: chi sono gli altri producer coinvolti? Su quale label uscirà? Il progetto è rilevante? A questo punto della mia carriera cerco di posizionarmi con un certo profilo.


Sei il secondo artista nel giro di poche settimane che mi dice di preferire release diradate e centellinate a una presenza costante sul mercato. Meno uscite ma di maggiore qualità. Di solito è il contrario: tutti vogliono essere dappertutto per mettersi in mostra. Qual è la tua strategia?

È sempre complicato capire quale sia la strategia migliore: c’è chi si è costruito una carriera sulla quantità, e la presenza fissa sul mercato l’ha premiato, e c’è chi approccia questo lavoro con un’ottica differente. Spesso con i miei ragazzi di Etruria Beat ho questo problema: vorrebbero continuamente buttare fuori materiale. Ma io penso sempre che sia più proficuo fare meno ma meglio. Allo stesso tempo può capitare che quella release in più sia la giusta carta da giocare. Non c’è un metodo scientifico. Per esempio l’anno scorso ho accettato di remixare gli Angle, dei ragazzi di Firenze che escono su Tip Top Audio, una label piccola ma stuzzicante. Quel remix finì nella borsa di Adam Beyer, lo suonò spesso, e fu la ragione per cui poi mi chiamò a remixare Moby per Drumcode. Un altro “caso” fu la seconda uscita di Etruria Beat, anni fa, che venne completamente ignorata in prima battuta e molto mesi dopo fece il giro del mondo. Le strade della musica sono imprevedibili.

Qualche anno fa dedicammo la cover di DJ Mag al personaggio più amato della scena italiana, chiedendo ai nostri lettori via Facebook di esprimere le loro preferenze. Fu una sorta di plebiscito nei tuoi confronti. Mi sorprese, perché tu hai una storia lunga e consolidata ma sei stato capace di costruirti una forte credibilità in ambito techno venendo da un mondo abbastanza distante da lì. Come ci sei riuscito?
Inizialmente, e si parla di oltre quindici anni fa, lavoravo in un circuito diverso, un po’ più “appariscente”, ma erano altri tempi ed io in questi contesti comunque suonavo Daft Punk, Spiller, Supermen Lovers, uno standard di house decisamente dignitoso. Non sono mai stato schiavo di certi meccanismi in cui andavo a suonare controvoglia. Dopo qualche anno mi sono reso conto che volevo andare in un’altra direzione, quindi abbandonai tutta una parte di club dove suonavo abitualmente, dissociandomi da quella figura di dj nella quale non mi riconoscevo più per ricostruire la mia identità in un ambito musicale più scuro e underground. Avrei potuto tranquillamente andare avanti con successo in quel modo. Ma non mi ci riconoscevo più. Il cuore e la passione per la musica mi dicevano di evolvermi, di andare da un’altra parte.


E cosa hai fatto?

Mi sono chiesto se volessi fare l’impiegato che suona ciò che vuole la direzione del locale o se preferissi andare per la mia strada, con tutti i rischi del caso. La mia scelta non fu semplice né indolore. E non è stata una transizione rapida, per arrivare a fare ciò che posso permettermi di fare negli ultimi anni ho attraversato diverse fasi e diversi modi di proporre me stesso e la musica che amo, in diverse declinazioni. Poi se ripenso agli anni ’90, a quando andavo a suonare le domemiche pomeriggio, c’erano la house e la techno, molte meno barriere, mettevo serenamente la house e i dischi di Mario Più e Joy Kitikonti che oggi stanno tornando come classici.

Recentemente ho sentito Joris Voorn suonare ‘Joyenergizer’ in un set bellissimo, e ho pensato “oh, sto pezzo fa ancora la sua gran figura!”.
Ma certo! Ormai sono dei veri classici, sono pezzi con un’idea forte, se pensiamo a molta musica che oggi si muove solo su standard codificati, pezzi come quello avevano una personalità fortissima. Tanti ragazzi di oggi non sanno che dischi sono, sai quanti mi scrivono pensando che siano misteriosi promo, invece sono brani di vent’anni fa!

Chiudo continuando il discorso sulla tua popolarità: mi spieghi il tuo straordinario rapporto con i social?
Innanzitutto sono me stesso sui social, a differenza di molti non creo un personaggio ma sono il personaggio che vedete. Sono sempre stato attento al web e ad essere presente in questo universo, sono stato tra i primi ad avere e curare il proprio sito web, perché ho sempre pensato che essere un dj non si limiti ad andare a mettere i dischi la notte ma sia una professione in cui si deve raccontare la musica, se stessi, e in questo senso internet è uno strumento formidabile. Quando sono venuti fuori i social sono diventati rapidamente il mezzo più efficace per raccontarsi e per veciolare anche i propri lavori, la propria filosofia o ciò che si pensa. E questo è stato importante, perché essere tra i primi a condividere con i fan tanti aspetti del lavoro è stato premiato. Se pensi alle mie dirette del lunedì, non sono altro che un momento di condivisione di una parte del mio mestiere che in ogni caso devo affrontare, ma che di solito non viene mostrata. E al pubblico, ai fan, piace, si sentono parte della mia vita perché li rendo partecipi dell’ascolto di dischi nuovi, promo, tracce non ancora uscite. Con la possibilità di interagire direttamente con me.  Infatti è un’idea che ha avuto un successo esagerato. Oggi i numeri naturalmente sono diversi perché tutto in rete corre velocissimo e ci sono milioni di format che catturano l’attenzione degli ascoltatori ogni giorno, ma resisto con buone visualizzazioni e soprattutto con il piacere di farlo perché mi diverte e diverte chi mi segue. Questo credo spieghi molto bene perché ho una fanbase numerosa e fedele sui social: sono focalizzato sulla musica e non ho particolari filtri con i miei fan. E non sono due fattori scontati.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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