Sabato 21 Settembre 2019
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Madman e Gemitaiz, un album (“Kepler”) e un’intervista a due voci

“Kepler”, l’album di Madman e Gemitaiz, è uscito qualche settimana fa per Tanta Roba, l’etichetta di Dj Harsh che in poco più di un anno è riuscita a imporsi come una delle realtà più solide del panorama hip hop italiano, grazie ad un lavoro curato e molto preciso suoi propri artisti (a livello di produzione, immagine, booking, video e promozione) e alle joint venture di distribuzione con le major, fattore che permette a Tanta Roba di lavorare come un’etichetta indipendente pur usufruendo di una visibilità ampia e capillare. Gemitaiz e Madman arrivano da una gavetta fatta di mixtape e di street credibility nella galassia del rap del nostro Paese, dalle battles ai tour con altri artisti fino al momento della loro affermazione. Gemitaiz è romano, ha trascorsi piuttosto hardcore, almeno stando a ciò che narra nei suoi pezzi (qualche mese fa salì agli onori della cronaca, anche televisiva, per il suo arresto per possesso e spaccio; venne rilasciato poco tempo dopo) e il suo stile è incentrato su un flow rapido, spesso in extrabeat; Madman è un ragazzo di origine pugliese, spostatosi poi a sua volta nella capitale, e ultimamente avvistato spesso a Milano.
Li ho raggiunti al telefono per parlare del disco e per entrare nel loro modo di raccontare la realtà.
Nella prima parte dell’intervista è Madman a rispondere alle mie domande, mentre nella seconda il timone (cioè il telefono) passa nelle mani di Gemitaiz.

“Kepler” non è il vostro primo lavoro assieme; spesso vi si trova assieme sullo stesso pezzo, avete collaborato in diversi brani e ora approdate addirittura ad un album “a due teste”. Come nasce questo vostro sodalizio?
Madman: io e Gemitaiz collaboriamo dal 2011, abbiamo prodotto un mixtape insieme e poi l’ep “Detto fatto”. Ora però abbiamo voluto portare il discorso ad un altro livello, “Kepler” ha un altro tipo di cura rispetto a un mixtape, tutti i beat sono inediti, per questi brani abbiamo ascoltato più di cento beat da cui abbiamo poi scelto quelli che ci sembravano più adatti al nostro obiettivo. Ci siamo impegnati molto per avere in mano un disco di qualità.

Avete però anche carriere soliste.
Certo, Gemitaiz è uscito l’anno scorso con il suo album “L’unico compromesso”; io ho prodotto un mio disco nel 2010 e il mixtape “MM1”.

Io ho l’impressione, quando vi ascolto, che voi due siate i rapper “più rapper” in Italia, quelli che hanno meno collisioni con altri generi, che non hanno i ritornelli pop, i beat dance o le influenze metal. Come definiresti il vostro stile? O meglio, dove vi collocate nella grande mappa del rap italiano?
Noi siamo rapper e amiamo il rap al 100%, in effetti ci possiamo collocare dalle parti del rap duro e puro. “Kepler” prende il nome da una sonda spaziale, per noi significa approdare a un altro mondo, cerchiamo continuamente una nuova tecnica e un nuovo flow, sempre migliore, sempre perfezionato. Il rap italiano è, come dici tu, una grande galassia, e bisogna essere sempre i numeri uno. Noi siamo un nuovo standard nel genere.

Mi parli della produzione del disco?
L’album esce per Tanta Roba, le strumentali sono curate da molti produttori diversi, da nomi affermati come Deleterio fino a nuovi beatmaker emergenti come Sonny Carson. E poi ci sono PK, Orange, Frenetik, Il Tre… abbiamo puntato sui beat migliori e questo ha portato ad avere tanti nomi differenti alla produzione.

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Mi congedo da Madman, che mi passa il suo socio. Con Gemitaiz mi concentro sugli aspetti lirici, sui contenuti letterari dell’album.

Poco fa con Madman si parlava di quanto voi due siate, ognuno con il proprio stile, due rapper molto focalizzati sul flow e sul word-game, sulle punch lines, su tutte le caratteristiche proprie dell’essere mc, del rap game.
Gemitaiz: Noi siamo due cultori del rap game, i nostri argomenti e il modo di trattarli, e anche di rapparli, sono hip hop al 100%. In questo sicuramente assumono molta importanza certe punch lines, il flow e il modo di esporre ciò che vogliamo raccontare dicendolo nel modo più consono e adatto al beat e al nostro mondo musicale e culturale di riferimento.

Ho l’impressione che a volte queste caratteristiche, senza dubbio un punto di forza per entrambi, si trasformino in una serie di stereotipi del rap, parlo sia di contenuti che di forma: gli “haters”, gli “infami”, gli egotrip… certe volte mi sembra di sentire le stesse cose in tutti i dischi rap che ascolto. Non ci sono dei momenti in cui avverti un fortissimo rischio cliché?

Guarda, noi abbiamo un approccio di questo tipo, che è appunto un modo di esprimersi tipico del rap. E’ chiaro che certi testi non vanno presi alla lettera, ma in modo figurato, ci sono tante metafore. Spesso nei pezzi partiamo per dei veri viaggi mentali, che arrivano fino alle parti più remote della nostra coscienza, è come entrare nelle stanze più nascoste delle nostre case.

Nel rap di questi anni, continuando sui cliché, ci sono un machismo e un maschilismo spesso esasperati. Rispetto anche al rap anni ’90, per dire, mancano quasi del tutto canzoni d’amore. In questo disco, invece, ce n’è una, seppure atipica: “Blue Sky”. Me ne parli?
Sì, “Blue Sky” è un pezzo d’amore, più o meno, una canzone che parla di un rapporto finito, di una delusione d’amore. E proprio per questo è atipica, perché affronta l’amore da un punto di vista “negativo”, è un pezzo duro, che arriva appunto dalla delusione.

Torno ancora su questa storia degli stereotipi, prima ho tirato fuori il termine “haters” che fa sempre un po’ sorridere, perché mi sembra surreale. Chi sono per voi gli “haters”, a parte i polemici criticoni che ci sono dappertutto, non sono una prerogativa dell’ambiente rap?
Beh, sicuramente il nostro modo di porci, e la cosa forse sorprendeva all’inizio, dava fastidio a quegli haters criticoni, per usare la tua definizione, per esempio della old school italiana. So che alcuni esponenti del vecchio hip hop non sopportano il nostro fare da spacconi, noi ci poniamo come due “facce da culo” e questo probabilmente per loro non è accettabile, concepibile. Anche una fetta di pubblico ci odia, o meglio ci trova irritanti, proprio per le stesse caratteristiche, e questo ci diverte, perché alla fine è comunque un segnale di interesse. Non li lasciamo indifferenti, insomma, e le se cose vanno bene così vuol dire che stiamo facendo qualcosa di buono, credo. Abbiamo uno slogan, che deriva da un nostro pezzo, anzi due, in cui si affronta l’argomento, ed è “haterproof”, a prova di hater.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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