Mercoledì 11 Dicembre 2019
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Major Lazer o la sindrome di Diplo

L’atteso ritorno di Major Lazer, act multiculturale dietro cui si celano Diplo, Jillionaire e Walshy Fire, si è materializzato in breve tempo con una serie di anteprime da prendere in contropiede anche i fan più scafati. Prima è comparsa online una preview di “Lean on”, il nuovo singolo insieme a DJ Snake e con la partecipazione di (ne abbiamo a suo tempo parlato sulla nostra pagina Facebook); poche ore fa, sui social del gruppo, è arrivato un vero bombardamento: una nuova traccia, “Roll the bass”, su Soundcloud

e su Facebook il video ufficiale di “Lean on”. Lo guardate QUI.
Inoltre, è stato annunciato ufficialmente il titolo dell’album, “Peace is the mission”, e la data di uscita, il 1 giugno.
Major Lazer è forse l’act che fotografa meglio di tutti il nostro tempo: un impasto multiculturale di elettronica, dance, innesti di dancehall giamaicana (che in un passato non troppo remoto avremmo definito “world music”, uno dei termini più disgustosi di sempre), capatine e camei di cantanti della scena indie (altro termine ormai inevitabilmente scricchiolante, già solo da un punto di vista semantico). Tutto tenuto insieme dalla lungimiranza di Wes Pentz, ovvero Diplo.
Insieme a Pharrell, Diplo è certamente l’uomo più rappresentativo dell’industria musicale degli ultimi dieci anni. E’ sempre capace di mettere un piede nella storia giusta al momento giusto, ha un fiuto infallibile per le novità, va a pescare tutto il pescabile in termini di suoni, di influenze, di stramberie esotiche dal potenziale commerciale infinito. Diplo è anche un clamoroso paraculo, dote indispensabile per surfare sulle onde della nostra epoca in cui un tweet e una foto sembrano contare più della bontà delle proprie produzioni. In realtà non è proprio così: se sei un bluff, puoi fare tutte le foto che vuoi, ma dopo un po’ la fuffa emerge; Diplo è invece abilissimo nell’ottimizzare le proprie doti di produttore e di talent scout, e l’esposizione mediatica dei suoi progetti. Sono le qualità imprenditoriali che unite al talento artistico ne hanno decretato la fortuna.

Major Lazer è un supergruppo nato nel 2009 da una serie di session in Jamaica del suddetto Wes insieme a Switch, che, non mi stancherò di ripetere, è il più grande producer degli ultimi quindici anni, colui che ha anticipato e davvero influenzato molte delle cose oggi divenute mainstream. “Guns don’t kill people, lazers do” fu un disco rivoluzionario, un clash inimmaginabile. “Pon de floor” è diventato un modello, un archetipo, un pezzo da cui tutti hanno preso ispirazione. L’album diventa subito cult e il progetto continua, senza Switch ma con Jillionarie e Walshy Fire, e nel 2013 esce “Free the universe”, in cui il concept iniziale si annacqua per lasciare spazio a una direzione più smaccatamente orientata al pop. C’è la ricerca del salto verso il mainstream, con qualche brano eccellente (“Get free” è commovente, un capolavoro) e tanta furbizia.
Ora arriva il terzo disco, e già dai due pezzi svelati si capisce che Diplo arriva a riscuotere e rilanciare, con i suoni del momento, il video esotico girato in India, le collaborazioni “giuste”. Diplo che produceva M.I.A. e ora produce Madonna, con tanto di dubplate personalizzati. Diplo che si mette con Skrillex e massimalizza il concetto stesso di hype attraverso il progetto Jack U, un album che è una serie di beat senza infamia e senza lode, con qualche collaborazione pruriginosa per il target teen da festival (Justin Bieber, Kiesza) e per il web più demente (e per quello più cool: spesso le due cose coincidono drammaticamente). Neanche a dirlo, è un botto.

Per concludere, e fare qualche considerazione sulla news del nuovo disco di Major Lazer: tutto era iniziato come un esperimento abbastanza avanguardista di due produttori geniali, speculari e perfettamente complementari tra loro; poi, il furbastro si è preso il banco e il socio ha abbandonato il tavolo. Una metafora della mentalità business-oriented tutta americana, dove si spinge sull’acceleratore della larga scala, contro quella inglese del “restare arty“. Vedendola sotto una luce meno cinica, Diplo è riuscito a prendere un progetto “side” e a renderlo una delle più grosse macchine da view, da chart e da festival del pianeta, coinvolgendo costantemente artisti cutting edge e nomi nuovi. Il mainstream 2.0 passa più dal web e dalla consacrazione del pubblico che non da radio e tv. E pazienza se si sacrifica qualche pezzo per strada, la musica è molto più darwininana di quanto siamo portati a credere.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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