Domenica 16 Dicembre 2018
Interviste

Il manifesto di Seth Troxler

Seth Troxler è un opinion leader. Oggi, l’ex bambino prodigio di Detroit, è un punto di rifermento assoluto e questa è al nostra intervista.

Tratto dal magazine di luglio 2017

Seth Troxler è uno dei personaggi più interessanti della scena elettronica. Non solo per quello che suona o quello che indossa – non siamo così scontati o superficiali – ma anche, e soprattutto, per quello che pensa e che dice. Senza filtri. L’ho incontrato nel backstage del Fabrique di Milano qualche mese fa, dove si è esibito in coppia con un altro che la sa molto lunga e che si chiama Luciano. Seth è arrivato presto in location, quindi ha approfittato per riposare un po’, sballottato com’è da una parte all’altra del mondo. Dopo una piccola pennichella utile per recuperare un po’ di jet lag mi accoglie in camerino. Ci mette un po’ a carburare, ma quando ingrana la quarta non c’è n’è per nessuno. Come in console. Staresti ore a sentirlo suonare. Staresti ore a sentirlo parlare. Purtroppo, in certe occasioni, il tempo non è mai abbastanza. La serata sta per decollare, Seth deve concentrarsi. C’è un locale imballato da far divertire. E’ andata esattamente così. Il carisma e la personalità dell’ex bambino prodigio di Detroit ipnotizzano la venue milanese. Ma Ttrniamo indietro di qualche ora. Fabrique, Milano, backstage. Sono le 23:30 circa.

Seth, come sta la musica elettronica?

Mi sembra che in questo periodo sia ferma, statica. È un po’ noiosa a volte.

Non solo l’EDM però. Anche molta tech-house lo è.

Sì, è vero, ed è perché le persone si limitano a copiare.

Perché i dj non vogliono rischiare?

Non tutti sono disposti a farlo. Io mi prendo dei rischi.

Ricordo un ‘Pump It Up’ di Danzel suonato al Circoloco Bologna lo scorso inverno.

Vedi, ‘Pump It Up’ è un rischio.

Di quali altri elementi si compone il tuo dj set?

Suono molti vecchi dischi, anche più sperimentali. Ci sono artisti che fanno cose molto interessanti. Penso ad Alex and Digby o ai ragazzi della scena minimal francese, ci sono dj e anche band molto cool. Ma ci sono anche molti artisti che non si prendono dei rischi, pensano solo a fare soldi e questo è terribilmente noioso.

Perché tu non pensi mai ai soldi?

Ovviamente, chi non pensa ai soldi? Il mondo capitalistico in cui viviamo si basa sul denaro. Tu pensi ai soldi, tua nonna pure, tutti pensano ai soldi. I soldi dovrebbero essere un prodotto della tua arte. Se produci ottima arte allora dovresti essere pagato per quello.

Berlino è ancora il centro della scena?

Non so quale sia il centro della scena adesso. Probabilmente è un luogo non identificato dove dei ragazzini stanno seduti in sottoscala, facendo qualcosa di veramente underground di cui nessuno ancora sa niente. Tutto il resto sono stronzate.

Come facevi con i tuoi amici a Detroit…

Sì, quello era il momento in cui ero veramente underground, quando avevo 18 anni.

Qualche anno prima lavoravi in un negozio di dischi a Detroit. I clienti si fidavano di un commesso così giovane?

Avevo 15 anni e per clienti come Ron Trent, Keith Worthy, Danny Krivit, Ryan Elliot ero il ragazzino con un gusto particolare, quindi tornavano e chiedevano di me. Puoi chiederglielo. Conservo ancora delle foto con loro di quel periodo.

Come dj e produttore elettronico di Detroit non hai mai sentito la pressione della tradizione sulle spalle?

Sì ma vedi, un cuoco di Bologna sente la pressione nel fare il ragù? No, lui è di Bologna e fa il ragù, io sono di Detroit e faccio la techno. Non ci penso, è semplicemente una cosa che faccio, una seconda natura.

Una similitudine impeccabile direi, però immagino che la gente si sia sempre aspettata molto dal “ragazzino di Detroit”.

A Detroit si aspettano che tu porti avanti l’arte in maniera reale e onesta. È una città molto critica, pronta a giudicare se quello che stai facendo è una stronzata di cattivo gusto. Se è così e sbagli e sono pronti ad odiarti e prendersi gioco di te. Non puoi essere di cattivo gusto a Detroit, non è ammesso. E’ come se tu mettessi della frutta nel ragù. Detroit è tradizione. Omar S mi ha da poco mandato una traccia che avevamo cominciato insieme quando io avevo 17 anni, dicendomi “hey, senti qua, senti che cosa ho ritrovato!”. L’abbiamo sistemata, conclusa e remixata. Ho trovato addirittura un video di noi in studio, c’è il figlio di Omar che era un bambino, e adesso va alle superiori. Ma la cosa folle è che abbiamo lavorato sulla stessa idea, dodici, quindici anni dopo, e funziona, oggi come allora, capisci?

Cosa pensi della scena elettronica americana in generale?

La scena americana oggi è meglio di quanto non sia mai stata prima. Escono un sacco di cose fighe, soprattutto da New York, da artisti come Justin Cudmore, Mike Servito. E gli artisti americani stanno spingendo buona musica più che mai. The Black Madonna è incredibile, come dj ma anche come donna. È emersa alla grande, i suoi singoli sono pazzeschi e inoltre è decisamente schierata, un’attivista politica direi…

…Tutto questo nonostante Donald Trump…

La reazione a Donald Trump è quella di mobilitare nuovamente l’America. Io stesso ultimamente mi sono impegnato socialmente e politicamente con non facevo da parecchio tempo. Il fenomeno Trump è capitato solo perché la sinistra americana non è stata abbastanza di sinistra. È neo-liberismo, e troppo neo-liberismo ci ha portati alla globalizzazione. Così si sono dimenticati della gente che lavora, della working-class. Questo è il motivo per cui il populismo sta avendo successo e cresce in ogni Paese. Le persone sono liberiste, ma non liberali, perché il liberalismo è una parte del socialismo e in questo momento non viviamo in una società democratica e socialista. E questo è il motivo per cui la gente è incazzata, perché nessuno si arricchisce tranne quelli che stanno in cima, che detengono il potere, economico e politico.

Avevi un problema anche con l’ex sindaco di New York, Rudolf Giuliani, se non ricordo male.

Ho un problema con il fascismo. Sono anti-fascista. È quello in cui credo. Sono molto di sinistra.

Sulla BBC ti sei esposto pubblicamente in difesa del Fabric di Londra che ha rischiato di chiudere per sempre per episodi legati allo spaccio e al consumo di sostanze stupefacenti. Qual è la tua posizione a riguardo?

Sì, sono stato anche ospite al telegiornale e in alcuni approfondimenti. Come ho detto alla BBC in quell’occasione, la droga è un problema della società, di tutta la società. Non è solo un problema del clubbing. La droga è ovunque nella società. Prendi la musica pop. Quante canzoni nominano l’MDMA o tutte le droghe che esistono? La gente associa la droga alla musica elettronica ma se guardi alla nostra scena e alle persone che ne fanno parte puoi vedere che sono tra le più educate della società, anche rispetto alle droghe. Persone che sono anche veramente influenti nella nostra cultura. La musica elettronica, specialmente quella underground celebra la cultura e l’arte, è una cultura della festa. La cultura dell’estasi ormai ha raggiunto una consapevolezza globale. Guarda al lato positivo della musica elettronica: non abbiamo armi, violenza, portiamo un messaggio positivo. Cosa a che fare la droga con tutto questo, con la positività? La musica e la droga non sono correlati. Ovviamente c’è la droga nei club cosi come c’è in Parlamento o nei ristoranti. Dovunque vai c’è la droga. In certi ambienti il problema della droga non esiste semplicemente perché tutti ne fanno uso. Per non parlare delle droghe legali, quelle sotto prescrizione medica. Per non parlare dell’alcool e delle sigarette. Probabilmente quello delle ricette mediche è il problema più grande del mondo. Negli Stati Uniti la situazione in questo senso è da pazzi, le dipendenze da ricetta medica sono un problema gravissimo. Questo è il 2017, questo è il mondo in cui viviamo.

Perché odi così tanto l’EDM?

Ho cambiato idea riguardo al mio odio verso la scena EDM. Credo che non stia facendo progredire nessuna idea, non stia facendo crescere la nostra posizione per cui anche da parte mia non c’è nessuna ragione per cui io debba prendere certe posizioni. Qualche anno fa c’è stato quel momento in cui mi divertivo a prendere in giro Ultra, Tomorrowland, ma poi le cose sono cambiate. Durante un festival dove suonavo in Australia ero seduto vicino a Martin Garrix e siamo diventati amici. Siamo amici da due anni adesso. Mi piace quel ragazzo, è simpatico. Mi piace Martin Garrix. Abbiamo parlato di musica in maniera molto profonda. Mi ha fatto sentire un po’ di filterd house, io gli ho fatto sentire un po’ di house. Mi ricordo che mi parlò di come il suo contratto discografico lo facesse sentire. Faceva musica che non gli andava di fare. Poco prima di lasciare la Spinnin’ mi ha scritto un messaggio per chiedermi cosa ne pensassi, cosa gli avrei consigliato di fare. Io gli ho risposto di andare avanti, di prendersi la libertà che voleva, perché così sarebbe stato più felice.

Credo sia bello e importante sapere che accade tutto questo.

A me non mi piacciono le stronzate, ho incontrato questo ragazzino mi ha raccontato la sua storia, che fa il dj da quando ha 7 anni mie ha fatto vedere le sue foto. Abbiamo una storia simile, io ho iniziato nel club quando ne avevo 14 . Abbiamo gusti differenti ma il cuore e lo spirito è lo stesso. Poi oh, se mi porti Steve Aoki, ok, con lui ho un problema, perché intorno a lui c’è sempre un mare di stronzate, e dirò sempre che ho un problema con quello perché è un danno per ciò che facciamo. Ma con le altre persone nella musica, qualsiasi sia lo stile e la corrente che scelgono, se uno è un puro e lo fa con passione va benissimo, non ho problemi, qualsiasi sia il suo genere musicale. L’importante è ispirare persone in giro per il mondo. Prendi Hardwell, ha fatto un concerto in India davanti a milioni di persone. Se aiuti il mondo in questo senso non ho problemi con te.

Quindi credi ancora nel ruolo storico e culturale di un dj?

Sì, il dj ha un ruolo culturale, deve far scoprire nuova musica interessante alla gente. Questo è il nostro lavoro ed è quello cerco di fare ogni giorno. Un dj è colui il quale può selezionare musica in qualsiasi occasione, da una festa ad un funerale. Il dj è un collezionista e un selezionatore di ottima musica. Il dj non deve far sentire alla gente la musica che già conosce, ma fare in modo che le persone scoprano musica fresca e nuova.

Dove ti vedi tra venti anni?

Nel mondo dell’arte, tipo a comporre colonna sonore per film, soundtrack for film. Magari poi starà ancora suonando. Mi piacerebbe diventare come Laurent Garnier.

Foto: Will Calcutt, Flavien Prioreau, Setx Troxler’s Official Facebook page.

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Ale Lippi
Scrivo e parlo di Electronic Dance Music per Dj Mag Italia e Radio Deejay (Albertino Everyday, Deejay Parade, Dance Revolution, Discoball). Mi occupo di club culture a 360°, dal costume alla ricerca musicale.

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