Martedì 23 Luglio 2019
Interviste

Marc Rebillet è l’artista più esplosivo che possiate vedere

Dal vivo produce beat, canta, suona, intrattiene il pubblico. In privato, ha una vita molto intensa da raccontare. Marc Rebillet è una delle novità più interessanti del panorama dance e non solo

È difficile spiegare chi è e cosa fa di preciso Marc Rebillet su un palco. È ancora più difficile tentare di raccontare cosa succede davvero tra questo artista e il pubblico durante le sue performance. È molto più semplice lasciar parlare i suoi video, che sono la sua cifra stilistica e sono diventati parte integrante del personaggio e che, di sicuro, ne hanno aiutato la rapida ed esplosiva ascesa. Rebillet è un caso sensazionale, è una delle rivelazioni di quest’ultima stagione, e in pochi mesi è passato da un semi-anonimato, condizione in cui era conosciuto e noto solo a chi veramente ha il radar costantemente sintonizzato su tutto ciò che di nuovo capita nel mondo della club culture e dintorni, allo status di cult, tanto che lo scorso febbraio ha radunato una folla notevole per il suo show al Santeria Social Club di Milano, in una serata prodotta da Jazz:Re:Found e Anna Molly. Il live di Rebillet è una ricetta fatta di beat prodotti dal vivo, su cui l’artista suona armonizzazioni e melodie con cui costruisce brani loop dopo loop, e su cui si scatena tra canzoni (dai testi rigorosamente inventati e irresistibilmente comici), battute da cabaret e dialoghi con gli spettatori. Dopo un’ora e mezza in cui il performer americano ha infiammato un pubblico che lo adorava e lo incitava come fossimo allo stadio – nell’accezione migliore del paragone – grazie alle sue improvvisazioni, al suo grande carisma e alle sue capacità musicali e sceniche, la situazione era altrettanto scoppiettante nei camerini del locale, dove tra una mozzarella arrivata direttamente dalla Campania, qualche birra e molte risate, Marc si è lasciato andare per la nostra chiacchierata.


Ti stai mangiando una mozzarellona gigante e vedo anche un bel piatto di salumi veraci di queste parti. Marc, questa è la tua prima volta in Italia?

Sì! La mia prima volta in assoluto!

E immagino che dopo queste meraviglie, gastronomiche e soprattutto di pubblico, tornerai a trovarci…
Certo! È stato un concerto pazzesco per come l’ho vissuto io e per come mi è sembrato che il pubblico reagisse. Erano tutti calorosissimi!

Ti aspettavi un’accoglienza simile?
Beh, sì. Dai, siamo in Italia! Me lo chiedi tu che sei italiano?

Ahahah! Senti, come metti insieme i tuoi spettacoli? Quanto tempo ci vuole per costruire questi tuoi live che sono anche un po’ dj set e hanno una parte comunicativa molto importante e un alto livello di improvvisazione?
Se devo rispondere in modo accurato, direi che è tutta la vita che ci lavoro. Sembra un’esagerazione ma è così. Conta che ho iniziato a recitare quando ero un ragazzino, e ho iniziato a suonare il pianoforte quando ero un ragazzino. Le fondamenta del mio live sono proprio nel fatto che riesco a suonare e a intrattenere contemporaneamente. A dirla tutta, la mia concezione è quella di una pièce teatrale che ha in sè una base di musica, di ottima musica, spero, e uno spirito comico, da cabaret. È l’equilibrio tra questi elementi che fa la forza del mio show.

Da ragazzino il tuo obiettivo era quello di diventare un attore o un musicista?
Mmm… un attore. Anche se suonavo il piano e mi piaceva, all’inizio il mio sogno era quello di recitare. Sono andato al college a Dallas per studiare recitazione, e dopo un anno ho mollato. Allora mi sono messo a fare musica, ho inizato a fare il producer, ho imparato a usare Logic, Live, avevo una loopstation, e producevo questi beat per i rapper. Ero molto istintivo e non stavo troppo dietro agli aspetti tecnci, non mixavo bene i pezzi, non prestavo attenzione alle operazioni di rifinitura dei beat. Sono molto impaziente e anche pigro, però ho parecchie idee, e le sviluppo quando sono ancora fresche e interessanti nella mia testa.

E come sei arrivato a fondere le due cose, cioè a suonare e produrre musica e anche a recitare?
Non c’è stata una pianificazione, non so dirti bene come sia successo. Non cercavo di fare esattamente questo, ho inizato a esprimermi facendo un po’ lo stupido perché mi faceva stare bene, era un modo di esprimermi appunto.

C’è una componente molto interessante nel tuo live, proprio dal punto di vista musicale: porti in scena molti stili e usi benissimo dei suoni e delle costruzioni che rappresentano gli archetipi di questi generi, dal rap all’electro, dalla house alla trance, ci sono dei tratti stilistici perfetti, come un’antologia della musica elettronica.
Interessante. Nessuno mi aveva fatto questa osservazione in modo così preciso e acuto. Davvero, è interessante, sappi che te la rubo! Ahah! Scherzi a parte, un po’ mi stupisce e un po’ mi incuriosisce questo mio “talento” che non sapevo di avere. Conosco la musica e conosco i generi, i pezzi… ma quando sono sul palco sono molto istintivo e quindi suono frasi, melodie e produco beat che siano in qualche modo degli stereotipi, per far capire meglio alle persone davanti a me lo stile verso cui stiamo andando. E poi aggiungo testi e parole improvvisati, anche qui magari pesco degli stereotipi oppure mi faccio ispirare da cosa succede tra me e il pubblico o da eventi o umaori particolari della serata.

Che poi non è molto differente da come è sempre stato: se pensi a olti grandi classici del rock o dell’hip hop, non hanno testi ricercati o particolarmente poetici, sono solo frasi ad effetto messe lì perché stanno bene sulla ritmica o perché sono molto efficaci, no?
Ma certo. ‘Honey Pie’ dei Beatles è una canzone d’amore ma le parole “Honey pie/You are making me crazy/I’m in love but I’m lazy/So won’t you please come home” sono messe lì in quel modo anche perché stanno bene, punto e basta. Ma come si fa a non amarla.


Hai mai pensato di fare il dj?

No, in realtà no. L’ho fatto da ragazzo a qualche festa in piscina, ma mai da professionista, anche se mi piacerebbe. Diciamo che al momento sono impegnato con questo mio show, e voglio portarlo in giro ancora a lungo, ma fare il dj è un’attività che mi interessa molto, perché ho un grande amore e una grande passione per la musica e quindi ne ascolto e cerco tanta. Forse mi sento ancora poco preparato per affrontare un dj set, mi manca l’attrezzatura con cui provare, mi manca la tecnica, l’approccio, l’allenamento.

Ma in futuro?
Non è da escludersi, no. Sarebbe anche più semplice, oggi quando appiccichi le magiche parole “dj set” al tuo manifesto, hai molte più date.

Il tuo non è un nome americano, sembra canadese, o comunque francofono, sbaglio?
È francese. Mio padre è nato e cresciuto a parigi. Ma io sono nato a Dallas, in Texas. Poi ho passato parte dell’infanzia nel New Jersey, sono tornato a Dallas e ora vivo a New Yok. Ah, ho anche vissuto un anno a Parigi, per vedere com’era la terra d’origine di mio padre. Ed è stato terribile.

Perché?
Non avevo un soldo, era difficile trovare un lavoro, cercavo di fare musica senza alcun successo… è stato un periodo molto brutto. ma la città era molto bella, ci vorrei tornare per un po’. Con i soldi, però.

Ora che sei spesso in giro, hai visto posti in cui ti piacerebbe vivere?
Oh, certo. Toronto è una città assolutamente affascinante. Vienna è meravigliosa. Liverpool mi è piaciuta molto. E vorrei vedere qualcosa in più dell’Italia, le premesse stasera sono state ottime. Vorrei tornarci con un po’ di tempo da dedicare a visite che non siano solo arrivo-hotel-club-concerto-hotel-partenza.

Ce ne sarà occasione, immagino.
Lo credo anch’io.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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