Martedì 02 Giugno 2020
Interviste

Mark Knight: siano gli altri a “inscatolare” la musica

 

 

Il mondo della house e della techno devono molto a Mark Knight e alla sua etichetta Toolroom. Due nomi storici e consolidati da anni, decisamente importanti nella storia della dance. Il dj inglese ha cercato non solo di dare spazio alla sua musica, ma anche di dare la possibilità ai produttori in cui sempre ha creduto, lanciando artisti di successo e hit diventati dei veri classici. “Il mio profilo è cresciuto nel tempo, e con me quello della mia etichetta. Devo però molto anche a variabili esterne all’etichetta; sia all’interno del music business legato all’elettronica che al suo esterno”, dice.

 

Nel 2016 ci sono ancora distinzioni tra generi musicali? Bisogna credere e farsi guidare dalle categorie che Beatport e altri portali suggeriscono?

La musica per cui sono conosciuto è musica da club: molto house, un po’ techno, e comunque molto borderline tra questi due generi. Ma è difficile per me parlare di qualcosa di così personale. Come si fa al giorno d’oggi a suddividere la musica, come si fa a descriverla? Soprattutto, a cosa serve? La musica per me è la possibilità di esprimersi, di dire cose che non sapresti dire in altri modi.  Aspiro a fare musica che faccia ballare la gente e che la renda felice. Oltre a questo, lascio ad altri l’arduo compito di… inscatolarla.

 

Si parla sempre più di fari, di riferimenti, di influencer: ce ne sono così tanti e credibili nella musica dance?

Tanti e credibili non lo so. Ma esistono personaggi di grande spessore: ad esempio, Pete Tong è stato sicuramente un incredibile ambasciatore della dance, specialmente nel Regno Unito, e ora negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Ma è una persona sola: il numero di dj che suonano musica dance nei locali e che si ascoltano nelle radio di tutto il mondo è veramente infinito e questo lo trovo estremamente incoraggiante. Per uno che come me, che ha iniziato quando la musica dance era un genere underground e di nicchia, è fantastico vedere oggi la popolarità che ha raggiunto la dance nel globo. Non proverò neanche a citare tutti i dj o producer che ritengo influenti: è sufficiente dire che se vivi il clubbing, è pieno di posti dove puoi trovare gente in gamba.

 

 

 

 

Sembra che la politica degli A&R di Toolroom non sia mai cambiata.

Noi seguiamo la qualità, ricerchiamo tracce memorabili che siano in grado di sventrare le pista e inni che rimangano impressi nella testa molto più di quel poco tempo che si ascoltano negli stessi club.

 

Vale ancora quella teoria secondo cui se un dj oggi non produce, poi non fa serate?

Purtroppo ci stiamo muovendo sempre di più verso quella direzione. Fare il dj e produrre sono due abilità completamente diverse, diventate sempre più vicine, legate negli anni. Al giorno d’oggi, con poche eccezioni, uno ha veramente bisogno di fare il dj per sopravvivere; e per diventare famoso hai bisogno di avere delle tracce uniche, quindi la cosa si fa sempre più complessa. Generalmente, può capitare di lavorare per tantissimo tempo su una ‘grande hit’. Un attimo e poi improvvisamente ti ritrovi nel bel mezzo del successo, prenotato come un pacco, in viaggio verso innumerevoli feste senza mai aver avuto prima nemmeno l’idea di cosa significhi fare il dj. D’altro canto, esistono dj con la “D” maiuscola che non hanno prodotto nulla per anni, e quindi co-producono con altre persone proprio per provare a mantenere la rilevanza del proprio nome. Quindi, sì, produrre per suonare nei club è diventato essenziale. Anche se ci sono un numero ristretto di considerevoli eccezioni.

 

 

 

 

Ci sono molti produttori che prendono ispirazione in modo molto evidente, esplicito, da te e dai tuoi brani marchiati Toolroom. Non sono cloni verei e propri ma quasi. Che ne pensi?

Chiunque si fa influenzare da altri artisti, all’inizio della propria carriera in campo musicale, quindi non mi meraviglio. Mi imitano? Auguro a tutti buona fortuna. Sono stato io stesso influenzato da altri artisti per creare la mia musica, quindi se si sta facendo lo stesso con me, bene, ne sono lusingato. Che qualcuno sia così ispirato dai miei dischi da volerne prendere la totale ispirazione mi inorgoglisce. Ovviamente, sono dell’idea che per essere persone di successo bisogna creare qualcosa che arrivi direttamente dal cuore. Le forme di plagio non le capisco: ma questa è una storia completamente diversa.

 

Le serate estive sono ormai alle spalle. Forse è il momento di rientrare in studio in un semi letargo, visto l’arrivo della stagione fredda?

Oltre alle mie nuove date in arrivo, sto solamente aspettando il momento di produrre della nuova musica, per far capire a tutti la direzione che ho intenzione di prendere nel mio prossimo futuro. Nelle scorse settimane sono stato completamente rinchiuso in studio e ho organizzato tre-quattro progetti diversi che sono ormai praticamente finiti. Sono tracce uscite quest’anno su Toolroom (‘Rocket Man’, con Cevin Fisher e Yebisah), salite nella Top 10 di Beatport e che, rendendomi molto soddisfatto, necessitano anche di un seguito. Vorrei provare a replicare questi successi. Ma su altre etichette. Sto lavorando anche su un altro grande progetto che, se tutto va bene, vedrà luce agli inizi del 2017: si intitola ‘Watch this Space’. Un modo di dire, questo, che significa: si cambia rotta.

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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