Mercoledì 15 Luglio 2020
Interviste

Markus Schulz fa propria la Trance Nation

La Coldharbour è un’etichetta specializzata in trance e molto rispettata e questo grazie al proprio artefice, Markus Schulz. Ora, dalla mente del dj tedesco, sull’onda di ciò che avviene durante la serata londinese The Gallery, e quindi direttamente alla sua residenza al Ministry Of Sound, si espande a macchia d’olio nel mondo la Nazione della Trance: “Trance Nation”, un marchio che mette insieme i guru specializzata in questo sound sempre più vicino ai festival e al mainstream.

Markus, cosa puoi rivelare in merito al tuo volume della saga “Trance Nation”?

Prima di tutto, dico che entrare e restare nel circuito del Ministry Of Sound grazie anche a questa acclamata serie è sempre un onore. Ricordo che quando mi sono trasferii a Londra nel 1999, a vivere in Coldharbour Lane, a Brixton, il fatto coincise con l’uscita della prima puntata di “Trance Nation”, mixata da Ferry Corsten. Il nostro lungo cammino per le strade del quartiere, tra i muri degli edifici abbandonati e sotto i ponti intonacati dai volantini per promuovere l’album, ha portato a una solida amicizia tra me e Ferry. Il risultato del nuovo volume è in linea con quello che oggi i veri amanti del genere desiderano: ci sono anche ben 15 esclusive, in nel doppio cd e nella versione in digitale.

Cosa c’è di Coldharbour nella “Trance Nation”?

La nostra famiglia, la nostra etichetta, sì, è un… nucleo, un gruppo di amici a cui io sono grato sempre per il contributo eccezionale che dà in ogni progetto, soprattutto in questo che è marchiato da una prestigiosa label. Solitamente intorno al mese di marzo e di aprile chiedo a tutti i produttori se hanno degli inedito per le mie compilation: a ridosso della stagione a Ibiza e arrivata questa occasione: mixare il nuovo volume della “Trance Nation” e, dopo che si è sparsa la voce, sul mio portatile sono piovute release davvero impossibili da non inserire in questa selezione. Da Dave Neven a Drifter, da Danilo Ercole a Mr. Pit e Fisherman & Hawkins, è stato un susseguirsi di contatti e di scambio di tracce incredibile.

Qual è stato il tuo approccio alla selezione e alla miscelazione di questa compilation?

Quando la gente pensa delle mie compilation, pensa a qualcosa di tradizionale, sapete, a quelle del tipo che riservi un tributo a una città o a una onenight oppure ancora a una discoteca. Ma qui siamo andati tutti oltre e nonostante ci fosse un marchio come quello del Ministry, abbiamo osato, provato, testato e inserito brani anche molto club. E lo abbiamo fatto per gli ascoltatori più accaniti, quelli che seguono tutto quello che faccio e che si muove nel mio mondo, nella mia trance. Quindi la sfida di “Trance Nation” è stata duplice: innovare ma tranquillizzare la fanbase. Ecco perché è stato significativo per me inserire pezzi di Gouryella o di Rank 1 vs. M.I.K.E. Push.

“Trance Nation” è solo trance o racchiude stili come la progressive house?

Lo spettro è ampio, tutto ciò che è tessuto intorno alle melodie sta in questa compilation e nei miei set. Ci sono dei remix, come quello per “Deja Vu” di Giorgio Moroder e Sia, che hanno uno stile quasi inclassificabile. Poi ci sono cose più tech e quella un po’ più scure che arrivano dalla mia label, la Coldharbour. Lo stile è trance ma il suono è di più ampio respiro.

Come è stato lavorare con Ministry of Sound?

Dire fantastico è poco. Non solo chi lavora al Ministry ha una marcia in più, ma ti appoggia anche in quelle che sono le tue iniziative a livello artistico e promozionale: significa lavorare con professionisti di altissimo livello. The Gallery, Lock N Load Events, Ministry Of Sound, sono marchi sinonimo di garanzia. I fan, gli amanti di questa label e di questa discoteca, ti fanno sentire unico. Un marchio come “Trance Nation” non poteva che nascere lì.

Pensi che una certa trance possa rimpiazzare una EDM big room in fase di stanca?

La musica elettronica mainstream si sta rimettendo in discussione, i suoni aggressivi duri della moderna dance da festival si stanno aggiornando, e il movimento più melodico, anche dalle radici della nuova deep house, si sta sempre più diffondendo. La cosa ha dell’incredibile: si avverte l’arrivo di un ennesimo cambiamento. Quello che mi interessa maggiormente oggi, tuttavia, è che la maggior parte delle persone nel mondo abbiano ridisegnato i confini del pianeta stesso attraverso generi musicali specifici, per poi ritrovarsi e smentirsi durante i festival.

Come ti trovi con Ferry Corsten per il progetto New World Punx?

Noi siamo come delle navi che hanno una rotta a zig zag. Quando pensiamo di ritrovarci, è la volta che troviamo ai poli opposti. Fortunatamente, però, abbiamo fissato di nuovo delle date degli spettacoli prima della fine dell’anno, a Kuala Lumpur, a Mosca e a Minsk. E’ stato un anno fantastico per entrambi.

Segui spesso i dj techno italiani: perché?

Forse è lo stile, il groove che nasce soprattutto da Napoli. Gente come Sasha Carassi e Joseph Capriati mi fa esaltare. E poi ci sono Mauro Picotto e Benny Benassi, naturalmente, che hanno sventolato più volte la bandiera italiana nel mondo. In “Trance Nation” inoltre c’è Gay Barone, un dj e produttore molto forte e che sostengo da molti anni. Spero che il mondo cominci a riconoscere nuovi talenti.

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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