Giovedì 20 Giugno 2019
Interviste

Martin Garrix, un’istantanea generazionale

Martin Garrix è tornato a suonare a Milano la scorsa settimana, il 30 aprile, inaugurando Estathè Market Sound – ambizioso progetto di Punk For Business, che ha riqualificato la maxi area dei mercati generali di via Lombroso per ospitare concerti e show fino a ottobre, allestendo gli spazi con materiali riciclati e tentando di portare musica, divertimento e aree gastronomiche di qualità per tutti i gusti. Si passerà Skrillex ai Club Dogo ai Verdena; per il cibo avrete ogni sorta di street food – scusate, io preferisco sempre chiamarli baracchini – immaginabile . Un’operazione molto europea nella mentalità. Una bellisima proposta (in questo caso organizzata insieme a Overmind per quanto riguarda Garrix).

Garrix apre le danze e si prevede un bel botto. Infatti, puntuale, è il pienone (lo vedete nelle foto); altra previsione scontata: il pubblico giovanissimo. Vero in parte, perchè se di sicuro gli under 20 sono la larga maggioranza della folla accorsa a ballare per il dj olandese, si intravede in giro anche qualche 25-30enne (si aggirano, come rabdomanti, anche diversi genitori che superano i 50, ma questa è un’altra storia, che sarebbe bello approfondire). L’età media, per fare un paragone, è più alta di quella di parecchi concerti rap visti negli ultimi anni. E qui inizia una personale panoramica sulla contemporaneità che sarà la chniave di lettura della serata.

Ho una slot prenotata per intervistare l’artista, ma visto il poco tempo a disposizione, e i metodi da maresciallo del manager, dovrò condividere il camerino con gli altri intervistatori, Radio Deejay e Rolling Stone (e qualche collega ha pensato di condividere anche le domande da pubblicare, ma va bene lo stesso, non ci formalizziamo, è l’era dello sharing e non saranno due domande a cambiarci la vita). Al contrario, Martin è molto gioviale, e lo stesso si può dire dei genitori che lo accompagnano. La sorella se ne sta invece in disparte insieme a un’amica.

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Una traccia come “Animals” ti ha proiettato verso un successo stratosferico, e due anni dopo sei ancora al top, grazie a hit come “Don’t look down” in cui collabori con un peso massimo come Usher. E’ una sfida di rimanere ai vertici, come te la vivi avendo raggiunto il successo a un’età così giovane?

Cerco di continuare a produrre musica valida, di continuare su questa strada. “Animals” è stata una grande sorpresa, perchè era una traccia concepita per i club ed è diventata una hit pop mondiale molto rapidamente. Perciò ho dovuto gestire tutto questo cercando di mantenere lucidità. Passo molte ore in studio con il mio team per tentare di continuare a proporre pezzi validi. Ci sono diverse uscite in programma, una canzone in cui ho lavorato insieme a Ed Sheeran; ho da poco pubblicato il pezzo con Usher. Ho dei collaboratori fantastici e il nostro lavoro è quello di pianificare le mosse giuste: quali tracce far uscire, quale tipo di show realizzare…. ci vuole molta cura in ogni dettaglio ed è ciò che ci proponiamo di fare ogni giorno.

 

Prima dicevi di essere molto eccitato per lo show che ti aspetta questa sera. Dovresti essere abituato a questo tipo di emozioni, negli ultimi due anni hai suonato quasi ogni sera di fronte a un mare di persone in ogni parte del mondo. Cosa ti mantiente alta l’adrenalina davanti a tutto questo?

Il fatto che lì fuori c’è gente felice quando suono la mia musica. Io sono felice quando suono la mia musica di fronte a un pubblico in festa.

 

Questa mattina parlavo con Zedd, mi diceva che nel suo nuovo disco ha voluto mettere in luce il suo background da musicista, ci sono diverse parti suonate nel suo nuovo album. Intendi prendere una direzione analoga? Qual è la tua formazione?

Sì, io sono un musicista, ho studiato chitarra per otto anni, e per rispondere all’altra domanda, ho in programma di ampliare gli arrangiamenti dei miei pezzi futuri collaborando con degli strumentisti. Un esempio sarà appunto il brano con Ed Sheeran di cui ti parlavo, l’abbiamo registrato con i suoi musicisti. Ci sarà una maggiore profondità e ricerca nella mia prossima produzione, rivolta appunto alla collaborazione con i musicisti.

 

I giorni scorsi sono stati caratterizzati dalla polemica verso David Guetta, che in un’intervista ha dichiarato di aver suonato un set dall’approccio “old school” al Coachella, poiché i dispositivi su cui era programmato il suo set non funzionavano. Questo episodio mi porta a chiederti come un ragazzo della tua generazione vede la figura del dj, ormai chiaramente diversa da quela che era in passato, e in piena trasformazione.

Devo dirti che non ho letto l’intervista a cui ti riferisci, perciò il mio è un parere parziale e non molto affidabile; non so cos’abbia detto David di preciso, non posso giudicare le sue affermazioni. Di sicuro non si può ritenere “old school” un set suonato in digitale con delle USB. Posso comprendere la sua frustrazione, anche a me è capitato di salire sul palco con i miei dispositivi, e leggere, appena prima di nizaire a suonare, che non c’erano cartelle leggibili. E’ un incubo. Ho dovuto suonare con una chiavetta di riserva dove c’erano dei pezzi che avevo editato, quindi non ricordavo a memoria tutto ed è stato più difficile. Quindi mi metto nei suoi panni, il Coachella è uno dei festival più importanti del mondo, sicuramente c’è tensione e dover affrontare imprevisti del genere non è piacevole.

Mentre concludo la mia intervista, il collega Francesco Sacco di Rolling Stone fa una domanda molto interessante, chiedendo a Martin perchè la dance viene spesso definita il rock’n’roll di oggi, e su quale sia la sua caratteristica principale. La risposta è illuminante: happiness. La felicità.

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Quello che ho potuto notare dal tempo trascorso con Martin è l’entusiasmo e la gioia con cui affronta il suo lavoro. Certo, a diciotto anni e con cachet a quattro zeri è difficile non esserlo, ma lo stress e la routine possono comunque essere delle brutte bestie, a quell’età, da non sottovalutare. D’altro lato, si nota un po’ di “pilota automatico” nelle risposte alle domande più convenzionali, quasi fosse un copione imparato a memoria. Stesso atteggiamento che ritrovo in consolle. La domanda sulle ormai famigerate USB di Guetta ci ha riportati alla trasformazione della figura del dj, da selezionatore di dischi sull’onda dell’emotività a showman con scalette preprate al millimetro e sincronizzate a visual e luci. Con Garrix l’impressione è che ogni passaggio, ogni gesto, ogni movimento sia frutto di prove meticolose. Ad ogni drop esplosioni di coriandoli, luci laser, visual colorati; ad ogni break un salto sul palco, una frase al microfono, le mani al cielo. L’impatto è notevole, sicuramente. Ma se i ragazzi si divertono e si esaltano, a me sale presto la noia, nonostante il colpo d’occhio del grande spazio pieno di gente e dei colori sia senza dubbio entusiasmante. Ma perchè avverto questo senso di prevedibilità? Dov’è che viene meno il thrill, l’adrenalina?
La risposta è nel tratto che unisce i diversi puntini che ho disseminato in questo articolo: il pubblico, il grande show, la happiness, il collega di Rolling che insiste sulle differenze di spessore tra i contenuti del rock e quelli “leggeri” della EDM. Il disegno che appare se unisco questi puntini è una fotografia perfetta della nostra epoca.

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L’EDM vince perchè rappresenta il contemporaneo, specialmente per la generazione dai vent’anni in giù, cresciuta in una realtà filtrata dal web, dagli avatar che ci costruiamo ogni giorno sui social netowrk, dove tutto è in qualche modo caricatura (non lo dico da pessimista, è una considerazione, esistono anche lati positivi di tutto questo). Lo show è prevedibile, l’EDM propone a intervalli regolarissimi la sequenza build up-break-drop e annessi coriandoli, botti, salti. Ma è tutto così pianificato da risultare piatto, in 2D. Se Sacco è convinto dei contenuti profondi del rock, io sono in disaccordo con lui; l’epoca d’oro del rock era quella in cui a sua volta fotografava gli umori giovanili: la rabbia e la ribellione di una generazione che faticava a omologarsi, e testi pieni di droga, sesso, eroi sporchi e cattivi, con eccessi etilici e camere d’albergo puntualmente devastate. Altro che profondità! Il circo del r’n’r si è fatto noioso proprio quando si è imborghesito. L’EDM è invece lo specchio dei nostri anni, in cui ci lamentiamo per tutto ma lo facciamo con il culo al caldo, le dita sulla tastiera e – nonostante la crisi – i soldi per il sabato sera fuori e per lo smartphone con cui filtrare il nostro vissuto. L’artificiosità della dance massimalista da festival ne è il riflesso. E’ una realtà che nasce già imborghesita, perchè siamo tutti in qualche modo borghesi. Le realtà che nascono e dimorano nei club bui, con beat futuristici e una manciata di coraggiosi scopritori di nuovi suoni, quella è tutta un’altra storia. I club sono ancora oggi, come da trent’anni in qua, un grande laboratorio sociale. Non va fatta di tutta l’erba un fascio. Ma lo spettacolo – tecnicamente parlando ottimo, grandioso, sfavillante, luccicante – andato in scena con Martin Garrix, quello può risultare piacevole anche ai genitori rabdomanti in attesa dei figli. E’ rassicurante, non è ribelle. Questo è un merito della dance, che sa rendersi universale. E, forse, una sconfitta di una generazione che spesso non ha “fame”. Il resto, al netto di queste considerazioni filosofiche, è lo show. Ed è quello che ci interessa di più.

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Photo by Margaryta Bushkin
www.muccitas.com

www.impatto-visivo.com

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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