Lunedì 21 Ottobre 2019
Interviste

Martyn, dal dubstep al jazz via techno

E’ uno degli artisti più interessanti usciti dal grande calderone del dubstep europeo dello scorso decennio, così originale e unico da distinguersi fin dall’inizio da tutti gli altri. Forse perchè essendo olandese, Martyn non ha assorbito al 100% il mood tutto bristoliano e londinese che dal grime, dal trip hop, dalla drum’n’bass, dal two step e dalla garage ha generato quella mutazione spuria che si è poi trasformata nello standard e poi nel genere di riferimento uscito dal Regno Unito nella seconda metà degl anni ’00 – il dubstep, appunto. Sappiamo poi com’è andata: dalle cantine e dai dubplate siamo passati attraverso il mito vivente Burial; la benedizione dei Massive Attack, padrini e progenitori di tutto che chiedono proprio a Burial un remix/collaborazione; il passaggio alle chart con Magnetic Man e tutta la ballotta Benga & Skream, capaci di diventare superstar e poi implosi sotto il loro stesso successo; la versione dopata USA con Skrillex che prende i canoni, li ribalta e ne fa il nuovo rock’n’roll da stadio.
In Italia la sintesi migliore l’ha data inconsciamente Fedez, che nell’ultimo X-Factor ha citato (un po’ a cazzo) Burial e Skrillex nella stessa frase riferendosi al beat su cui canntava un suo concorrente. Un po’ superficiale e non molto preciso, ma ha riassunto bene l’estrema sintesi del sound.

Martyn in tutto questo è partito con una manciata di Ep micidiali per poi approdare a “Great Lenghts” nel 2009, un album dove gli stilemi dubstep strizzavano l’occhio a suoni dal respiro più techno, un esordio sicuramente interessante. Nel 2011 si replica con “Ghost People” (fuori sulla mitica Brainfeeder di Flying Lotus), lì la cassa in 4/4 si fa esplicita e Martyn compie un passo importante nella sua evoluzione stilistica. Nel frattempo la sua label 3024 inizia a diventare un riferimento di qualità, non solo nel mondo dubstep e dintorni, ormai un po’ col fiato corto, ma in tutto un universo che trae ispirazione tanto dalla techno quanto da certa house e da molte screziature vicine al funk, al jazz, a un modo molto particolare di lavorare sui campioni.
L’anno scorso arriva il terzo disco, “The air between words” (questa volta l’etichetta è l’ancor più mitica Ninja Tune, una vera istituzione), un vero capolavoro in cui tutte le suggestioni che ho citato finora trovano compimento in un’opera di grande spessore musicale e di grande qualità, e dove allo stesso tempo l’artista olandese getta un ponte verso nuove evoluzioni del proprio suono. Questa sera Martyn sarà al Tunnel di Milano, grazie a Le Voyage, Elita (nell’ambito di Design Week Festival warm up) e Red Bull Music Academy, trio organizzativo a cui va un grande plauso per una serata che vede in line anche Ariel Pink e Larry Gus. Qualità a pacchi.
Grande plauso anche a Martyn per la bella intervista che leggete qui di seguito, organizzata e risolta in brevissimo tempo e con una professionalità encomiabili.

Sei uno degli artisti più interessanti dell’ultimo decennio, il tuo percorso è iniziato con il dubstep (di cui hai dato un’interpretazione personale fin dall’inizio) e poi sei passato alla techno e ancora ad altre contaminazioni. Da dove trai tuttte queste diverse ispirazioni e stimoli?
Fin da bambino, da quando ero davvero piccolo, mi sono interessato di moltissimi stili e generi di musica diversi, perciò per me è sempre stato naturale passare da uno all’altro anche come musicista, non vedo barriere. Mi annoio a ripetere sempre la stessa formula, e ascoltare musiche nuove mi dà stimoli per produrre cose diverse. Inoltre, l’ispirazione non arriva soltanto dalla musica, ma anche da altre fonti come l’arte, l’architettura, buoni film, buoni libri. Anche da una gita in bicicletta all’aria aperta, per dire. Tutte queste cose possono essere utili a ispirarmi.

“The air between words”, il tuo ultimo album, è un’opera davvero ricca, non sfigura sulla pista da ballo così come durante un viaggio in macchina. Vuoi raccontarmi come hai prodotto questo disco, dalle idee iniziali fino al risultato finale?
Dopo “Ghost people” ho deciso di cambiare il processo compositivo dei miei brani, raccogliendo sempre più strumenti analogici per cercare quelli giusti e gli effetti ottimali per arrivare a un sound che davvero mi soddisfacesse. Lavorare con una strumentazione che offre meno possibilità rispetto a un computer con dei plug in, dove le soluzioni sono praticamente infinite, mi ha obbligato a ricercare delle melodie più semplici e a lavorare su quelle. Tutti i brani di “The air between words” sono nati da melodie figlie di jam session che ho poi sviluppato e costruito molto accuratamente, mantenendo la semplicità ed evitando gli eccessi di effetti e sovrastrutture che invece rischiavo utilizzando la strumentazione infinita dei plug in.

3024, la tua etichetta, è un vero “nido” per artisti di grande talento e originalità. Giusto per citarne uno, Leon Vynehall ha pubblicato un disco incredibile l’anno scorso. Come scegli gli artisti del tuo roster? Non dev’essere facile cercare di mantenere una continuità di fondo pur spaziando tra molti generi e mood differenti.
L’unico requisito necessario per uscire su 3024 è quello di avere grande musica! Io ed Erosie gestiamo la label e facciamo tutto seguendo la prospettiva di ciò che ci piace. Talvolta si rivela un successo, altre volte no, ma non è un problema, per noi è più importante portare avanti un discorso di “playground of ideas”, un “campo da gioco per buone idee”. Abbiamo entrambi un rapporto diretto e personale con la musica che ci viene proposta e con gli artisti che ce la propongono. Spesso è difficile giudicare la bontà di un artista da un demo, e comprendere se è “giusto” per 3024. Preferisco andare in un club per sentire e scoprire nuova musica. Il volume alto e un impianto adeguato mi danno un’idea decisamente migliore della resa di una traccia.

Quale sarà la “next big thing” nell’orizzonte musicale delle tue produzioni? C’è qualcosa che vedi come un prossimo standard?
Recentemente abbiamo avuto una figlia e questo mi ha cambiato la vita! Ha anche cambiato il mio approccio al tempo in studio e alle ore che ci dedico, nel senso della quantità e della qualità. Ultimamente ho messo mano a certo materiale techno-funky davvero gustoso e molto efficace da suonare in giro. Usciranno un paio di 12″ miei quest’anno e alcune nuove collaborazioni. Inoltre ho rielaborato diverse cose per i prossimi live estivi. A parte questo, mi sto focalizzando molto sui dj set, ho delle serate a cadenza regolare al Panorama Bar e sono occasioni eccellenti per esplorare tracce nuove e vecchie. Quello che “scopro” lì posso poi portarlo nei miei dj set altrove.

Ho cercato in giro per il web ma non ho trovato tue esibizioni live insieme a musicisti o a una band. Mi sbaglio? Mi piacerebbe sapere se ci hai mai pensato, perchè io credo che la tua musica si presti molto a quel tipo di show.
L’unica musicista con cui ho lavorato dal vivo finora è Inga Copeland, con cui giochiamo tra le sue parti vocali e alcuni effetti a cui provvedo io. E’ molto divertente e lei è davvero brava, tra noi c’è una perfetta intesa, c’è chimica, come si dice. Lavorare con dei musicisti dal vivo è qualcosa che vedo come una sfida e deve andare al di là della semplice esecuzione, invitarli per far suonare loro qualche nota su un partitura già scritta e fissata credo sia un modo povero e poco creativo di curare un live. Preferirei lavorare insieme ai musicisti su un progetto più originale, con materiale inedito, magari.

MARTYN + ARIEL PINK + LARRY GUS
RBMA/Elita/Le Voyage @ Tunnel
6 marzo 2015 h 21
via Sammartini 30, Milano

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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