Giovedì 05 Agosto 2021
Interviste

Mattia Trani ha finalmente disegnato e costruito il suo “scenario” personale

La folgorante dimostrazione che talento, visione e consapevolezza possono portare a risultati straordinari, come ‘Scenery’, il nuovo album del dj e producer romano

Se pubblichi un album, indubbiamente hai qualcosa da dire, da svelare. Ad esempio, un cambio di passo a livello di gusti, orizzonti o interessi. ‘Scenery’ è il segnale del cambiamento o, se vogliamo, della maturazione totale ed evidente di Mattia Trani. La scena techno mondiale lo aspettava al varco dopo la pubblicazione di ‘The Hi-Tech Mission’ sulla sua Pushmaster Discs, e lui si è fatto attendere come un protagonista di un’opera cyberpunk. Anzi, come una stella del movimento underground.

Era il momento, per lui, di esplorare ancor più il settore globale spaziando sino agli elementi del firmamento britannica degli anni ’90. Breakbeat, drum’n’bass, jungle ma anche IDM e sperimentazioni gigantesche e sentite. Il nuovo album è una complessa esposizione narrativa architettata da Mattia stesso. Con orizzonti che si intersecano, con paesaggi che si trasformano. ‘Scenery’ è qualcosa di mentale. È un’idea che sembra sia stata strappata dalla acid house e invece no, è figlia dell’onestà intellettuale. Senza pietà avanti e indietro nel tempo.

Mattia Trani in uno scatto di Roberto Graziano Moro

‘Scenery’ riprende il titolo usato dal musicista giapponese Ryo Fukui nel 1976.
Diciamo che ho sempre amato il suo lavoro e ho deciso di renderlo mio in chiave techno nel 2021. Oltre a essere una parola usatissima soprattutto dall’avvento della pandemia, ed è curioso dato che ho deciso di chiamarlo così molto prima dell’arrivo del virus nel mondo. ‘Scenery’ è una raccolta di 15 tracce su 3 vinili e rappresenta tutto il mio percorso degli ultimi anni fatto di viaggi, avventure, serate in giro per il mondo, sperimentazione di suoni in studio attraverso quella che ritengo un evoluzione nel campo della techno.

Hai scelto ‘One More Step’ come traccia traino dell’intero lavoro. Perché?
Volevo far subito capire di che pasta era fatto questo nuovo album, e questa traccia era perfetta per proporre una vera e propria bomba da pista. Avevo bisogno di ritirare fuori una cosa simile. Probabilmente, pure i miei fan l’apprezzeranno. Ha superato i 40.000 ascolti su Spotify. E ne sono molto felice. Ho avuto sempre pochi ascolti ed è stata  una soddisfazione.

Cosa hai fatto durante questi ultimi 15 mesi? E cosa farai nei prossimi 15?
Abbiamo vissuto tutti una vita abbastanza monotona, dal lockdown in poi, ma magari ci ha aiutato per approfondire un po’ di più il rapporto con noi stessi, sicuramente la musica è stata sempre la protagonista e lo sarà sempre anche nei prossimi mesi a venire. Continuerò a studiare musica e pianoforte, sia nella musica classica e jazz sto studiando artisti magnifici e pionieri come Claude Debussy, Maurice Ravel, Chopin e Bill Evans.

L’obiettivo evidentemente è stato quello di alzare la qualità delle tue produzioni, lo si nota solco dopo solco in ‘Scenery’. È così?
Questo album è un altra storia rispetto ai lavori passati, sicuramente nella cura del disco a livello grafico e anche nella realizzazione dei video ufficiali realizzati con la realtà virtuale. La promo è ancora in corso e sta andando bene. In generale, sono soddisfatto in tutta questa operazione perché c’è un insieme di persone che lavora con me di pari passo per la realizzazione di tutto questo.

 

Oggi c’è spazio per giovani artisti oggi nel settore della musica elettronica?
Assolutamente sì. Capisco, c’è molta competizione in generale, tuttavia credo che la musica dia la possibilità a tutti di esprimersi. Poi, ovviamente, entrano in gioco vari fattori e variabili che è difficile prevedere. Però sono convinto che se credi veramente in quello che fai prima o poi i risultati arrivano, e soprattutto lo spazio c’è sempre, la musica è infinita.

Porti un cognome importante ma anche un grosso fardello: tuo padre Marco è stato una figura imprescindibile nello sviluppo del clubbing italiano. Ci sono influenze da parte sua che ti sono rimaste sotto pelle, quando sei in studio a creare?
Probabilmente il DNA è sempre il DNA sono orgoglioso del papà che ho avuto e devo molto a lui. Ma posso dirvi che sento di essere nato per fare musica e per farla sentire a tutte le persone.

È possibile operare nella discografia senza farsi condizionare da fonti esterne?
Sì, e basta seguire il filo conduttore della qualità. Non per forza di cose poi il business è sinonimo di porcheria. Ci sono cose mainstream che sono di qualità. Ci sono progetti che sono partiti con obbiettivi più underground possibili e alla fine sono diventati una vera e propria tendenza. L’hype lo puoi creare anche tu stesso e una cosa che all’inizio ti sembra di nicchia può anche diventare un successo. Ultimamente, ho iniziato a lavorare con delle major pur facendo il mio, con la mia qualità, uscendo su canali mainstream. Bene: ho sperimentato ugualmente.

 

Avere la propria identità e la propria direzione per te è un valore aggiunto?
Personalmente, non sono un amante di quegli artisti che cambiano da un giorno all’altro, passando dal bianco al nero, dalla house alla hard techno, senza un vero e proprio motivo. Se proprio uno deve farlo, almeno si impegni.

La libertà è tutto, nella musica?
Se una persona si sente di fare il dj non vedo perché non debba farlo, ovviamente bisogna essere consapevoli che è una strada molto difficile, battuta da molti e fatta di tanti sacrifici. Nessuno ti regala niente in questo settore. Se dovessi dare un consiglio, sicuramente sarebbe quello di studiare il più possibile. E magari imparare a suonare uno strumento, un passo fondamentale per diventare un vero artista.

 

La ricerca del proprio suono è una specie di storia alla Siddartha, un’esplorazione all’interno della propria coscienza?
So solo che, nel mio caso ad esempio, mi sono sempre ritenuto bravo nel fare contemporaneamente più cose. E questo perché mi ritengo un musicista parecchio versatile. Tuttavia, il fare tante cose e bene spesso ti porta a farti delle domande e chiederti se hai trovato il tuo suono o la tua identità sonora. Nonostante molti anni di produzione, non avevo trovato una mia realtà se non con questo ultimo album. Che mi sento mio al 100%. E non c’è soddisfazione più grande nel sentirsi se stessi, in tutto e per tutto, nella musica.

Le tecnologie rivoluzioneranno la produzione musicale. Ma come?
Nessuno lo sa. Chi l’avrebbe detto che l’autotune sarebbe stato il tema di discussione di molti addetti ai lavori e non, per esempio? Sicuramente, nel bene o nel male, è stata una novità, nonostante qualcuno già anni e anni prima lo utilizzasse. Spero quindi verrà inventato qualcosa di interessante con cui interagire, magari sul versante della realtà virtuale. Il segreto sarà il trovare il giusto equilibrio tra la nuova e la vecchia scuola, innovando senza dimenticare le tradizioni, il passato. Perché certi strumenti, certe procedure, rimarranno per sempre. Sono immortali.

 

Articolo PrecedenteArticolo Successivo
Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

ISCRIVITI ALLA NOSTRA MAILING LIST

Scoprirai in anteprima le promozioni riservate agli iscritti e potrai cancellarti in qualunque momento senza spese.




In mancanza del consenso, la richiesta di contatto non potrà essere erogata.