Giovedì 22 Ottobre 2020
Interviste

Mauro Picotto da Ibiza rilegge il cambiamento

Sempre indipendente a livello discografico ma pronto a dialogare con le multinazionali, il dj e produttore piemontese racconta di un’isola con una nuova anima e di una musica elettronica che deve cambiare pelle per sopravvivere

Ci sono pochi personaggi davvero trasversali nel mondo della musica elettronica. Alcuni appartengono al passato. Molti fanno parte del presente. E poi, ci sono i pochissimi che non hanno tempo. E nemmeno vogliono fartelo perdere quando li intervisti, li incontri, li catturi in un momento di serenità. Mauro Picotto è tra questi, un artista vero e raro, senza tempo, di quelli con cui vai onestamente a bere una birra a Sant’Antonio guardando il tramonto ibizenco e (magari contemporaneamente) con cui parli liberamente di business. Perché Picotto di business ne sa, e molto, è sul pezzo, ottimizza e spinge come quelli nati sotto il segno del Capricorno. E non fa sconti a nessuno, nemmeno regali (anche se è nato il giorno di Natale).

L’occasione è stata di quelle ghiotte. Mauro a Ibiza nella sua villa, con famiglia al seguito. Tutto fermo, l’isola che sembra ancora oggi un’altra cosa, la gente che scende per le strade a manifestare il dissenso per l’uso della mascherina, le discoteche che restano chiuse, il turismo che sta cambiando infiocchettandosi nel lusso e nella alta borghesia e la Spagna che si prepara a una nuova ondata di contagi, secondo il Governo locale e la municipalità ibizenca. Picotto però era lì in vacanza, sull’Isla Blanca. È da poco è tornato sulla sua di isola, quella di Jersey, nella Manica, dove vive da anni.

 

Mauro, per noi ti sei fatto scattare delle immagini in esclusiva che ti ritraggono a Cala Des Moro, nella cornice delle Baleari più candide. Che aria tira lì, oggi?
Ci sono poche persone a Ibiza, è quasi tutto chiuso ed è come quando si viene ad aprile. Si sta da Dio. Ci si rilassa. Poi ho avuto anche il tempo per incontrare colleghi con molta tranquillità. Insomma, non mi è sembrato il mese di agosto. Dal punto di vista economico l’isola vive di turismo e le discoteche chiuse sono la mazzata finale. La prassi poi qui è seria, con controlli continui, QRcode, mascherine portate sempre e ovunque.

Come è la tua giornata?
Mi adatto, mi godo la famiglia in modo intenso.

Come hai vissuto le ultime vicissitudini delle discoteche italiane, vivendo a Jersey e avendo casa anche a Ibiza?
Da spettatore. Mi spiace per la chiusura dei club e dei loro proprietari.

Siamo rimasti fermi alla tua dichiarazione del 14 aprile quando chiedesti “cosa produco a fare techno se le discoteche sono chiuse?”. Sei sempre di quel parere?
Io spero si vada verso una soluzione del problema Covid-19. Torneremo a fare musica da club ma non nell’immediato. Io sto facendo del booking per il 2021. Vedremo. I live di adesso servono solo per adattarsi al nuovo.

“Cercle” ha aperto la moda dei dj set tenuti in paesaggi fantastici. Cosa ne pensi?
Queste cose qui dei dj che vogliono mettere musica in posti meravigliosi è bella ma se diventa ripetitiva lo è di meno. E poi senza pubblico che dj set è?

 

Nel contempo si potrebbe sfruttare il tempo rimasto per spingersi verso nuovi orizzonti sonori a livello di sperimentazione?
La musica si è un po’ persa negli ultimi anni. Quest’ultimo periodo ha disintossicato molti cervelli. Io avverto un cambiamento. Poi sperimento nuovi plug-in quando sono in studio. Mi diverto ancora a produrre. Semmai sono stanco di viaggiare, di allontanarmi anche dalla mia famiglia.

Sei sempre stato un indipendente anche a livello discografico. Con la tua Alchemy ti sei preso molte soddisfazioni. Poi da qualche anno la virata a una major. Perché?
Da un po’ di tempo io e Sony Music Italy stiamo lavorando insieme e abbiamo capito che ci sono nuove strade da percorrere insieme e che non per forza portano al club. Se oggi fai un disco con le palle, poi emerge, al di là della forza e della visibilità dell’artista che lo propone. Il mio ‘All Night’, con remix di Tom Staar, ne è un esempio: un sound molto Ibiza style e crossover. Il 18 settembre ci sarà l’uscita di ‘Feels Like Home’, cantato da un’americana molto brava.

 

 

Come è nato invece ‘Joga Bola’, un groove house atipico per il tuo imprinting techno?
È nato dieci anni fa e l’ho tenuto nel cassetto. Da piccolo ascoltavo molta musica afro. Ho lavorato molto sul loop e poi quel mago di Ricky Effe ha fatto il resto: un grandissimo lavoro. I remix poi sono nati in modo spontaneo.

Ti sei fatto una squadra vera, nel tempo, e dislocata: Cristian Piccinelli a Brescia, Ricky Effe in Toscana, e tu, trainer assoluto, Jersey.
Con le giuste collaborazioni ti prendi delle belle soddisfazioni. I nuovi produttori sono pieni di entusiasmo ma poi la cosa si spegne lì. È un po’ come i calciatori, tra i dj: ci sono le pippe, i mediocri, quelli bravi e i fuoriclasse.

 

Mauro Picotto al Sa Capella di Sant’Antonio de Portmany

 

Torniamo all’imprinting: una volta eri un uomo più techno?
È techno quella di oggi? E poi io sarei pronto anche a fare il nuovo di Dua Lipa. Spesso è una sfida, quella che lancio a me stesso. Non mi piace seguire né sperare di creare una moda.

Techno spesso fa rima con tech e tecnologie avanzate. Il settore della produzione musicale ha bisogno di queste o di estro sconsiderato?
Il futuro corre molto più di quanto lo possa immaginare io. Ricky (Effe) ai tempi della Media era avantissimo. Ma il rischio di essere dentro al futuro è che puoi perderti il presente e il passato. Guardate invece Ennio Morricone, lui ha fatto cose che lasceranno il segno. Quanta gente lascerà il segno, un domani?

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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