Mercoledì 08 Dicembre 2021
Interviste

Max Casacci: “ho intonato le api con il vocoder e le balene al pianoforte”

Nel nuovo progetto 'Earthphonia' il fondatore dei Subsonica ha utlizzato gli elementi della natura come sorgente sonora in un percorso suggestivo e rivolto all'ambiente

Foto di Luca Saini

Esce oggi (venerdì 11 dicembre) ‘Earthphonia’, la nuova opera sonora di Max Casacci, fondatore e chitarrista dei Subsonica, come gli altri componenti del gruppo torinese autentico spirito libero in grado di declinare le sue idee in diverse modalità. Un progetto editoriale Sugarmusic che, oltre alla versione digitale, uscirà anche in formato fisico in allegato all’omonimo libro (Slow Food Editore), scritto a quattro mani con il geologo Mario Tozzi. Tra le pagine trovano anche spazio i contributi di personalità come Stefano Mancuso, Michelangelo Pistoletto, Carlo Petrini, Mariasole Bianco, Vasco Brondi, che dialogano con il musicista. Un progetto che guarda molto lontano, un ottimo spunto per una chiacchierata a 360 gradi con un artista militante, capace di centrare con precisione chirurgica il cuore dei problemi e soprattutto di fornire idee, spunti, contributi e possibili soluzioni per risolvervi. Di questi tempi, qualità davvero preziose. Ascoltiamolo.


Come è nato il progetto Earthphopia?
Senza saperlo, ci lavoravo da due anni, da quando su una scogliera di Gozo (isoletta sorella di Malta – ndr) mi sono ritrovato al cospetto di antiche pietre in grado di emettere suoni. Più per curiosità che per altro mi sono messo a percuoterle, registrandone l’effetto. Una volta allineati i file sul laptop, mi sono reso contro di quanto fossero incredibilmente intonate tra di loro. Come una specie di orchestra primitiva. E in effetti nell’antichità pare venissero suonate durante alcuni rituali. Così è nato il brano ‘Ta’cenc’ dal nome della località. L’idea di un intero album dedicato ai suoni della natura è spuntata durante il primo lockdown, con i brani ‘Delta’ e ‘Oceanbreath’, rispettivamente sui suoni dell’aria e su quelli dell’oceano.  La sensazione era quella di realizzare musica per il mondo che sarebbe arrivato dopo. Ed è un concetto al quale mi sento affezionato ancora adesso. Per ogni traccia ho impiegato almeno un mese di tempo, tra la scrittura e il mix.

L’elettronica che parte ha in quest’opera?
È a tutti gli effetti un album di musica elettronica. Senza l’artificio, per utilizzare un termine caro a Michelangelo Pistoletto, ispiratore del brano ‘Watermemories’, questo tipo relazione con i suoni della natura non sarebbe stato immaginabile. Ho intonato le api con l’autotune, ho vocoderizzato le sorgenti di un fiume, ho utilizzato un campionatore granulare per estrarre risonanze dal suono emesso dalle radici delle piante e da quello di un’eruzione vulcanica. Ho trasformato il canto di una balena in un pianoforte e quello di uno zifio in un immaginario flauto marino attraverso un campionatore e così via. Non è un album di field recording, come non è un album new age o di ambient music. In ‘Earthphonia’ la natura vibra, tentando di smuovere corde profonde; tutto questo avviene in seguito ad una manipolazione molto decisa delle fonti originali.

Quanto la pandemia ha inciso – consciamente o inconsciamente – in questo progetto?
Durante la pandemia, come molti altri musicisti, scrittori e artisti in genere, ho sperimentato un blocco di creatività. A dispetto della grande quantità di tempo a disposizione che si prospettava, a mancare erano proprio gli stimoli. Ci ho messo poco a comprenderne il motivo: l’elemento principale dell’ispirazione, che è sempre stata la città, con la sua pulsazione, le sue relazioni e i suoi conflitti, si era bloccato. Tutto quel mondo che generava materia prima per i testi delle canzoni, per i beat, per un’idea di socialità, era improvvisamente fermo. La natura, no. E nemmeno l’esigenza di cambiare rotta nei confronti dell’ambiente, in relazione alle emergenze climatiche.

 

Le giovani generazioni sembrano mostrare maggior sensibilità per le tematiche ambientali. È soltanto un’impressione o forse… non tutto è perduto?
Sono stati proprio i più giovani a rimettere in moto la speranza che i segnali d’allarme provenienti dalla comunità scientifica possano essere raccolti nei tempi necessari. Amplificando il messaggio, rendendolo udibile presso le sedi della politica, del mercato, dell’industria. I luoghi dove è più necessario fare la differenza in tempi rapidi. Subito dopo l’abbandono di Trump degli accordi sul clima di Parigi, il mondo del web è stato inondato di fake news negazioniste, ovviamente architettate a comando. La battaglia sul clima è quindi anche e soprattutto una battaglia di comunicazione ed è giusto che venga combattuta nelle piazze e che punti ad avere grandi proporzioni numeriche.  Io sono molto onorato dall’invito ricevuto a portare la musica di ‘Earthphonia’ in piazza, durante le manifestazioni di Fridays for Future e Extincion Rebellion.

Quale contributo possono i “buoni maestri” perché questi messaggi siano davvero recepiti?
I ragazzi non sembrano molto interessati alla ricerca di maestri in grado di indicare la via. I loro riferimenti sono piuttosto oggettivi: scienziati, climatologi, esperti di argomenti specifici con i quali lavorano alla pari per redigere manifesti come Ritorno Al Futuro o Non Fossilizziamoci. Io non mi ritengo maestro di nessuno; penso che ‘Earthphonia’ aggiunga una voce diversa alla battaglia per l’ambiente. Nelle tracce e nelle pagine del libro cerco di generare stupore anziché timore. Credo che sia importante incominciare ad empatizzare con l’ambiente e con quegli ecosistemi che le nostre azioni dovrebbero proteggere. Non soltanto in virtù di una minaccia, ma perché, attraverso le innumerevoli meraviglie che custodiscono, li sentiamo vicini.

E la politica? Sbagliamo o l’Italia è l’unico paese senza un “partito dei verdi” (ci sia perdonata la banalizzazione del concetto) non dico rilevante ma nemmeno di fatto esistente?
Di fatto questo è uno dei segnali evidenti, non l’unico, del nostro gap rispetto all’Europa. Credo che, analogamente ad altri gap, si spieghi con il poco spazio che i più giovani trovano a disposizione in tutti i settori, soprattutto in politica. L’intero settore musicale e le relative filiere sono in pratica ferme da marzo.

 

Che cosa avrebbero dovuto fare e che cosa dovranno fare le istituzioni per supportare la scena? Occupazione e cultura… perché in Italia si fatica ad abbinarli a “fare musica”?
Partiamo dal fatto che troppo spesso in Italia restiamo ancora inchiodati al palo di discorsi del tipo ‘di cultura si mangia o non si mangia’. In un Paese che di fatto rappresenta il più grande museo a cielo aperto del mondo. Poi analizziamo il fatto che per il Mibact gli unici musicisti riconosciuti sono quelli lirico-sinfonici, per capire l’origine di problemi che la pandemia ha messo ancora più in luce.

Club, festival e manifestazioni invece come dovranno essere ripensati per poter ripartire?
In Italia esistono già norme di sicurezza più stringenti e severe che in molti altri paesi europei. Personalmente ho visto i locali live e i festival comportarsi molto seriamente per quanto riguarda gli standard di sicurezza contro il Covid. Se tutti i luoghi pubblici avessero fatto rispettare le norme, non avremmo avuto il disastro che ci troviamo ad affrontare ora. Il punto è che la fruizione ‘in sicurezza’ può funzionare soltanto provvisoriamente. Nessuno ha in mente di volere un clubbing distanziato o i concerti senza contatti tra le persone. Non ci sono alternative all’attendere una soluzione complessiva della pandemia. Almeno per quanto mi riguarda.


Esempi virtuosi – italiani e stranieri – ai quali ispirarsi in questo senso?
Esistono paesi che hanno limitato fortemente se non sconfitto il virus. Credo sarebbe un’opera di buon senso ispirarsi a quei modelli, dei quali in realtà si parla troppo poco. Qui abbiamo discusso stupidamente, tra le pagine di social network che saccheggiano quotidianamente i nostri dati, sui rischi e sull’opportunità o meno di scaricare un app di tracciamento. Che peraltro poi nemmeno funzionava. Giusto per completare il quadro.

Ultima domanda, di rito. Quando il prossimo appuntamento (tour, disco…) con i Subsonica?
Abbiamo dovuto stoppare un tour (Microchip Temporale) pronto a partire. Credo ripartiremo proprio da lì, appena possibile. Quando? Non dipende purtroppo da noi.

 

 

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Dal 1996 segue, racconta e divulga eventi dance e djset in ogni angolo del globo terracqueo: da Hong Kong a San Paolo, da Miami ad Ibiza, per lui non esistono consolle che abbiano segreti. Sempre teso a capire quale sia la magia che rende i deejays ed il clubbing la nuova frontiera del divertimento musicale, si dichiara in missione costante in nome e per conto della dance; dà forfeit soltanto se si materializzano altri notti magiche, quelle della Juventus.

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