Mercoledì 19 Giugno 2019
Clubbing

Max Cooper, nuovo album e data di Milano

 

 

Uno dei personaggi più interessanti in circolazione, abile a fuggire le definizioni di genere e le scatole in cui volenti o nolenti inseriamo la musica, è certamente Max Cooper. In procinto di pubblicare il nuovo album ‘Emergence’, un ambizioso progetto audio-visivo che vedrà la luce il 25 novembre come release di debutto della sua nuova label Mesh (con un’anteprima live al prestigioso Mutek festival in Giappone), Max ha mischiato il suo talento e la sua ispirazione musicale con gli studi scientifici, la matematica, la biologia (ha ottenuto un dottorato di ricerca nel 2008 come biologo computazionale e ha lavorato come scienziato genetista prims di dedicarsi totalmente alla musica). In giro per i club europei prima di intraprendere il tour di ‘Emergence’, sarà a Milano sabato 8 ottobre, al Volt, uno dei club che stanno cambiando il paorama della città in questa nuova stagione, onestamente uno dei più interessanti visitati negli ultimi tempi, grazie a un locale nuovo di zecca, molto suggestivo, un bel soundsystem, e una programmazione di tutto rispetto. Prima della sua data italiana, ho voluto rivolgergli qualche domanda sul suo nuovo lavoro, sui suoi set e sulla sua particolarissima prospettiva musicale.

 

 

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Il tuo nuovo album ‘Emergence’ sembra un concept  molto ambizioso sullo sviluppo dell’universo, e tocca diverse discipline, dalla musica alla fisica e alla biologia. Come e perchè questa idea ha preso forma inizialmente nella tua testa, e come si è sviluppata fino ad diventare qualcosa di concreto?

Ho sempre amato le arti visive e ho sperimentato spesso con visual e video artist, pensando a come presentare il mio interesse scientfico in questo formato. Alla fine ho deciso che avevo bisogno di creare un live show con queste idee, e il concetto di emergenza mi è parso la scelta giusta per mettere insieme tutti questi lavori in una singola narrazione. E più esploravo il concetto, più idee continuavano a venirmi, così ho pensato che dovevo scrivere un album su cui “vestire” il live show visivo, in modo che tutto il progetto potesse diventare uno spettacolo video-audio che comprendesse tutto questo blocco di idee nel miglior modo possibile.

 

‘Emergence’ è anche la prima release della tua label Mesh. Cosa mi puoi dire dell’etichetta? Quali sono gli obiettivi?

Così come esiste il progetto audio-video-tour-abum relativo a ‘Emergence’, sto lavorando su diversi altri progetti che coinvolgono scienziati, architetti, artisti e in generale persone che lavorano al di fuori della musica. Ad esempio, recentemente ho realizzato il progetto “Aether” insieme all’Architecture Social Club. Mi interessa molto il modo in cui la musica può diventare parte di questi progetti di ampio respiro, con altre arti e scienze coinvolte. Così ho deciso di dare vita a un’etichetta che sia focalizzata proprio su questi progetti interdisciplinari, da cui il nome Mesh. Sono contento di aver trovato altri musicisti che condividono il mio interesse, e mi emoziona sapere che porteranno i loro lavori su Mesh.

 

 

 

 

Nel press kit di ‘Emergence’ ho letto la parola IDM, acronimo di Intelligent Dance Music molto in voga anni fa. Oggi suona old school ma è anche interessante, sembra un manifesto molto preciso: “non mi importa di essere considerato fresco o classico, mi importa fare qualcosa di solido, che abbia un valore”. Questa mia idea si avvicina alle tue intenzioni o mi sto sbagliando?

Non amo molto i generi e le categorie, siamo tutti individui molto complessi e ciò che ci rende unici sono le nostre differenti vite, esperienze, e anche gli istinti irrazionali. Così è pure per la musica, che riflette il carattere di chi la crea. Allo stesso tempo comprendo la necessità di dover catalogare la musica e dare dei generi precisi a tutto e aiutare le persone a capire di che cosa si tratta prima che perdano il loro prezioso tempo ascoltandola! Scherzo. Va benissimo avere delle etichette addosso. IDM va bene come andrebbero bene altre. Ma se prendi, per dire, la traccia ‘Myth’ con Tom Hodge, senti un assolo di piano che potrebbe piacere a tua nonna, e subito pensi che non si tratta di IDM, e una crepa si apre subito nel sistema. Ma in definitiva sì, hai ragione, voglio fare musica che abbia una sua solidità indipendentemente dalle etichette e dalle classificazioni, e che soprattutto si sposi bene con i visual insieme a cui è costruita.

 

I tuoi set sono sempre curiosi, unici, “diversi”. Quali sono le tue ispirazioni? Qual è la tua idea di dj set e di live set?

Ho cercato di abbattere la barriera tra live e dj set. I miei “dj” set sono in realtà un’interazione tra stems delle mie tracce e di pezzi altrui, in cui mischio gli elementi con i software e cerco di ottenere qualcosa che sia ogni volta unico e speciale, che sia perfettamente adeguato alla situazione in cui sto suonando. I miei “live” sono diventati i visual show dove controllo sia la musica che i visual, oppure i surround show in cui controllo gli elementi spaziali insieme alla musica. Con i software e il computer riesco a suonare delle percussioni e altri controller, ma ancora questo non si avvicina alla sensazione di cantare dal vivo o di suonare uno strumento live. Mi piace pensare di poter arrivare a interagire direttamente con il pubblico e che esso diventi parte della performance, sarebbe un salto verso una dimensione nuova di fare uno show dal vivo.

 

 

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Che cosa (e chi!) ami ascoltare e vedere dal vivo?

 Nihls Frahm rimane il miglior performer che ho visto in tempi recenti. Alcuni dei migliori concerti che ho visto in vita mia sono i Radiohead a Glastonbury nel 2004, e poi Ryoichi Kurakawa, Chris Cunningham, Ryoji Ikeda, Maotik, ISAM, 4D Sound. Sono molto interessato e attratto dalle interazioni di audio e video e dagli esperimenti di surround, mi affascina molto questo tipo di performance.

 

Sabato 8 ottobre suonerai in un nuovo club di Milano, il Volt, un posto che ho visto per la prima volta un paio di settimane fa e mi sembra molto figo nell’architettura e nell’atmosfera. Che tipo di posti prediligi per suonare? Club di questo tipo? Capannoni – anzi, warehouse, altrimenti non sono figo -, festival e spazi all’aperto? 

La varietà è il sale della vita. I festival con le grandi folle, le sale da concerto con il pubblico seduto, i piccoli party con 50 spettatori sudati, tutti hanno il loro lato positivo e mi piace suonare in tutti questi contesti diversi tra loro, mi diverto a proporre set che siano sempre in linea con ciò che ho intorno e dove posso suonare le mie produzioni, da quelle più ambient alle più abrasive, per così dire. Il punto è il feeling che corre e unisce i diversi format, per me è l’aspetto più importante. Sento di poter comunicare con le persone in maniera differente nelel diverse situazioni, ma alla fine si tratta sempre di idee simili.

 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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