Mercoledì 19 Dicembre 2018
Interviste

Mazay: “i dj devono fare come i trapper!”

Abbiamo raggiunto il dj e producer milanese, già parte del duo Pink Is Punk, per scambiare due battute veloci sullo stato della scena italiana
 Mazay è il nome del side project di Andrea Mazzantini, che nel 2006 ha dato vita al duo Pink is Punk con cui ha contribuito a scrivere un pezzo di storia dell’electro house nella scena milanese e non solo. Tra il 2008 e il 2014 i due hanno avuto modo di esibirsi a fianco di Congorock, Boys Noize, The Chemical Brothers e Crookers, accompagnando il tour americano di Benny Benassi (con cui hanno prodotto la collaborazione ‘Perfect Storm’ su Ultra Records) e quello italiano di Bloody Beetroots, oltre ad aprire il concerto di Jovanotti allo Stadio San Siro, nel 2013. Seguono tanti altri dj set e una serie di release (tra cui due su Universal Music), quindi vengono rallentati i ritmi frenetici e Andrea si prende il tempo di sperimentare. Nel 2017 pubblica due dischi con Vush e SLVR – entrambi della scuderia di Nameless Records – quindi il ritorno su Universal Music con una serie di lavori tra cui segnaliamo il singolo ‘Stars’, accompagnato dalla voce del promettente FAITH. Insomma, Mazzantini della scena italiana ne sa qualcosa. Ed è il motivo per cui l’ho raggiunto per scambiare due chiacchiere su alcuni temi attuali. 
 


“Producevo sia per Pink Is Punk che per me stesso” 
mi racconta, “mi sono trovato nell’hard disk molte produzioni finite, attendevo il momento giusto per proporle e da questa esigenza è nato il progetto Mazay. Ci credevo ed è successo“. Il background musicale di Mazzantini fa riferimento ad un periodo storico in cui l’Italia era al centro della mappa; i primi anni del Duemila la fidget della wave milanese si faceva sentire in ogni angolo del globo, a suon di club hit universalmente riconosciute. Eravamo al centro della scena mondiale, insieme alla Francia: durante un tour da solo in Australia, decisi di fare un set solo di artisti italiani e ne uscì un’esibizione pazzesca! Gli australiani conoscevano ogni singola canzone. Eravamo le star, come gli olandesi con la big room“, mi dice, alludendo alle nuove sonorità di Justice, Crookers e Mstrkft che “trasformavano il club in un rave selvaggio, molto vicino ad un concerto punk“. Ma i tempi sono cambiati, c’è stata l’onda anomala della big room e adesso sembra che la scena mainstream sia tornata a parlare la lingua della più classica house, vedasi gli ultimi dischi di Calvin Harris, Diplo, Mark Ronson e David Guetta. “Ho notato il collasso dell’EDM già un paio d’anno fa” mi confessa, “perchè i club avevano bisogno di nuova linfa e gente come Calvin Harris e soci ha i mezzi per poter dettare la linea“; una responsabilità non da poco: certi nomi sono talmente grossi che ad un certo punto diviene loro dovere educare il pubblico a nuova musica, senza dover rimanere ingabbiati nel loro genere”. A questa svolta house ha contribuito la club hit che è stata ‘Cola’ dei CamelPhat. “‘Cola’ è la traccia che ha ribaltato tutto, senza che nessuno se l’aspettasse; un pezzo lento, senza synth lead pesanti, tantomeno accordi complessi. Un loop che ti fa volare.” Ed è qui che si è accesa la lampadina ed è nato il progetto  Mazay: “erano anni che volevo riavvicinarmi a queste sonorità, e ho la fortuna di poterlo fare”. 


  
Un progetto più housey, come dicono nel Regno Unito. Ma si guarda tanto anche a quel che va nel nostro paese. “Ho avuto la possibilità di realizzare moltissimi remix per la scena trap e hip hop italiana, e questo mi ha dato una bella spinta, oltre ad inserirmi  in un territorio inesplorato” mi confessa,  “ho lavorato con artisti come Quentin40, Samuel Heron, Dark Polo Gang e altri. I progetti usciranno a breve”. House e rap, ovvero quello che è stato definito “rap house” grazie alla scuola, per esempio, dei Crookers. “È un nuovo suono che mi piace, mi diverte e non mi preoccupa, ma ovviamente il pubblico sarà il mio miglior giudice” conclude. Mi piacerebbe vedere i giovani con la curiosità che avevo io” mi dice, ad un certo punto, in merito al modo in cui i giovani d’oggi tendono a vivere la club life, più orientata ai social media che all’esperienza musicale. In un’intervista dell’anno scorso Mazay parlava della “debolezza” della scena elettronica italiana come riconducibile ai bassi investimenti delle etichette in questo ambito, dovutamente al fatto che l’Italia sia un paese piccolo e ciò che all’estero è ritenuto “underground” in realtà fa numeri ben maggiori di ciò che è underground da noi, e quindi ai discografici conviene investire in generi musicali di tendenza, come ad esempio la trap. Ma di chi è la colpa?Bella domanda. Io non me la prendo con il sistema, anzi, le etichette fanno il loro lavoro, come è giusto che sia, e vendono ciò che vende” mi dice, e prosegue: “quello che qui chiamiamo “underground” e che non vende, a New York male che vada potrebbe fare 50.000 copie. La trap in Italia funziona perchè il suo bacino di pubblico è immenso. Oggi vince chi fa più streaming, e non a caso le etichette puntano su questi ragazzini con milioni di followers nei canali. All’estero sono da sempre più bravi a creare il dj superstar, che a sua volta ne crea altri; noi pur avendone in casa, sembriamo più concentrati nell’accettare quelli che ci propongono da fuori. Manca il supporto del pubblico sul territorio.” Eppure qualche eccezione c’è, come ad esempio la realtà di Nameless, che Mazay conosce bene: “loro sono una grande famiglia, hanno fatto fortuna credendo che si potesse organizzare un festival fuori dai classici schemi italiani scegliendo una location straordinaria, ovvero il luogo in cui sono nati e cresciuti“. Risultato? “hanno superato i clichè nazionali e portato un evento dal respiro internazionale. Vero e proprio futurismo in Valsassina; a Milano non avrebbero ottenuto lo stesso successo. Un onore aver calcato il loro palco”. Ma torniamo alla trap. 
 

  
Oggi, per chi sa usare internet e ci sa fare con il marketing, rendere virale un contenuto può essere facile e a costo zero. Uno scenario per me realistico è quello in cui gli artisti arrivino al punto di non necessitare nemmeno una casa discografica. “Più che realistico, è già così” mi risponde Mazay. “La presenza nei social e l’approfondimento del “personaggio” sono già i valori cardine per ogni artista, o almeno quelli presi più in considerazione. L’etichetta diventa un mezzo per muoversi in ambienti dove magari l’artista da solo non arriverebbe, ma per far partire un progetto serve assolutamente un’idea vincente che nessuno, tranne l’artista stesso, potrà creare a tavolino.” E quindi perchè i trapper ora vanno così forte?Bisogna prendere esempio dal loro modo di lavorare. Questa gente investe su sè stessa a 360 gradi, sette giorni su sette, e il loro team – amici e parenti dalla sinergia imbattibile – cresce in parallelo. Ogni dettaglio estetico è studiato.” Una netta differenza dalle generazioni artistiche precedenti. “La mia generazione artistica non ha la minima idea di come muoversi nel music business ed è stata abituata a pensare solo alla musica, affidando il resto ad altri, senza avere una linea guida fondamentale a livello d’immagine. Pur tenendone una, in passato c’è sempre stato qualcuno pronto a stravolgerti il personaggio, e tu gli avresti dato retta pur di prenderti un po’ di promozione. La nuova generazione italiana non cambia idea per niente e nessuno“, e ancora: “i trapper la qualità se la creano restando ben saldi al proprio progetto“. 

 
 
In poche parole, a fine giornata, su chi devono puntare i discografici? “Sul nostro paese“, mi risponde, alludendo in particolare all’italiano Gamuel, che definisce “un produttore incredibile, una spinta dance pop fuori dal comune”, allo spesso citato SLVR, della crew di Nameless, che “si muove molto bene nelle sonorità underground” e infine su FAITH, con cui sta ancora collaborando, che “per il pop italiano ha in serbo una vera e propria bomba“. Presto tornerà anche Mazay, che mi confessa di avere varie cose in cantiere tra cui una serie di remix: “è in uscita uno per Carl Brave, in cui credo molto“. Il 2019 sarà un anno ricco di release, ma non solo: “devo confessarti che in questo momento punto molto anche sul calcio, visto che ormai mi divido fra console e campo”, scherza riferendosi alla Nazionale Benefica Hip Hop, e incalza: “mi rivolgo a voi per un appello per la squadra di calcio di Ibiza, che incredibilmente mi sta snobbando”, e allora prego: “sarò pure scarso come terzino, ma sono perfetto come dj da spogliatoio!“. 
 
 
 
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Un ventiquattrenne romano letteralmente cresciuto nel club, ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Se non lo trovi probabilmente sta aggiornando la playlist di Spotify.

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