Foto: Instagram @meduzamusic
Sabato si è concluso il tour dei Meduza al Fabrique di Milano. Il trio, che ha poi festeggiato con un lungo dj set in back to back con Genesi ad Amnesia Milano, ha portato in scena il proprio live, Meduza³, con uno straordinario sold out. Non solo un traguardo, ma l’ennesima riconferma di un percorso solido, studiato e maturo.
Meduza³ si è dimostrato vincente sin dall’inizio, guadagnando lo scorso anno la residenza all’Hï Ibiza e riottenendola per la prossima stagione. Uno show immersivo in grado di trasformare un club, in cui un pubblico di ogni tipo di età non ha smesso di ballare e cantare dall’inizio alla fine. Prima dell’esibizione abbiamo avuto il piacere di incontrare Mattia, Luca e Simone e di parlare con loro per approfondire diversi temi.
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Partiamo proprio da Meduza³, un format vincente sotto tutti i punti di vista. Qualche anno fa vi eravate esibiti un paio di volte con Odizzea, però poi il progetto era stato messo da parte. L’idea di questo live deriva da quello? E come si porta un vero e proprio concerto nei club?
Luca: L’idea nasce da Odizzea dove avevamo capito che avremmo potuto fare qualcosa di più del classico dj set, e ognuno avrebbe potuto dare qualcosa di suo. Ma quando provi a fare qualcosa di nuovo, è sempre un esperimento. Solo dopo si può capire cosa ha funzionato e cosa no e si può ricalibrare la situazione. Dopo tempo ci siamo resi conto che quel tipo di live, un full live, per quello che facciamo noi come musica elettronica aveva delle cose che andavano modificate. Oggi è un dj set con momenti live: il cuore resta quello che è sempre stato. Ci siamo presi un po’ di tempo, è vero, ma adesso siamo veramente contenti di quello che abbiamo creato e di cosa sta diventando. La cosa bella di questo live è che cambia sempre.
Simone: Grazie a Meduza³ riusciamo a coinvolgere molto di più le persone. Con Odizzea eravamo sul palco noi 3, in questa nuova veste invece soddisfiamo anche una nostra priorità che è avere le persone intorno a noi che partecipano allo show e ne sono parte. Si vede anche dai visual che inquadrano molto il pubblico. Questa è una differenza importante.
Qual è il vantaggio di potersi esibire sia in concerto che in dj set? Quali sono le differenze che vi fanno apprezzare entrambe le situazioni?
Mattia: Sicuramente il vantaggio è di poter fare uno show sul presto, in orario da concerto, da prime time, è molto apprezzato (ride). Meduza³ è uno show improntato sulla nostra musica, rieditata, suonata live; il focus è Meduza. Mentre il dj set lo trattiamo proprio come tale. Ci si può dedicare maggiormente alla scena club. Si può sperimentare suoni nuovi, tracce anche di artisti della label. In Meduza³ impostiamo noi lo show e la gente è coinvolta in base a ciò che decidiamo di suonare noi, nel dj set invece siamo noi che ci adattiamo alla pista portandoli nel nostro viaggio.
Simone: Aggiungo che, durante questo tour europeo (avendo sempre suonato da dj a orari da concerto), abbiamo scoperto che suonando presto riusciamo a raggiungere tantissimi fan che hanno le età più diverse, e che non son mai riusciti a venire ai dj set a causa degli orari. Da bambini di 11 anni a gente di oltre 60. A me è rimasto impresso il Paradiso ad Amsterdam in cui avevamo di fronte la platea di giovani che ballava e persone sulla cinquantina che invece erano sedute sulle balconate ad ascoltarci.
Una caratteristica che vi ha sempre contraddistinto è la produzione di tracce più pop e tracce più club. Come si riesce far coesistere queste due anime, anche per quanto riguarda le uscite?
Mattia: Ti dirò che in realtà è abbastanza semplice come cosa, nel senso che, soprattuto adesso con Meduza³, è molto più facile proporre ciò che produciamo a livello radiofonico per un tipo di pubblico molto più da live, e reinterpretarlo con piano e tastiere come se fosse pop dance che fanno anche altri artisti. Mentre nella parte dj set, come dicevo prima, riusciamo a sperimentare più suoni club, underground, house, techno, un po’ quello che comunque gira anche nel mercato perché stiamo attenti a tutte le nuove sonorità e quello di dà modo di sperimentare versioni diverse delle tracce andate in radio in modalità appunto più club.
Foto: Instagram @meduzamusic
Come si protegge un’identità artistica quando l’industria comincia a chiedere costantemente “il prossimo grande singolo”?
Mattia: Non so se c’è una vera risposta. Ogni anno c’è sempre qualcosa di nuovo che si aggiunge e che comunque rimescola le carte.
Simone: Non bisogna stare dietro al mercato, ma cercare di avere la propria identità. Quando sentiamo di aver il singolo “pop” pronto lo facciamo uscire. Abbiamo fatto un paio di anni “più club” perché così ci sentivamo. Non bisogna piegarsi al mercato, ma uscire solo quando si sente di essere pronti.
Luca: È fondamentale divertirsi e fare quello che realmente piace perché stare dietro al mercato fa diventare un lavoro vero e proprio quella che è una passione. E sicuramente la nostra passione è diventata il nostro lavoro, ma quando la si inizia a considerare solo come un classico lavoro, si perde la magia che si ha nel farlo, si rischia di perdere l’entusiasmo.
Avete collaborato con molti vocalist internazionali e – diversamente da quello che si trova normalmente nel mercato musicale -, avete sempre trovato il vocal giusto per la canzone giusta. Che tipo di voce o personalità cercate quando decidete con chi lavorare?
Mattia: Personalmente dico che va tanto a sensazione. Quando ascoltiamo la traccia, il nostro gusto, il feeling che abbiamo con quel brano ci fa dire “questa va bene” o “questa no”. Per esempio per uno dei singoli a cui stiamo lavorando, abbiamo provato una paio di cantanti, bravissimi, ma risultavano voci con sfumature troppo r’n’b per quel tipo di sonorità e quindi ci siamo diretti altrove. Altre invece, come Hozier o Dermot Kennedy, le abbiamo sentite e abbiamo detto “wow!”.
Simone: Poi c’è da dire che ci facciamo mille domande.
Luca: A volte capita che ci immaginiamo un pezzo con una voce di un tipo, lo facciamo e poi non funziona. Poi arriva un vocale che non ci aspettavamo e che però ti dà quel feeling che capisci essere perfetto.
Simone: Ci sono stati brani in cui abbiamo scartato anche nomi grossi e che abbiamo preferito non portare avanti, perché non eravamo convinti, preferendo un’altra direzione rispetto al featuring fine a se stesso con l’artista importante.
Mattia: Ci sono tante demo che sono ferme da tempo, che magari semplicemente non sono state fatte nel momento giusto: ad esempio ne abbiamo una con John Legend. Traccia finita, bellissima, ma a livello di sonorità, anche in base a ciò che stavamo producendo, non ci ha convinto. Magari uscirà tra anni.
Doppia domanda su cosa cambiereste (se cambiereste qualcosa). Quale brano della vostra carriera rifareste oggi in modo diverso e perché? E se poteste cambiare una cosa nell’industria della musica elettronica oggi, festival, streaming, label, cosa mettereste radicalmente in discussione?
Mattia: A livello di tracce io personalmente non cambierei nulla.
Luca: Anche io. Quello che è stato fatto è e resta. Tutto ciò che è uscito, è uscito nel momento in cui era giusto venisse pubblicato.
Simone: Per la seconda parte io eliminerei i social, tornerei nel 2005 (ride).
Mattia: Il social ha tolto la magia dello scoprire la musica, e anche la possibilità per i fan di affezionarsi a un progetto, è diventato tutto troppo veloce. È sempre più difficile creare una solida fanbase. Adesso spesso non ci si basa più sulla musica, ma sul video che è accompagnato dalla canzone
Luca: Il problema è che l’artista giovane che magari va virale e fa milioni di streams, non ha intorno a sé una struttura, non è preparato. Un artista che tocca il successo altissimo può sparire immediatamente.
Simone: Noi infatti ringraziamo sempre di aver fatto successo in un’età più matura.
Mattia: Parlando consapevolmente questo è il settimo anno del progetto Meduza. Guarda i nomi che ci sono adesso nella line up dei migliori festival e rifammi la stessa domanda tra sette anni. Chi ci sarà ancora in quella line up? C’è qualcosa di fondo che non funziona. Qualsiasi artista di qualunque genere musicale ascoltassimo anche vent’anni fa, è qui ancora adesso, quindi la base c’era.
Luca: Perché c’era tempo di ascoltare le cose. Oggi l’industria ti mette davanti al discorso del “butta fuori” sempre più esponenzialmente. Gira tutto troppo intorno al business perché la gente ha a disposizione un’infinità di tracce ogni settimana e, vuoi o non vuoi, non si affeziona a nessuna, Grandi hit recenti, dieci anni fa avrebbero fatto dieci volte i numeri che hanno fatto, sarebbero diventate evergreen.
Con la creazione della vostra etichetta, ‘Aeterna’, avete scelto di sostenere nuovi talenti. Qual è la filosofia alla base della label e come scegliete gli artisti e i progetti da lanciare in un panorama così competitivo?
Luca: La base della scelta è che siano tracce che ci piace suonare.
Mattia: È importante che abbiano qualcosa che ci rimane, che ci colpisca. Non ci interessa mix, master o che la traccia sia perfetta. Se vediamo l’idea, aiutiamo a completarla noi. Non per metterci il nome, la traccia rimane all’artista. Se vediamo del potenziale, diamo consigli su come proseguirla o modificarla, la testiamo e poi, nel caso, aiutiamo a completare il prodotto in base anche alla nostra esperienza.
Simone: Abbiamo costruito questa etichetta con Genesi, il primo artista su cui abbiamo lavorato. Quest’anno suonerà anche al Coachella, siamo super contenti della bellissima carriera che sta facendo. Lui ci aiuta, essendo parte della label, a lavorare con questi ragazzi. Non guardiamo il numero di follower, ma la musica.
Una riflessione su quello che presumibilmente sarà il prossimo singolo, ‘Don’t Wanna Go Home’. L’ho sentito per la prima volta la scorsa estate a Tomorrowland e il pubblico è letteralmente impazzito. Sul drop c’era un synth che mi ricordava molto ‘Kids’ degli MGMT. Poi ho visto che ha avuto diverse evoluzioni. Adesso penso sia più vostra.
Mattia: Esattamente, hai già detto tu, è più nostra.
Luca: Come ha detto prima Matt, quando siamo tutti d’accordo arriviamo a dire “Sì ok facciamola uscire”. Per questo brano avevamo diversi dubbi, abbiamo fatto svariate versioni. Poi però interrogandoci su cosa ci rimanesse della canzone abbiamo capito che la risposta era il testo, il mood e soprattutto il messaggio.
Simone: È un singolo che abbiamo fatto tre anni fa e che non avevamo considerato all’inizio. Quando lo abbiamo suonato le prime volte che partiva il drop, ci accorgevamo che le persone volevano ancora cantare, quindi lo abbiamo lavorato diversamente. Uscirà verso fine marzo.
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Siete in tre: non dev’essere facilissimo trovarsi sempre d’accordo. Guardando voi e il vostro team si respira però un clima “famigliare” tra tutti, vi vedo realmente uniti, quindi credo che riusciate anche a superare più facilmente le divergenze di idee. È davvero così?
Luca: Alla base c’è un obiettivo che è uguale per tutti: fare qualcosa che sia bello, che funzioni e che piaccia a noi e al pubblico.
Mattia: Questa cosa del team per noi è importantissima tanto quanto la musica che facciamo perché non è facile portare avanti un progetto come il nostro che ha diverse sfaccettature: dai social ai live (che vuol dire musica, stage, strumenti, la gente che partecipa). Devi avere fiducia nelle persone con cui lavori, e se tu crei questo tipo di rapporto, che trasforma in una vera e propria famiglia il tuo team, cominci anche a delegare questioni importanti e ad avere la testa più libera e più serena per concentrarsi sulle proprie cose.
Simone: Abbiamo creato questo team con cui ci divertiamo come matti.
13.03.2026






