Martedì 20 Aprile 2021
Interviste

Il 2021 di Merk & Kremont tra nuova musica, troppi social e zero club

Abbiamo intervistato Merk & Kremont in occasione dell'uscita del loro nuovo singolo radiofonico 'She's Wild', prodotto a sei mani con The Beach. Tra confessioni e riflessioni ad ampio spettro, il duo italiano si racconta

Quando dici Merk & Kremont pensi a bassi taglienti, groove incredibile e sventagliate di synth zanzarosi. Ma non solo – e qui viene il bello. La parabola di Federico Merk e Giordano Kremont, dopo averli portati ad essere i paladini (non solo italiani) della golden age dell’EDM, è continuata in maniera ancora più prolifica tra successi pop e produzioni per terzi (vi dicono qualcosa Rovazzi o Il Pagante?). Da ‘Sad Story’ in poi, il duo italiano ha dimostrato di voler osare, di avere le palle, anche a costo di infilarsi in possibili vicoli ciechi. Ma di sbandate, ultimamente, ne hanno prese davvero poche. Ne è un esempio ‘She’s Wild’, il loro ultimo singolo radiofonico, che ci ha dato la scusa per fare una chiacchierata a distanza con loro.

 

La scorsa settimana avete pubblicato il vostro ultimo singolo, ‘She’s Wild’, assieme a The Beach. Ci sento dentro tante ispirazioni: voglia di passare in radio ma senza risultare banali, influenze UK, un soffio caraibico, pop europeo.
Il brano è nato un anno fa a a Londra – proprio poco prima che ci mettessero in quarantena – in un periodo in cui abbiamo fatto session in molti Paesi in giro per il mondo. La contaminazione che senti è proprio il risultato di quei viaggi e quegli incontri. La canzone, scritta a sei mani con il cantante The Beach, è nata di getto, in un giorno solo. Tornati a Milano abbiamo speso molto tempo a lavorare minuziosamente ai dettagli senza avere fretta di doverla per forza chiudere in un paio di settimane.

Non avere paura di “sporcarsi le mani” e di contaminarsi è la chiave per non diventare lo stereotipo di sé stessi, no?
Artisti come David Guetta o Tiësto sono l’esempio che per essere sempre rilevanti bisogna osare senza avere paura di essere additati. Qualche volta si ha paura di disattendere le aspettative dei propri fan; tuttavia, quando si acquisisce padronanza di questo mondo, si impara a vedere i fan come un fondamentale sostegno alla propria carriera e non un freno a mano all’evoluzione del proprio stile. Quando si parla di “fan” si pensa che dall’altra parte del mondo ci siano dei ragazzotti che guardano compulsivamente ciò che noi facciamo ma, in realtà, molti supporter sono nostri amici che crescono con noi seguendo il nostro percorso. Non dobbiamo pensare di accontentare un target specifico: noi seguiamo un percorso che abbiamo in testa sperando che poi possa essere condiviso e apprezzato anche da altri.

 

Con queste premesse, come saranno i M&K del 2021?
Sempre in evoluzione. Dal punto di vista delle release, abbiamo davvero molte canzoni da club pronte che, per ovvi motivi, non abbiamo voluto pubblicare nello scorso anno.

Ha poco senso pubblicare canzoni da club se i club sono chiusi. 
Certo, soprattutto perché il nostro approccio alla produzione prevede di testare le tracce dal vivo come ID per avere un feedback del pubblico prima della pubblicazione ufficiale della traccia. Ora che non possiamo sfruttare questo metodo “empirico” sarebbe un po’ come rilasciare delle tracce alla cieca. Con le dirette streaming purtroppo non è la stessa cosa in quanto il feedback è meno spontaneo ed è più difficile da catturare nella sua essenza.

Parliamo di eventi dal vivo, visto che ne avete accennato. Quando è stato il vostro ultimo festival? 
Molto, troppo tempo fa. I festival sono un ricordo lontano, purtroppo. Lo scorso agosto abbiamo fatto alcune serate al Samsara Beach mentre l’ultimo festival è stato probabilmente nell’estate 2019, forse proprio Tomorrowland.

Alcune realtà storiche europee (festival, serate, brand) stanno cercando di delocalizzare i propri eventi in Stati in cui le direttive anticovid potrebbero essere più permissive. Voi come la vedete? Potremo tornare a ballare quest’estate?
Non siamo degli esperti quindi ti possiamo dire che non vediamo l’ora di farlo ma non “a tutti i costi”. Il mondo dell’intrattenimento ha bisogno di tempi certi per una fisiologica programmazione e quindi senza avere la certezza nel medio termine di un futuro libero da restrizioni è meglio aspettare.

 

L’esplosione di Clubhouse sta sottolineando ancora una volta il successo del trend audio nel panorama dell’entertainment contemporaneo. E quando si parla di audio non si può parlare di podcast: voi che rapporto avete con questo mezzo?
Per ora i podcast non ci hanno ancora attratto. Amiamo la radio e siamo incalliti frequentatori di alcune playlist di Spotify dove cercare nuovi artisti, nuove tracce e, in generale, con cui trarre ispirazioni per la nostra musica. Le più famose sono Butter, Housewerk, Are & Be. Quando usciamo dalla studio, invece, cerchiamo di staccare la spina e spaziare attraverso molti generi diversi dalla musica elettronica in senso stretto. Spotify, dal punto di vista delle selezione – anche algoritmica – è sempre stato molto avanti e ci ha permesso di fruire la musica in un modo completamente diverso da prima. Una volta cercare artisti simili era un lavoro, ora è davvero facile trovare nuova musica che ti piace. Spotify ha l’unico algoritmo che non ti dà fastidio, se paragonato a quelli che governano Instagram o gli altri social. Spotify, in un certo senso, è il social migliore di tutti perché nessuno parla.

E Clubhouse?
L’abbiamo scaricato, ne abbiamo intravisto il potenziale ma non ci siamo ancora applicati a dovere. La verità è che ci sono troppi social in giro e stare dietro a tutti comincia a diventare un lavoro a tempo pieno che toglie del tempo a chi, come noi, vorrebbe solo fare musica.

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Michele Anesi
Preferisco la sostanza all'apparenza. micheleanesi@djmagitalia.com

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