Lunedì 16 Settembre 2019
Costume e Società

Mi hanno rimbalzato al Berghain

Viverlo non è come sentirselo raccontare.

Mi hanno balzato al Berghain. Sono le otto di sera e il buttafuori ha indicato il cortile anzichè la porta e quindi niente, mi tocca abbandonare l’ingresso e trovarmi qualcos’altro da fare. Mentre mi allontano sul selciato mi domando su cosa avessi di sbagliato che quel tedesco non avesse gradito, e un leggero senso di amarezza mi assale per quelle quasi due ore di fila ad aspettare il verdetto. A chi è appassionato di questo ambiente non capita tutti i giorni di andare ad una festa e sentirsi dire che non si è adatti all’ingresso. Anzi, neanche me l’ha comunicato, mi ha semplicemente detto no. Aspetta, neanche quello. Mi ha solo indicato il cortile.

Che ingiustizia cazzo. 

Cammino sul marciapiede verso la stazione dei treni dopo aver scelto la mia prossima tappa e nel frattempo rimugino su quanto accaduto. È considerabile giusto, da parte di una realtà come Berghain – da sempre il simbolo del locale che combatte l’apparenza e le etichette in nome della libertà d’espressione del singolo individuo – respingere un clubber in nome del suo semplice aspetto estetico? Mi sembra così contraddittorio, eppure considerare ipocrita la mentalità di Berghain oggigiorno è pura eresia, e riesco a percepire il carattere dissacrante della mia teoria. Cerco di affondarla, di affibbiarla alla semplice rabbia del non essere entrato e al tentativo disperato di mettermi dalla parte della ragione. Non voglio semplicemente accettare di non essere adatto a quel che Berghain vuole tra le sue mura. Entro nella stazione, faccio un biglietto, salto su un treno. Le porte si chiudono e sento il suono della chiusura porte campionato da Kalkbrenner in ‘Train’. 

Dopo essermi seduto, osservando fuori dal finestrino Berlino est che scorre sotto le rotaie dei cavalcavia, continuo la mia congettura. Effettivamente se garantissero libertà di dress code assoluta – quindi piena possibilità di esprimersi in qualsiasi abito – il locale si riempirebbe di gente assolutamente inadatta all’ambiente. Ad esempio ingenui turisti che non hanno idea di dove stiano mettendo piede. Gli habitué finirebbero con spazientirsi e andare a ballare altrove, anche perché Berlino un paio di alternative gradevoli le offre sempre. L’esclusività crea prestigio, da sempre e per sempre. Quindi hanno ragione loro. Però questo non cambia che io, magari conciato in maniera troppo sobria per loro – ero in felpa e giacca di pelle – sarei stato psicologicamente adatto a quelle mura. La mia esperienza di notti infinite, ascolti minuziosi, albe e after party mi rincuora di essere un animale di questa giungla. Okay, ho ragione io adesso, cambio idea. Il treno si ferma a Treptowers, la mia fermata. Sto andando all’Else a sentirmi Seth Troxler. Esco dalla stazione e attraversando a piedi un ponte mi soffermo sul riflesso del tramonto sul fiume. Una serie di pensieri ottimisti mi assalgono. Magari gli sono sembrato troppo giovane. Questo li giustificherebbe. Chi mai ha criticato Berghain? Ci sarà pure un motivo no?

Sono all’Else, ho in mano un gin tonic e Seth Troxler sta suonando benissimo. La festa è in ogni angolo del locale ed è difficilissimo prendersi male. Non mi va più di rimuginare sull’esser stato balzato, anche se mi viene naturale visto che sono in giro da solo e le uniche parole italiane che sento sono nella mia testa. Berghain è forte dei suoi rifiuti, e la gente con tenacia continua a tornarci e quando hai capito l’algoritmo prima o poi entri. Giusto o sbagliato, a me sembra una costrizione del prossimo a “mascherarsi” per far finta di essere come loro, a fingere di essere qualcosa che non si è. O forse a diventarlo sul serio, solo per una notte, ovvero quel che gli basta. E poi tutti alla normalità. Teoria accettabile? In ogni caso, a questo ci ho pensato dopo, perchè all’Else la priorità era divertirsi. Però ad un certo punto si sono fatte le dieci, Seth ha staccato e mi è venuta una strana voglia. Sono uscito dal locale e sono tornato alla stazione dei treni, facendo il percorso inverso. Vado a rimettermi in fila, metti caso che stavolta mi dice bene. 

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25 anni. Romano. Letteralmente cresciuto nel club. Ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Se non lo trovi probabilmente sta aggiornando le playlist di Spotify.

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