Venerdì 14 Agosto 2020
Interviste

Tech in the studio with: Moratto, colonna di una dance che cambia

Dj e produttore, musicista fatto e finito, ripercorre i fasti delle prime idee per Jovanotti sino ad arrivare al suono contemporaneo. Che lo porta dritto verso un grande sogno.

Elvio Moratto è triestino. Arriva con la bora, il vento che dal nord-est soffia i groove con intensità verso il centro del Mediterraneo e oltre. Non sappiamo quanto gli siano serviti il diploma da fisarmonicista e gli studi di violoncello, però, tra un’incertezza e l’altra, la convinzione è quella di essere davanti, metaforicamente visto il periodo, a una colonna (sonora) portante degli anni ’80 mai scalfita, anzi possente, quasi contemporanea.

Dopo aver vissuto a pane e italo dance, aver forgiato arrampicatori da classifiche come Sabrina Salerno e Jovanotti, togliendosi lo sfizio di collaborare anche con Ron, Scialpi e Morricone, Moratto ha prima indossato la tuta della scuderia bolognese Expanded (per le monoposto Glam e Ramirez) e successivamente flirtato professionalmente con i Datura. Sino ad arrivare al momentaccio della pandemia, durante il quale è meglio fare di necessità virtù. Evitando di uscire di casa, saltando il regressivo momento del divano e fiondandosi all’atto progressivo dello studio di registrazione.

 

Elvio, come stai? Soprattutto, vai in studio durante la quarantena?
Sto abbastanza bene, grazie. Tutte le mie produzioni le elaboro nel mio Batman Studio, dentro casa. Mi rivolgo a studi esterni unicamente per i mastering, che generalmente commissiono on-line, ora più che mai vista la situazione. Lavoro sempre con Cubase Steinberg, su Windows, e con macchine digitali. Anche se amo molto gli strumenti analogici

Con gli eventi chiusi o rimandati, come può un dj e produttore sopravvivere?
Questo è un grave problema in particolar modo per le performance live. In questi due mesi oltre alla mia presenza in un club dove sono resident da oltre un anno, sono stati cancellati degli eventi importanti sia in Italia che nel Regno Unito. Mi avrebbero visto tutti nella line-up. Uno di questi era il 90th Rave di Edimburgo, che probabilmente verrà recuperato il 24 ottobre prossimo. Sappiamo quindi bene che ora la situazione è ormai al limite, per chi fa musica.

Come organizzi la giornata lavorativa e come è cambiata questa in tempo di pandemia?
Non sono caratterialmente un organizzatore nella mia carriera musicale né della mia vita. Quindi, vivo giorno per giorno. Devo dire che la pandemia ha condizionato poco il mio modo di vivere, a parte la questione dei rapporti sociali.

 

Come sono cambiati i ruoli di chi opera negli studi e il flusso di lavorazione, negli ultimi 40 anni?
Una volta esistevano i produttori esecutivi: ti mettevano a disposizione studi, promozione e quant’altro. Quindi tu pensavi esclusivamente a scrivere e produrre musica. Dietro un musicista esistevano le competenze di altre persone che ti aiutavano nel tuo percorso. Ma dovevi essere tu stesso competente. Oggi non è più così.

A livello organizzativo, ad esempio, hai contribuito a tuo modo alla nascita artistica di Jovanotti. Come è successo e qual è stato il tuo intervento?
‘Walking’ l’ho scritta e proposta a Lorenzo. All’epoca lavoravamo ambedue al Veleno club di Roma. Poi abbiamo proposto la nostra produzione a varie label. Ma nessuno credeva a un personaggio di quel tipo, finché la Full Time disse sì. La track vinse il Disco Verde a Jesolo e poi il resto è storia. Avevo visto giusto?

Cosa potrebbe succedere oggi, a livello di risultati, se tu producessi un brano in pieno stile anni ‘80 ma con strumentazione, stesure, canoni di un tempo?
Ci sto provando, anzi ho realizzato già una song. Ma non so se la gente sia pronta a questo. Ho prodotto intanto un album molto sperimentale, uscito a fine 2019, proposto sempre nei miei live e grazie ancora a Full Time.

 

Hai dei maestri, o comunque dei riferimenti, in fatto di professionalità nello studio recording? E come è cambiata la (tua) produzione musicale da ‘Walking’ di Jovanotti a ‘Sex Drive’ dei Dead Or Alive passando da Sueño Latino, Atahualpa e Ramirez, sino ad arrivare ai groove più club e contemporanei?
Credo di aver avuto la fortuna di lavorare con i migliori ingegneri del suono, essenziali nella produzione di ogni progetto. Non posso elencarli tutti, ma ritengo Davide Rizzatti il più completo. All’inizio lavoravo da solo come produttore e poi a un certo punto sono diventato un punto di riferimento per i dj. Questo è stato il mio vero cambiamento. I dj volevano diventare dei musicisti mentre io il primo musicista a voler diventare dj. Questa è stata la vera condivisione: portare l’arte a un livello superiore. Come? Grazie all’unione.

Credi nell’alzamento dell’asticella e a contributi importanti con l’arrivo delle nuove tecnologie?
Certa tecnica è importante che venga usata con intelligenza, un dono secondo me riservato agli esseri umani. Quindi, le nuove tecnologie dovranno essere riservate a uso esclusivo di persone competenti. Questo per evitare il caos generale. Forse quasi tutto è stato scritto, credo pertanto che debbano essere le nuove generazioni a studiare il passato con grande cura e umiltà. È una prassi corretta per tutti i settori. Noi siamo il nostro passato.

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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