Sabato 16 Novembre 2019
Festival

Movement Club o Club TO Movement?

Movement e Club TO Club quest'anno si sono sovrapposti nelle date. Non nella musica, dove il primo era più schiettamente rivolto al dancefloor e il secondo ha spostato il baricentro sui live. In ogni caso, Torino è stata protagonista della musica elettronica mondiale

Movement Festival

Da ormai diversi anni, l’autunno torinese è il periodo in cui fioriscono i festival. In particolare, due festival, due eccellenze italiane che sono diventate nel tempo riferimenti internazionali. Parliamo ovviamente di Movement e Club TO Club. Che – inutile fingere che non sia così – nel tempo si sono sempre trovati in una sorta di competizione, vuoi per orgoglio, vuoi per questioni territoriali, vuoi perché rappresentano due concezioni e due mentalità abbastanza complementari della musica elettronica. Movement è un festival che parla, senza fronzoli, il linguaggio della cassa in quattro. House e soprattutto techno la fanno da padroni. Non è un caso: Movement è la versione europea del celebre, filologico Movement Festival di Detroit, parliamo insomma di qualcosa che ha a che fare con le radici stesse della techno, in senso culturale oltre che musicale. Dal canto suo, Club TO Club è sempre stato il festival alternativo, quello che porta in città (e spesso in Italia, con lungimiranza e grande senso della “prima volta”) artisti appartenenti a una sfera d’avanguardia. Infatti, Movement funziona meglio quando le line up sono al 100% dj-oriented, nel senso che i tentativi di apertura anche ai live sono stati accolti in modo tiepido da un pubblico che si identifica con il festival perché e quando porta i pesi massimi della consolle a Torino. Mentre C2C ha costruito un immaginario che lo ha portato molto al di là della sua origine – e se vogliamo, anche della sua etimologia – che lo voleva un festival itinerante per locali (da club a club, appunto) per stabilirsi a sua volta al Lingotto e trovare spazio e successo in un pubblico che ama particolarmente la dimensione dei live.

Club TO Club, The Chromatics. Foto: Andrea Macchia

Le edizioni 2019 di Movement e Club TO Club, per questioni di calendario, si sono praticamente sovrapposte. Il 31 ottobre è la classica, tradizionale data del festone di Movement al Lingotto; nello stesso posto, durante le due sere successive è andato in scena Club TO Club. Oltre ai main event, gli show satellite delle due rassegne hanno occupato vari spazi in tutta Torino, senza soluzione di continuità. Se infiliamo anche un pubblico in parte contiguo a quello dei festival, con Artissima nello stesso weekend lungo (c’era il ponte di Ognissanti) possiamo dire che Torino ha fatto un bellissimo filotto, nei giorni passati. Una bella ventata di ossigeno per una città che sta vivendo un periodo di risacca dopo il decennio di rinascita post-2000.

Ma andiamo con ordine: Movement, dopo i cambi di date della scorsa edizione, dopo gli esperimenti con quattro stage e un’apertura a suoni diversi, ha deciso quest’anno di puntare su un all in: data secca al Lingotto, due stage, tanta techno. E gli eventi collaterali. Ha funzionato. Così bene che il sold out annunciato solo la sera prima si è trasformato in un pienone esagerato, con i due padiglioni pieni di gente, tantissimi ragazzi e ragazze, e una line up semplicemente perfetta per l’occasione, nonostante una relativa assenza di nomi giganti: sul Seat Stage si partiva forte già alle 22 (la musica iniziava alle 20 con Nicola Gavino, poi Youniverse) con Amelie Lens, a ruota Anastasia Kristensen. Martelli. Ancora più duro Dj Bone, forte però di un percorso molto radicato nella tradizione detroitiana, e quindi capace di regalare sfumature diverse e interessanti a un set che ha emozionato (certo più dei due delle golden girls del momento, efficaci ma decisamente piatte). Forse il migliore della serata. A seguire, un boato da stadio – ma da stadio con l’Italia che segna al 90esimo vincendo i mondiali – annuncia l’arrivo di Joseph Capriati, ormai superstar e idolo delle folle. Con lui, Jamie Jones, per un back to back che chiude la serata tra alti e bassi. Sicuramente bravi nel rimettere in bolla bpm e sound, a tratti il b2b entusiasma, a tratti soffre di una dimensione un po’ da compromesso tra lo stile dei due dj. Ma il pubblico non sembra risentinre. Molto più interessante lo Jägermeister Stage, con ottime prove di Pawsa (parte lento e quadrato e sale incendiando il dancefloor) e Micheal Bibi, il suo un set da manuale, divertente, ricco di groove.

Movement, Jamie Jones b2b Joseph Capriati. Foto: Sinestésia x Smiling Sisters

24 ore dopo, stesso posto,  stesso bar. O meglio, stesso palazzetto. Ma di sicuro, non stessa storia. Club TO Club era chiamato a una prova del nove. La line up quest’anno non brillava per nomi incredibili come nel passato recente. Flume, James Blake, SOPHIE, Floating Points sono ottimi ma se pensiamo a Franco Battiato, Thom Yorke, Aphex Twin, non c’è paragone. Dopo anni di colpacci del genere, il rischio per C2C era quello di apparire in affanno. E in effetti, dopo un esborso economico e organizzativo come quello della scorsa edizione con Aphex Twin, era logico giocare tutto sulla propria credibilità. Si era messo fieno in cascina, da questo punto di vista. Incrociando uno degli organizzatori, in sala, mi sono sentito dire “il vero upgrade è quest’anno”. E gli va dato atto di aver detto una cosa molto saggia. Perché un conto è chiamare i pezzi da novanta. Un conto è poi alzare il livello con una line up ottima ma ovviamente meno altisonante. Quest’anno Club TO Club ha fatto un salto di qualità sull’allestimento del palco, un upgrade che mancava da anni a un festival della sua rilevanza ed è finalmente arrivato, con visual e una cura scenografica di grande qualità, e un colpo d’occhio appagante. Un grande merito è anche quello di aver coinvolto, dal punto di vista visivo e grafico, Weirdcore, dopo averlo “agganciato” con Aphex Twin lo scorso anno. Dal punto di vista musicale, invece, alti e bassi. O meglio, note molto positive e qualche riflessione. Molto bene James Blake, attesissimo e accolto con ensutiasmo dal pubblico; alla grande Flume, nonostante sulla carta fosse un artista “poco Club TO Club”: ha fatto la differenza proprio perchè ha fatto ballare tutti in un’edizione in cui da ballare non c’era poi molto, a parte quella mattacchiona di SOPHIE (che ha pure ciuso il festival domenica alal Reggia di Venaria). Certo, c’erano Skee Mask, Slikback, Nu Guinea, ma l’impressione è quella che i live, peraltro non tutti proprio a fuoco, abbiano rubato la scena. Quasi quasi, ci sarebbe la tentazione di chiamarlo Show TO Show, più che Cub TO Club. Ma tutto questo era esattamente nelle previsioni degli organizzatori. Il vero upgrade. La trasformazione di un festival che è cresciuto insieme al suo pubblico e ha capito che ormai ha intrapreso una dimensione arty che è la sua vera forza. In quanto ai numeri, una flessione era da mettere in conto, il fantasma dell’edizione con Aphex è inevitabilmente ingombrante. Non abbiamo in mano dati certi ma, a occhio, nulla di drammatico.

Club TO Club, Flume. Foto: Andrea Macchia

Insomma, da un lato la techno, e in misura minore, la house; dall’altro, una certa avanguardia pop, una certa propensione jazz, un’elettronica che spesso flirta con il concettualismo più che con il dancefloor. Da un lato, un pubblico mediamente giovane, scanzonato, divertito e con poche menate; dall’altro, un’età media certamente più alta, molti milanesi in trasferta, un mood generale più contenuto e – mi si perdoni il termine – serioso. Movement ha conquistato il cuore danzereccio di Torino; Club TO Club ha cercato e trovato quello del pubblico più voglioso di musica diversa.

A questo punto, dopo averli visti in quest’annata curiosa, speciale, memorabile proprio perchè erano una sera dopo l’altra, vicini, attaccati, sparo la provocazione: sarebbe una figata andare, prima o poi, al Movement Club, o al Club TO Movement. Fate voi. Sarebbe bellissimo unire il meglio dei due festival, limare i difettucci organizzativi di qua e di là – gli inevitbili miglioramenti che si possono sempre operare su bar e ristorazione, ad esempio – e prendere in un colpo solo i due mondi. La ricerca e l’attualità. La dance diventata popolare senza essere pop, e l’avanguardia che pop lo sta diventando anno dopo anno, senza perdere smalto e credibilità. A me piace Torino, mi piace nella sua austerità così lontana dalle logiche dell’ossessionante coolness milanese. Mi piace il modo in cui tratta la musica. Mi piace, mi entusiasma sapere che comunque vadano le cose, tra ottobre e novembre andrò lì per vedere grandi festival. Mi paice anche il fatto che siano un po’ due fazioni opposte. È una sfida tutto sommato divertente. Ma mi piacerebbe anche vedere tutto questo sventolare sotto lo stesso vessillo. È impossibile, lo so. È un gioco. Una provocazione, dicevo. Ma a voler guardare, in qualche modo qualcosa è già successo quest’anno: una parte di produzione, a quanto ne sappiamo, era condivisa (vista anche una logistica problematica per questioni di spazi e tempistiche ridotte). E se ci pensate, fior di festival nel mondo hanno saputo allargarsi a dimensi0ni molto diverse, talvolta anche collaborare, senza perdere identità. Chissà che un giorno…

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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