Sabato 04 Dicembre 2021
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La dance è la musica degli avvocati, per colpa dei campionamenti

Don't be a copycat, dicono all’estero. Nonostante tutto, basi, idee, groove e molte hit sono nate trafugando proprietà intellettuali altrui e rendendo ricchi i detentori dei diritti. Si tratta della ricetta ormai nota dell’arte della produzione

La musica elettronica è basata sulla copia di un qualcosa che esiste già: suoni di sintesti, suoni generati da algoritmi di computer, e ancora e soprattutto campionamenti, riprese di parti di brani già esistenti, soprattutto dal momento in cui la disco entrò in fase di stallo. Con la parola plagio, nel diritto d’autore, ci si riferisce invece all’appropriazione, tramite copia totale o parziale, della paternità di un’opera dell’ingegno altrui. E nella dance questa è una pratica ormai comune e rodata: si parte da un brano e se ne crea un altro. Da decenni.

Dai Black Box che saccheggiarono ‘Love Sensation’ di Loleatta Holloway a Madonna che prese il loop di ‘Gimme Gimme Gimme’ degli Abba per la sua ‘Hung Up’. Dai Daft Punk che per la loro ‘Harder, Better, Faster, Stronger’ sfoltirono ‘Cola Bottle Baby’ di Edwin Birdsong (sotto riportata nella clip); ai Chemical Brothers che per ‘Block Rockin’ Beats’ miscelarono il trittico ‘Changes’ di Bernard Purdie, ‘Gucci Again’ di Schoolly D e ‘The Well’s Gone Dry’ dei Crusaders, sino al Lupin della big beat Fatboy Slim che per ‘Praise You’ rimontò ‘Take Yo’ Praise’ di Camille Yarbrough. La storia si ripete, i successi anche. Gli esempi sono milioni, sappiamo come va. In fondo, è post-modernismo puro.

 

Nell’ordinamento (almeno in quello italiano) il termine plagio non trova una precisa definizione legislativa. Comunque, lo si può definire come la riproduzione, totale o parziale, di un’opera da parte di un autore, che fa passare per propria un’opera frutto del lavoro altrui. È la riproduzione abusiva di un’opera scritta da altri. O meglio, o volendo anche peggio, è l’usurpazione della paternità dell’opera di terzi, vantata come propria (e originale) e sfruttata economicamente.

Perché vi sia plagio è necessario lo sfruttamento a fini di lucro, immettendo sul mercato un’opera abusiva. L’importante è tenere presente che la semplice assonanza melodica non dà automaticamente origine a un plagio, anche perché le canzoni di musica leggera, per la loro immediatezza e orecchiabilità sono produzioni in cui le analogie, le somiglianze e le reminiscenze sono accadimenti del tutto normali, naturali. E nella dance gli esempi, come visto sopra e come si nota oggi nelle playlist, si sprecano.

Un Akai S900 conservato nel Swiss Museum – Center for Electronic Music Instruments (SMEM), usato per campionare fonti sonore esterne

 

Non esistono regole particolari per accertare la sussistenza del plagio di una composizione musicale, è tuttavia necessario valutare caso per caso. “Le formule, quali ad esempio ‘se otto battute di due brani sono identiche si verifica un’ipotesi di plagio’, non sono valide”, avverte l’avvocato Giorgio Tramacere. “In Italia nelle cause di plagio il giudizio di comparazione viene effettuato, quasi sempre, sulla melodia delle due opere messe a confronto e ciò perché si ritiene che sia proprio la melodia l’elemento che caratterizzi un brano rispetto ad un altro”.

Nel mondo, per l’accertamento del plagio esistono due differenti orientamenti. Il primo esclude la sussistenza del plagio per la semplice preesistenza di altri brani simili, antecedenti a quello per il quale si lamenta il plagio stesso. Il secondo indirizzo, diffuso negli Stati Uniti ritiene, invece, che la preesistenza di brani simili, antecedenti a quelli per i quali si lamenta il plagio, non esclude la violazione.

Oggi vengono utilizzati più campionatori software e molti meno in formato hardware

 

In America, invece, questo principio non è applicato alla lettera. La preesistenza di brani simili non esclude il plagio e lì, quando qualcuno copia un’opera di altri, sono problemi. Si pensi alla sentenza con cui Pharrel William e Robin Thicke, per la loro ‘Blurred Lines’, sono stati condannati a pagare agli eredi di Marvin Gaye 7,3 milioni di dollari per avere una generosa porzione di ‘Got to Give It Up’.

Vero, dovremmo risolvere l’eterno dilemma su chi dovrebbe decidere il plagio, individuandolo magari tramite un pubblico di competenza media o da professori musicologi. Intanto, per venire in contro ai curiosi spopola anche sugli smartphone la piattaforma mutata in app di WhoSampled, che contiene un database di oltre 270.000 tracce comparate e campioni scovati e resi pubblici da una delle community più attive in circolazione. Di queste 270.000, buona parte sono dance e anche di spessore.

Il campionamento è entrato di diritto nella Storia della Musica. Non si tratta sempre e soltanto di plagi o di mancanza di idee. Spesso si tratta di creatività allo stato puro. Quanti capolavori degli ultimi 30 anni non esisterebbero senza il campionamento? Va però considerata l’altra faccia della medaglia: questa pratica ha reso la musica un business (anche) da avvocati. Gli esperti in diritto d’autore hanno dovuto fare i conti con numeri di battute “copiati”, con le evoluzioni della tecnologia, con termini come bootleg, edit, remix. Non siamo abituati a pensare alla musica come al alvoro di uffici legali e colletti bianchi, ma volendo appassionarci a questo lato oscuro del music biz, c’è da divertirsi.

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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