Giovedì 17 Ottobre 2019
Interviste

Musica da vedere: Stefano Polli

 

L’aspetto visivo di un concerto, di un dj set, di una serata in un club, di un festival, è sempre più importante. C’era una volta la musica. Poi è arrivata l’immagine. E tutto è cambiato. La tecnologia, sempre più portatile e leggera, porta anche in discoteca le possibilità di video installazioni e di visual ritagliati appositamente sulla serata. I visual oggi non sono soltanto un requisito minimo richiesto a uno show di un certo livello, ma hanno ormai assunto un’importanza primaria nello spettacolo stesso. Immaginate il Tomorrowland, l’Ultra Music Festival, il Coachella, Glastonbury, Electric Daisy Carnival senza la parte visiva? Immaginate il leggendario tour dei Daft Punk, Alive 2007, senza la piramide e tutto l’apparato scenografico alle spalle dei robot? Difficile.
Ma come si progettano i visual, e come ci si relaziona a uno spazio come un club? E a una one night di dimensioni maggiori? E a uno stadio? Lo abbiamo chiesto a Stefano Polli, uno dei titolari dello studio milanese Sugo, che negli anni ha affrontato tutte queste situazioni, dai piccoli club alle serate dei Reset! con diverse migliaia di persone, al tour di Jovanotti della scorsa estate negli stadi italiani.

 

 

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Ciao Stefano, per iniziare ti chiedo di presentarti: nome, cognome, nome e attività del tuo studio.

Ciao, sono Stefano Polli, il mio studio si chiama Sugo e sostanzialmente ci occupiamo di motion design; in breve, per quello che concerne il vostro ambito, facciamo installazioni interattive e live media design. Con questo termine si possono intendere tante cose, è il punto di incontro tra performance, programmazione e show visivo. Gli orizzonti sono condivisi con tanti ambiti e le carte si mischiano, ma questo è il cuore del nostro lavoro.

 

Come hai iniziato ad appassionarti a questo lavoro e qual è stato il contatto con il mondo della musica?

Io ho cominciato in uno studio che si occupava di museografia, era un lavoro particolare perché si applicava e rendeva in 3D qualcosa che nasceva invece bidimensionale: era un lavoro che costringeva a un’applicazione concreta e allo stesso tempo creativa dello spazio, perché fare un render, una ricostruzione grafica, di un certo tipo di spazio, ti mette nelle condizioni di dover studiare le soluzioni più agevoli e ottimali in uno spazio che si può modificare solo parzialmente. Per quanto riguarda la musica, ho iniziato facendo quelli che si chiamano vj set, video che andavano sulla musica del dj, in sincrono o in sintonia tematica. I classici lavori in amicizia, per divertirsi; la mia palestra in questo senso sono stati i centri sociali, poi c’è stato l’incontro con i Reset! con i quali ho subito avvertito grande affinità, si è immediatamente instaurato un senso di famiglia.

 

Quando vi siete conosciuti?

Nel 2009, mi pare. Sai com’è, all’inizio ci si beve delle birrette e si chiacchiera di massimi sistemi. Con loro c’era uno spirito diverso rispetto alle altre crew che incontravo in giro, sai quando si dice “non succede mai niente in questa città” e tutto si ferma alla critica perenne. Invece con loro poi si facevano davvero le cose, si cercavano soluzioni per portare a Milano un tipo di serate diverse nella musica e nell’atmosfera, modellandole sul nostro gusto e sulle nostre passioni, anche con l’ingenuità di chi ha una purezza di spirito pionieristica rispetto al nostro lavoro. Grazie a loro ho curato i visual di dj set in situazioni improbabili e serate che si sono rivelate figate clamorose.

 

 

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Io credo che a volte l’essere snob, l’essere “choosy”, sia un difetto. Se si ha voglia di spaccare per davvero, si ha l’umiltà di buttare il cuore oltre l’ostacolo e anche oltre il portafogli, si parte facendo le feste in uno scantinato, senza la pretesa di voler avere la miglior consolle della città. E poi, piano piano, si arriva a conquistarla, quella consolle, crescendo e imparando a gestire il lavoro.

Assolutamente. E’ giusto pensare di fare esperienze grazie alle quali  progressivamente si cresce, il bello della sperimentazione nell’ambito dei club ti permette di sbagliare e crescere. Quando lavoro con i clienti come le aziende non posso sbagliare, ci sono richieste precise e stringenti, hanno determinate esigenze che non possono essere disattese. Certo, c’è una serenità economica maggiore e una comodità spesso ampia nel lavoro, mentre lì nel club si prova e si vede che succede, è un laboratorio da cui si capisce cosa funzione a cosa no, sia sul campo sia in tutte le attività che stanno intorno al divertimento del party: è importante capire le questioni tecniche, logistiche, è indispensabili sbattere la testa nei problemi e sapere come funzionano le pratiche burocratiche negli uffici comunali.

 

Come si è evoluta, da quel punto, la tua situazione professionale?

In ambito di dj set, ho visto tutti i club a Milano, dai Magazzini Generali al Magnolia, dal Tunnel al MiAmi, fino al Leoncavallo, qualsiasi posto, evento e festival. La collaborazione con Claudio Sinatti mi ha segnato nel profondo, era un gigante, un artista unico in Italia e non solo. Ci siamo tolti degli sfizi meravigliosi: abbiamo prodotto la struttura di codice dello show di Jeff Mills per Club TO Club, per dirne una. Abbiamo fatto tantissime figate, la sua scomparsa ha lasciato un buco enorme, al di là dei discorsi personali. Era un vero riferimento.

 

 

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Prima che questo mestiere fosse radicato, lui aveva visto lungo,  prima di tutti. Era un uomo con una visione molto precisa.

Proprio così. Al momento giusto si è spostato dal mondo dei videoclip, ormai saturo, ed era diventato un pioniere della videoarte. Con lui mi sono trovato benissimo dal primo secondo. Era pesantissimo lavorare con lui ma era bellissimo, l’ansia era a livelli altissimi perché si era sempre in un territorio di frontiera. Il controllo dello stress è essenziale in questo mestiere, con lui l’ho imparato sulla mia pelle. Bisogna ricordarsi di divertirsi, sempre. E’ una cosa che ci diciamo sempre anche nella squadra di Jovanotti, quando parte lo show. Nonostante con Lorenzo, vista la mole di lavoro e responsabilità, lo stress inevitabilmente esiste.

 

Come sei entrato nella squadra di Lorenzo?

Dopo aver curato i tour di Max Pezzali e Giorgia, si è fatto avanti lui. Ci è stato richiesto l’approccio live, non la realizzazione di “semplici” video, ma un intervento dal vivo sulla regia che riprnede le parti live di concerto e le proietta sul maxischermo del palco in tempo reale. La prima volta era un’incognita, lavoriamo con piccoli software che costruiamo noi, non è detto che tutto funzioni, l’errore devastante è dietro l’angolo.

 

Quello della scorsa estate era il primo tour insieme a lui?

Lorenzo negli Stadi 2015, sì.

 

 

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Cosa intendi quando dici “un piccolo codice”? Qual è la differenza con il contenuto video già pronto e renderizzato?

Il contenuto renderizzato è un contenuto pre-registrato, fatto e finito, che andrà in onda secondo il time code del concerto, l’”orologio” che sincronizza tutto lo show, la tabella di marcia della scaletta dei pezzi, dei cambi scena, costumi, etc. in cui si inseriscono anche i video.  Il lavoro è tanto in fase di pre-produzione ma poi non c’è problema, non ci sono interventi da operare al momento, in diretta. Con Lorenzo i contenuti interattivi tra gli elementi visivi vengono trattati in tempo reale, come un dj set improvvisato sulla regia dal vivo. Un lavoro che unisce il bello del dj set e il bello del concerto. Dopo anni con Reset!, specialmente nel periodo fidget house, avevo capito come funzionavano i pezzi, e anche nell’improvvisazione riuscivo a capire come orientarmi.  Qui è la stessa cosa., quella palestra mi è servita molto.

 

Nel tour di Jova eravate diverse squadre con cui c’era collaborazione in fase finale?

Sì. Tutto è coordinato dai due art director Sergio Pappalettera e Carlo Zoratti, che a loro volta raccolgono artisti e contenuti in giro per il mondo. C’è uno studio che si occupa del lavoro “offline” e noi che facciamo la parte interattiva. Siamo come una struttura a parte, che entra a massacrare la regia live che riprende quello che succede sul palco e interviene modificando la realtà. Il gruppo di lavoro di Lorenzo è il più grosso in Italia, è unico per dimensioni e attitudine. Lui ha molto interesse per tutto il live e spinge su questo aspetto, è un atteggiamento che ripaga perché molta gente viene a vedere lo show non soltanto per la sua musica; anche persone che non hanno una particolare passione per lui vengono ed escono felici ed elettrizzati da un’esperienza davvero sensazionale.

 

 

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Quali sono l’aspetto migliore e quello peggiore di una produzione così grande? E quelli di una produzione da club?

Il pregio di uno show così mastodontico è il fatto stesso che sia grande e maestoso. Ad Ancona, la prima volta che ho visto il palco, ero terrorizzato, la sensazione di dover coprire 800mq di ledwall spaventa, ti senti addosso una responsabilità grande e la tensione è alta.

 

Una tensione evolutiva, per dirla proprio con le parole di Jovanotti.

Assolutamente. Croce e delizia di lavorare a un concerto dove ci sono in media 35-40mila persone. Un aspetto positivo è la possibilità di poter curare ogni dettaglio e passaggio in modo meticoloso. Nel club fai tante piccole cose una dopo l’altra, che dimentichi subito, si corre veloci. I free drink sono un altro aspetto positivo del club! La sperimentazione, la libertà totale dell’improvvisazione è l’aspetto più affascinante.

 

Questo tipo di maestranza e capacità artistica in Italia è ben percepita? Ha valore o no? Rispetto all’estero come la vedi? Ci sono posti e Paesi dove vorresti andare?

Ci sono molte realtà buone e interessanti, tantissime persone e studi che hanno talento, buona volontà e capacità. Forse quelli che fanno la differenza, il salto di qualità, sono pochi. I budget sono bassi, il problema oltre ai soldi è una catena che crea deficit culturale a calo di attenzione. Non che i soldi siano indispensabili, anzi, a volte si fa di necessità virtù. Però, banalmente, in Germania una lavoro così viene pagato il doppio a parità di competenze, e questo permette loro di fare un sacco di attività in più.

 

 

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Perché succede questo?

Si crea un circolo virtuoso, la sussistenza fa diventare il lavoro un hobby e non ti permette di investire, tanto o poco, per costruire. A Milano ci sono i ragazzi di  Recipient, sono bravissimi, sono in quella via di mezzo tra l’artista concettuale puro e l’abilità nell’applicazione tecnica dei bravi artigiani, a me piace molto quando l’artista si “sporca le mani” diventano un “artigiano tecnologico”, è capace di salire su un’americana e montare un proiettore, per dire. Io non lo so fare. La scena italiana è forte, non so se all’estero sia meglio. Le “scene” sono morte da quindici anni, per come la vedo io. In Francia e in Germania guardo molte cose perchè trovo ci siano tanti artisti molto in gamba. Ma oggi tutti guardiamo tutto sul web. I gruppi si formano ed esistono, ma si creano connessioni in modo molto più semplice e naturale rispetto a prima.

 

Il tuo ragionamento è quello di chi possiede una certa visione d’insieme e ha le idee molto chiare rispetto al proprio lavoro, non è una cosa che mi capita di sentire tutti i giorni.

Ti ringrazio. Una cosa importante, in questo momento storico, è che abbiamo sempre più necessità di unire scienza e umanesimo. L’artista e lo scienziato non sono più così distanti, oggi le discipline si intersecano: matematica, algoritmi, in questo momento storico è fondamentale possedere quelle conoscenze tecniche che sembrano noiose, roba da scrivania, e allo stesso tempo avere estro artistico, inventiva, perché ovviamente senza queste doti non ha senso intraprendere questo mestiere. Non bisogna esagerare da nessun lato, è necessario trovare un equilibrio.

 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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