Mercoledì 25 Novembre 2020
Interviste

Musica da vedere: Lorenzo De Pascalis

 

 

Continua il nostro viaggio tra le professioni che stanno dietro le quinte della club culture. Dopo l’intervista a Stefano Polli, ci occupiamo ancora di visual, di scenografie video e dei filmati che accompagnano i live e i dj set nei migliori spettacoli del mondo. Lorenzo De Pascalis è uno di quei nomi che probabilmente non sentire nominare spesso. Steve Aoki, Tinie Tempah, Martin Garrix o Steve Angello vi suoneranno sicuramente più familiari. Ma è proprio grazie al lavoro di visual artist come Lorenzo, giovane creativo emigrato dalla Brianza a Londra, che i grandi show pieni di ledwall e video mozzafiato possono illuminarsi e rendere le nostre serate indimenticabili. Qual è il mestiere di Lorenzo? Come si arriva a lavorare in tour con Steve Aoki?

 

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Partiamo da te: chi sei, come sei entrato in questo mondo, come hai iniziato questa professione e dove sei arrivato?
Sono Lorenzo, sono nato a Genova 24 anni fa, mi sono poi trasferito a Monza da bambino dove ho studiato al liceo tecnologico, e dove dopo qualche anno ho iniziato a imparare a programmare e disegnare in 3D, poi a fare animazioni. Per un periodo ho lavorato al The Flag, un locale in Brianza dove c’erano serate “alternative”, e una sera – in cui peraltro non c’ero – erano venuti i Reset!. Con loro c’era un visual artist, che poi era Steve Polli, mi hanno raccontato delle cose che faceva e da lì mi sono messo alla prova dedicandomi alle animazioni video per i dj set.

 

Quando succedeva tutto questo?
Quattro anni fa. Da lì sono approdato ai Magazzini Generali di Milano, con Overmind, e poi a un festival a Varese e all’Aquafan a Riccione. In questi contesti ho conosciuto i ragazzi che ora sono i miei colleghi a Londra; loro curavano i visual per Sebastian Ingrosso e Alesso, così quando serviva una persona che seguisse il tour di Tinie Tempah in Europa e UK hanno fatto il mio nome all’agenzia che ne curava gli aspetti visivi. Così è iniziata questa nuova avventura. Ho lavorato con Tinie per tutta l’estate 2013, e dopo altri lavori analoghi, nel gennaio 2015 mi sono trasferito a Londra, perché mi sembrava fosse il caso di tentare di lavorare lì in modo più concreto. In Italia avevo la sensazione che ci fossero molte limitazioni sugli artisti che volevo raggiungere e sul lavoro che era possibile realizzare. Infatti in Inghilterra ho subito iniziato a lavorare con diversi artisti, da Oliver Heldens a Martin Garrix, e ora con Steve Aoki, in tour dall’inizio dell’estate 2015, grazie a una company che si chiama Comix.

 

Di cosa ti occupi per Steve?
Curo i visual delle sue date in tutto il mondo, con l’esclusione degli Stati Uniti, per questioni burocratiche di visti lavorativi.

 

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Com’è strutturato il tuo lavoro? Sei freelance, sei assunto da un’agenzia, hai un contratto regolare o di volta in volta vieni assunto per le varie tournée? Esiste un circuito che ti permette di lavorare con continuità?
Sono freelance, in UK il mercato del lavoro è molto dinamico. Lavoro con Comix, un’agenzia/company, come ti dicevo, specializzata appunto nella creazione grafica e di visual per i live show. Ho un ufficio dove lavoro insieme a Sam, che segue Axwell ^ Ingrosso, e Tom che segue Garrix ed è l’art director  dell’agenzia. Io mi occupo principalmente di progetti nuovi, artisti a cui servono “semplicemente” dei contenuti nuovi. Preparo un concept e mandiamo i moodboard. Ovviamente in questi casi si parla di produrre dei contenuti, non di andare in tour per seguire dal vivo ogni serata, non c’è questa necessità. Per esempio, negli ultimi due anni ho lavorato in questo senso con i VINAI.

 

Quando invece segui una tournée?
In tour è molto diverso: una persona dedicata a seguire ogni giorno lo show ha dei costi diversi per la produzione, è costantemente impegnata durante lo spettacolo e ha quindi un approccio più approfondito. Se pensi al lavoro fatto dal mio collega Sam con Swedish House Mafia ti fai un’idea più precisa: ha rivoluzionato la loro immagine, e l’immagine stessa di un live show per dj. È stato un lavoro che non si è fermato alla progettazione dei visual, e nemmeno alla cura live dei video e delle immagini: ha influito su YouTube, sui contenuti web. Ha costruito un immaginario, ed è una grossa responsabilità.

 

Come funziona il tuo lavoro in tour, fisicamente che fai?
Fisicamente è tutto live, è un vj set che va in sincrono con il dj set, tutto rigorosamente dal vivo. Ogni giorno incontriamo sfide diverse su palchi diversi, e questo significa programmare contenuti appositi per ogni show. Ad esempio, con Steve Aoki, a parte pochi momenti fissati in precedenza, in cui parte un pezzo e io faccio partire un video che un software provvede a sincronizzare, è tutto improvvisato. Lui è uno che cambia scaletta ogni sera e non ripete mai le stesse sequenze. Perciò bisogna essere sempre attenti e vigili per riuscire a interpretare al meglio il suo set con la controparte visiva. Non so mai cosa aspettarmi, non esiste una tracklist.

 

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Stiamo sfatando il mito del dj che “schiaccia play”.
No, no, non è assolutamente così… sarebbe comodo!

 

Le immagini e i visual però sono decisi in fase di preparazione di un tour, no? Facendo un passo indietro, torniamo a quanto mi dicevi prima su moodborad e bozze…
Si studia un concept con l’artista, in genere siamo noi a interpretare ciò che desidera. Abbiamo ampia libertà, anche se ci sono delle linee guida da seguire, ovviamente, e l’approvazione finale è dell’artista stesso e del suo team. Alcuni sono molto attenti, altri hanno le idee meno chiare. Steve è uno molto lucido, per esempio. È attentissimo a ogni dettaglio.

 

Come gestisci questo aspetto del lavoro? Fate molte prove?
Dipende molto dal tipo di spettacolo che portiamo in giro. Alcuni tour prevedono un periodo di prova. Steve Aoki è uno di questi casi, recentemente abbiamo avuto due serate molto importanti a Londra e Liverpool, e ci ha chiesto di effettuare delle prove. In altri casi, dove lo show non ha una nostra produzione, le cose sono più semplici e lineari. Quando si tratta dei live di cantanti o band, le prove sono spesso lunghe, anche mesi.

 

Tre grandezze, tre tipologie di serata: quali differenze trovi tra lavorare in un club, spazio piccolo dove l’allestimento e la produzione non sono vostri; in un palazzetto o arena, più ampi e dove invece avete un vostro palco e un allestimento interamente a carico; e un festival, grande spazio all’aperto dove la situazione prevede un po’ di entrambe le soluzioni?
A me i festival piacciono tantissimo perché mi posso sbizzarrire, tipo Creamfields, per dire. Ovviamente però la responsabilità è maggiore; nei club mi diverto, Steve si diverte per primo e crea il clima giusto per lavorare. Sono molto più tranquillo in quelle situazioni, sembra più semplice, in realtà c’è maggiore libertà nel trattare i video ma serve parecchia attenzione per seguire ciò che fa il dj. Una serata in un club che non dimenticherò è stata la Baia Imperiale la scorsa estate. Un caldo incredibile, una situazione surreale.

 

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C’ero anch’io! Pensa che ero dietro la consolle, di fianco alle torte che Steve doveva lanciare, e la panna si è sciolta dal caldo prima che iniziasse a suonare.
Ahahah! Però serata bellissima. Le arene invece sono luoghi strani, perché in certi momenti ti rendi conto di quante persone hai davanti ed è davvero emozionante.

 

Come vedi questa professione in Italia, in Inghilterra, nel resto del mondo, secondo la tua esperienza professionale? Che differenze trovi dal punto di vista della preparazione e anche della percezione esterna, come viene considerato?
In Inghilterra il livello tecnico è altissimo. Il mercato della musica qui produce tanti soldi, un grande giro d’affari, e per questo in qualche modo è “protetto” dal governo, che ne tutela le professioni e le maestranze. Quindi, come puoi immaginare, si crea un circolo virtuoso che permette la formazione di figure professionali di alto livello, che a loro volta diventano eccellenze richieste in tutto il mondo e e capaci di creare ingenti guadagni. Anche figure come il backliner, o il roadie godono di compensi e trattamenti adeguati. Infatti buona parte dei management, delle agenzie e dei service di una certa caratura sono inglesi. Quasi tutti i tour mondiali importanti vengono qui a fare le prove e a progettare i palchi. In Italia non manca la professionalità, ci sono tantissime persone preparatissime; ma è il mondo della musica a non raggiungere dimensioni e credibilità tali da fare in modo che venga preso in seria considerazioni per ragioni economiche, perciò si fatica aa creare un vero mercato, con una struttura e delle regole solide. È tutto molto più precario. In Inghilterra ci sono almeno venti festival di grosse dimensioni, solo a Londra e dintorni. In Italia non esiste un festival di grandi dimensioni.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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