Giovedì 03 Dicembre 2020
Interviste

Musica da vedere: Luca Belli e Filippo Rossi

 

 

Continua con loro il nostro viaggio nel mondo delle professioni legate alla musica. Luca Belli e Filippo Rossi si occupano rispettivamente di grafica, di video e di direzione artistica per live show, dj set, programmi televisivi e molto altro. Ci raccontano tutti i retroscena del loro affascinante mestiere.

 

Raccontatemi in breve chi siete e qual è il vostro lavoro.
Luca Belli: Mi chiamo Luca Belli e vivo a Milano. Non riesco ancora a definire bene quale sia il mio lavoro e la cosa mi piace: nella sostanza faccio sì che tutti i progetti di direzione artistica possano realizzarsi. Mi piace sporcarmi le mani. Non voglio e non posso definirmi art director, ma è quello che vorrei diventare un giorno.
Filippo Rossi: Sono Filippo Rossi, mi occupo in maniera il più disomogenea possibile di tutto quello che riguarda il video, con una predilezione per l’interattività e per la sinergia tra video e musica.

 

 

SANSIRO

 

Come siete arrivati a fare ciò che fate? Qual è stato il vostro percorso?
L: Mi sono laureato in Architettura a Bologna e ora sto concludendo un secondo corso di laurea magistrale al Politecnico di Milano in Design della comunicazione. Per un po’ ho lavorato come architetto, poi ho deciso di provare ad entrare in un mondo che mi ha sempre affascinato. La fortuna ha voluto che incontrassi Sergio Pappalettera, che da sempre collabora con molti artisti in ambito musicale e che mi ha trascinato nel suo vortice lavorativo.
F: A 16 anni ho iniziato a lavorare nel teatro, prima come tecnico e poi seguendo progetti di illuminotecnica. Nello stesso periodo un amico (Kremont di Merk&Kremont) mi ha chiesto se avevo voglia di andare a fare il VJ a una serata di cui seguiva l’organizzazione. Più avanti il video mi sembrava il campo che poteva offrirmi un miglior punto di vista narrativo e tecnico. Allo IED ho incontrato Claudio Sinatti, grazie al quale ho conosciuto mondi che nemmeno pensavo esistessero: l’idea del visual che si modifica in tempo reale seguendo la volontà del performer mi sembrava trasformare il video stesso in uno strumento musicale, da suonare come ne avevo voglia al momento, e questa cosa per me chiudeva un cerchio. Ho iniziato a seguire quanti più progetti del genere potevo, arrivando a portare come tesi una performance al festival Terraforma suonata dal vivo da un sound designer, e performata da me in tempo reale anche dal punto di vista visivo. Successivamente ho lavorato da freelance collaborando con diverse realtà, fino ad approdare da Sugo quando Steve Polli mi ha chiesto di lavorare con lui per il tour di Jovanotti.

 

Che tipo di progetti seguite?
L: Ci occupiamo dei visual per programmi televisivi o concerti, lavoriamo su progetti discografici, editoriali, video installazioni o design di capsule collection: artwork di ogni tipo.
F: Di tutto, dai progetti legati al video tradizionale, quindi ripresa, montaggio, post-produzione o motion design, ma anche e soprattutto progetti di interattività o legati al video collocato su palchi, eventi e altre situazioni strane.

 

So che lavorate sia con i live, sia con le grafiche, sia con programmi TV, per fare esempi molto diversi tra loro. Quale ambito preferite?
L: La maggior parte delle volte il filo conduttore è la musica, quindi potrei dire i tour live. Anche se poter lavorare a 360° sui progetti è la forza che ci permette di avere continue influenze dai diversi ambiti.
F: Mi annoio presto, quindi cambiare e poter passare da una situazione all’altra per me è la chiave per rimanere appassionato a quello che sto facendo. I tour live sono una delle esperienze che preferisco: sono emotivamente legato all’ambito musicale più ancora che a quello del video, e poter lavorare per far funzionare questi due mondi in sinergia è una delle soddisfazioni più belle del mio mestiere.

 

 

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Momento di panico: vi è mai successo l’imprevisto dell’ultimo secondo? Mi raccontate un momento del genere?
L: Potrei fare una lista di imprevisti che non finisce più! Da generatori fusi dal caldo a piogge torrenziali durante spettacoli live, macchine che decidono di smettere di funzionare proprio un momento prima dello show. Recentemente è capitato che un ledwall ha creato un disturbo e mentre noi eravamo disperati nel cercare soluzioni al riguardo è arrivato il manager dell’artista che dice: “fighissimo quell’effetto che avete fatto”; a quel punto sorridi e annuisci senza dire una parola. Ma il classico imprevisto è quello che arriva poco prima della messa in onda e dice: “Luca, ho avuto un’idea!”, a quel punto sai perfettamente che sono problemi per tutti, e che la tua pausa è saltata. In questi casi bisogna far comprendere alle persone che lavorano con te che “quel segno” ha una forza semantica nel progetto generale, e non è solamente un virtuosismo personale.
F: Di base, non va mai tutto liscio, e una parte fondamentale del nostro lavoro è sapere già che l’imprevisto ci sarà, cercando anzi di prevedere quale può essere, per poterlo affrontare nel modo meno ansioso possibile. Mentre ero in follow-up sull’ultimo tour di Pezzali – quindi mi limitavo a modificare i visual prima che lo spettacolo iniziasse – a Rimini, nel momento in cui bisognava aprire i cancelli e far entrare il pubblico, la macchina che doveva lanciare i video a tempo con la musica è impazzita e non seguiva più i tempi programmati. Uno di quegli imprevisti davanti ai quali è difficile rimanere tranquilli, ma è l’unica cosa sensata da fare: dopo un’oretta di tentativi a vuoto si è riusciti a far ripartire tutto e iniziare lo spettacolo.

 

Come ce la si cava in quelle situazioni?
L: Bisogna avere una visione globale nei dettagli del progetto in modo da poter intervenire in maniera precisa lì dove è nato il problema. Forse alla fine è dagli imprevisti che nasce il mio ruolo: devo capire quali sono i tempi e le esigenze ed intervenire per concludere il lavoro nei migliori dei modi.
F: A costo di ripetermi: cercando di rimanere lucidi. E ovviamente con la prevenzione. Cerco di tenere sempre un margine di intervento nella programmazione anche durante lo show, se ho necessità di fare delle correzioni al volo, e di avere dei “tappi” o dei contenuti di backup su un sistema parallelo che possono coprire un eventuale errore del sistema principale. In generale, anche una buona dose di fortuna non fa mai male.

 

 

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Quali sono i vostri sogni per il futuro? Come vedete il vostro lavoro nei prossimi anni, cosa vi piacerebbe fare?
L: Una vita in tour non sarebbe male, ti permette grandi possibilità di espressione e tempi di lavoro molto intensi, ma anche periodi più tranquilli dove poter fare ricerca e guardarti attorno, cosa fondamentale per essere sempre aggiornati su quello che avviene nel mondo.
F: Continuare su questa strada. Alternare ruoli creativi e tecnici mi diverte molto, e non ho intenzione di smettere a breve. Le possibilità sono infinite, e questo è un campo che ha ancora dei margini di sviluppo e dei nuovi campi di applicazione di cui a stento riusciamo a vedere i confini. Il mio obiettivo è di puntare più che posso sul musicale: il livello di sinergia e affiatamento tra musica, luci e video è molto più basso di quello che potrà essere in futuro.

 

Mi sembra che il vostro sia un settore molto particolare, da un lato forse mancano certe tutele professionali ma dall’altro siete piuttosto fortunati, sia per la libertà creativa, sia per l’opportunità di lavorare in modo abbastanza slegato da dinamiche “da ufficio”. Mi sbaglio?
L: Ogni tanto sono anche io seduto ad una scrivania, ma la fase “in cantiere” è quella che preferisco; è quella che ti dà l’energia e la spinta per rinnovarti continuamente. Mi piace essere indipendente e libero da dinamiche da ufficio, il mio lavoro è la mia passione e quindi non sento la pressione di dover fare qualcosa, faccio ogni lavoro perché credo nel progetto e voglio ottenere il miglior risultato possibile.
F: Ognuna delle persone che conosco che fa il mio lavoro o qualcosa di simile ha una situazione diversa da tutti gli altri. Ci sono le agenzie e i grossi studi, dove a maggiori sicurezze e tutele corrisponde una minore libertà, sia personale sia – spesso – creativa. C’è un sottobosco di piccoli studi e collettivi, dove spesso e volentieri le tutele sono inesistenti, come del resto i contratti, ed è tutto un po’ lasciato alla giornata, privilegiando invece la libertà creativa di ognuno, e anche quella di potersi gestire. Io ho aperto la partita IVA a 19 anni, e resto convinto che muovermi da freelance sia l’unico equilibrio a cui riesco a dare un senso: la mia libertà resta in mano mia, come a me resta il saperla vendere. C’è una parte di rigidità estrema nel rendere conto al cliente, ma è compensata dal sapere che in ogni caso nessun contratto mi lega a qualcuno o a qualcosa. Anche ora che collaboro quasi a tempo pieno con uno studio, preferisco che le poche tutele su cui posso contare restino in mano mia.

 

 

JOVA TASTIERA

 

 

Come viene vista la vostra professione nel nostro Paese? C’è modo di applicare la creatività nella maniera giusta o sentite di avere dei freni?
L: La figura che ricopro non posso definirla bene neppure io, quindi non sempre è facile spiegare che tipo di lavoro faccio. Di fatto viviamo in un Paese che non ha tutte le porte aperte per chi ha idee e voglia di mettersi in gioco. Tuttavia ci sono molte realtà che meritano davvero di andare avanti. Credo sia giusto che le opportunità non cadano dal cielo, bisogna crearsi un’occasione e lavorare sodo, è sempre stata la mia filosofia.
F: La stragrande parte della mia esperienza si basa sul mio vissuto qui in Italia, quindi mi è difficile fare un confronto con l’estero. Il modo di applicare la creatività c’è sempre, altrimenti non sei abbastanza creativo! Il tema è semmai quello di far comprendere il proprio lavoro a chi la creatività deve richiederla o valutarla: non è sempre semplice mostrare il valore aggiunto di qualcosa a chi non ha i mezzi per comprenderlo. Noto che in certi ambiti una sana competitività si trasforma in una concorrenza che non ha molto a che fare con lo stimolo a far meglio, e questo rende il mercato un po’ strano. Del resto, è un campo in continua modifica e sta a noi sta il diritto-dovere morale di cercare di fare di più, fare meglio e sviluppare dove possibile nuove forme di ricerca.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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