foto: ufficio stampa Nicole Moudaber
Da Beirut alla scena internazionale, passando per la Nigeria e Londra, Nicole Moudaber ha costruito negli anni la propria carriera sulla coerenza, sull’istinto e sulla capacità di non seguire le tendenze del momento. DJ, producer, label boss e anima dell’etichetta discografica In The MOOD, nel 2026 ha continuato ad ampliare il proprio spettro musicale con l’EP ‘Twistin’ My Mind’ (centesima release per la sua label), la collaborazione con Danny Avila in ‘Welcome 2 Miami’ e i più recenti ‘Body and Soul’ e ‘She Loves My Music feat POSITIVV / Think About You’, quest’ultimo uscito in concomitanza con questa intervista. Il tutto mentre Moudaber sta lavorando a un nuovo album, un progetto nel quale stanno confluendo sonorità e richiami trasversali, senza perdere il legame con groove e funk che affonda le radici nella sua formazione musicale in Nigeria.
Con DJ Mag Italia Nicole Moudaber ha parlato di identità, libertà, social media, donne nell’industria musicale, del rapporto con Beirut e Nigeria e, naturalmente, del dancefloor. Con la consueta franchezza racconta anche perché non abbia mai avuto particolare interesse a inseguire mode o aspettative altrui. ‘una sensazione, poi saranno gli altri a darle un’etichetta’, spiega parlando del suo approccio alla produzione. Una filosofia che riassume bene il lavoro di un’artista che, dopo quindici anni dietro la consolle, continua a considerare il proprio viaggio tutt’altro che concluso.
Hai costruito un’identità molto forte come artista, ma anche come persona che non ha mai avuto paura di parlare apertamente di ciò che ritiene importante. Quanto conta per te essere riconosciuta non soltanto per la tua musica, ma anche per la persona che sei?
È molto importante per me. Non ho mai voluto che le persone conoscessero soltanto la musica e nulla della persona che c’è dietro. La realtà è che non sempre una donna che dice quello che pensa viene apprezzata, soprattutto in un’industria ancora in gran parte dominata dagli uomini. Una donna diretta, determinata e che non ha paura di dire esattamente ciò che pensa può mettere a disagio qualcuno. Ma le persone sicure di sé e con una personalità forte generalmente capiscono da dove arrivo. A questo punto della mia vita non mi interessa censurarmi perché qualcuno potrebbe non essere d’accordo con me. I social hanno fatto sentire tutti autorizzati ad avere un’opinione su di te, sulle tue scelte, sulle tue parole e sulla tua vita. È diventato così normale che, francamente, lo trovo noioso. Per fortuna, non pago i conti con le loro opinioni (sorride – ndr). Le persone hanno tutto il diritto di non essere d’accordo con me, sia chiaro; io ho lo stesso diritto di non preoccuparmene. Troverò sempre la mia tribù, le persone che condividono i miei valori, che mi capiscono e si riconoscono in ciò che rappresento: è questo che conta di più.
Sei per metà libanese e Beirut ha sempre avuto un ruolo importante nella tua storia. Come è cambiato negli anni il tuo rapporto con il Libano e cosa significa oggi Beirut per te?
Il Libano è sempre stato una parte enorme di ciò che sono, ma lo è anche la Nigeria. Sono nata a Ibadan, in Nigeria, da genitori libanesi, quindi ho sempre portato con me entrambe le identità. Beirut mi ha plasmata profondamente. Mi ha dato libertà e ribellione, musica e senso di comunità. È anche il luogo dove ho iniziato a organizzare feste e ho capito la forza di mettere insieme persone completamente diverse sulla stessa pista da ballo; più invecchio, più sento il legame con le mie radici. Il Mediterraneo, la parte fenicia che è in me: questo legame oggi è più forte che mai. Quando torno, è soprattutto per la famiglia, gli amici d’infanzia e per ritrovare la persona che ero prima della carriera; Beirut è bellezza, forza e casa. La Nigeria è parte del mio sangue e porto entrambe con me ovunque vada.
Dopo l’esplosione del porto di Beirut nel 2020, hai contribuito a riunire la comunità internazionale della musica elettronica con Together For Beirut. Che cosa ti ha insegnato quel momento sulla forza — e forse anche sulla responsabilità — della comunità globale della dance music?
Il modo in cui tutti si sono mobilitati intorno a me e a Beirut per raccogliere fondi è stato incredibile: tutta la comunità ha risposto presente e questo mi è rimasto nel cuore. La musica ha sempre avuto questo potere per me: l’ho visto con la mia prima festa a Beirut dopo la guerra, quando ho portato musulmani, ebrei, cristiani e drusi sulla stessa pista da ballo. E l’ho visto di nuovo con Together For Beirut: è questo il vero significato di questa comunità. Quando accade qualcosa di più grande di noi, abbiamo la responsabilità di esserci, usare la nostra voce e aiutare dove possiamo. La musica unisce le persone. L’ho visto con i miei occhi.
Venendo da un Paese in cui musica e nightlife hanno spesso convissuto con instabilità politica e sociale, pensi che questa esperienza abbia influenzato il tuo modo di intendere la libertà, la nightlife e il ruolo della pista da ballo?
Assolutamente. Crescere in un contesto instabile cambia il modo in cui concepisci la libertà. Capisci molto presto che non puoi mai darla per scontata. Per me la nightlife non è mai stata soltanto uscire la sera; a Beirut, per esempio, la pista da ballo diventava un luogo in cui le persone potevano dimenticare per qualche ora le divisioni che esistevano fuori e semplicemente stare insieme. Niente religione, niente politica, niente etichette: soltanto persone, musica ed evasione. Ancora oggi vedo la pista da ballo come un luogo di libertà, uno spazio in cui staccare dalla routine quotidiana, dalle pressioni e dai problemi. Da fuori può sembrare soltanto una festa, ma a volte significa molto di più.
Sei nella musica elettronica da abbastanza tempo per aver visto passare diverse generazioni, scene e tendenze. Che cosa ti entusiasma davvero dell’attuale mondo della musica elettronica e cosa invece ti preoccupa?
Suono da soli quindici anni, quindi rispetto ad alcuni dei miei colleghi sento di avere ancora molta strada davanti. Le mode vanno e vengono. A volte la musica elettronica sembra la moda: ogni pochi mesi arriva una nuova collezione e improvvisamente quella precedente non conta più, ma io non ho mai seguito le tendenze; preferisco fare le cose a modo mio e, se qualcuno mi segue o mi copia, lo considero il più grande complimento. Quello che mi entusiasma di più è suonare davanti a un pubblico preparato, trovare quei brani che sono vere bombe da condividere sulla pista e vedere le persone perdere completamente il controllo. Vivo per quella sensazione: vedere gente che si bacia, urla, impazzisce insieme. Questo legame è ancora tutto per me. Mi preoccupa invece che una parte delle nuove generazioni che oggi ascolta musica elettronica non conosca abbastanza la cultura e la musica che hanno costruito tutto ciò che abbiamo. Molto è stato annacquato e reso usa e getta. Se potessi comprare una copia di un Picasso a 10 euro al supermercato, probabilmente non ti importerebbe molto se il giorno dopo sparisse: è quello che succede quando si toglie valore a qualcosa. Dobbiamo proteggere la qualità, la storia e l’integrità di questa musica e rispettare ciò che le generazioni precedenti hanno costruito.
C’è una certa intensità che attraversa la tua musica, ma anche il modo in cui comunichi con il pubblico. Da dove pensi che arrivi: dalla tua personalità, dalle tue esperienze di vita o semplicemente dalla musica?
Davvero? Mi si ritiene intensa? Non lo sapevo (ride – ndr). Credo dipenda dalla mia personalità: sono molto passionale e, a pensarci bene, piuttosto estrema. O faccio le cose fino in fondo oppure non le faccio affatto: sono fatta così. È lo stesso con la musica: amo i brani non ovvi, quelli che si ripetono in un modo che lentamente ti entra in testa e ti porta in trance senza che tu te ne accorga. Probabilmente è questa l’intensità che si sente: non si tratta di essere rumorosi o aggressivi, ma di quella sensazione ipnotica che arriva quando la musica prende il sopravvento e ti perdi completamente dentro di essa. In realtà mi piace che l’abbiate notata.
Hai costruito una carriera alle tue condizioni e sei rimasta sorprendentemente coerente con la tua identità artistica. C’è mai stato un momento in cui hai seriamente pensato di cambiare direzione perché l’industria ti chiedeva di diventare qualcun’altra?
Non proprio. Certo, ci sono stati momenti in cui l’industria andava in una certa direzione e sentivi la pressione a seguirla, ma non sono mai stata molto brava a fare quello che gli altri si aspettano da me. Mi fido del mio istinto: le mode vanno e vengono, i suoni cambiano e l’industria cambia, ma se continui a inseguire tutto questo finisci per perdere te stessa. Sono cambiata molto negli anni, ma è diverso. Se cambio direzione deve venire da me, non perché qualcuno mi dice come dovrei suonare, come dovrei apparire o chi dovrei essere. Preferisco fare le cose a modo mio, anche se questo richiede più tempo.
Il tuo ultimo singolo arriva in un momento in cui la musica elettronica è sempre più globale e sempre più difficile da definire per generi. Quando inizi un nuovo brano, pensi ancora in termini di techno, house e altre categorie oppure per te questi confini sono completamente scomparsi?
Di solito so esattamente dove voglio arrivare perché mentre produco il brano sono già sulla pista da ballo con la testa. A volte sono in un magazzino buio e penso: che cosa mi trascinerà nel vortice? Altre volte sono allo Space Miami alle sette del mattino e penso: che cosa mi farà muovere tutto ciò che ho sotto la vita, sentirmi sexy e magari prendere delle decisioni discutibili dopo? Quindi no, non sto a preoccuparmi se sia techno, house o qualsiasi altro genere vogliano inventarsi i ‘poliziotti del genere’. Inseguo una sensazione, poi saranno gli altri a darle un’etichetta.
Dopo tanti anni di tour e performance, che cosa riesce ancora a sorprenderti dietro la consolle? E cosa ti fa pensare: “è esattamente per questo che sono diventata DJ”?
Il pubblico riesce ancora a sorprendermi continuamente. Posso entrare in una stanza con un’idea precisa in testa e poi l’energia è completamente diversa e improvvisamente il set prende una direzione che non avevi previsto. Lo adoro. Mi piace essere costretta a reagire e a rischiare, mettere un brano che non avevo programmato e vedere la sala esplodere: questo legame è tutto. Ci sono momenti in cui perdo completamente la cognizione del tempo, smetto di pensare a che cosa arriverà dopo e sono semplicemente lì, dentro quel momento, insieme a tutti. È allora che penso: è esattamente per questo che sono diventata DJ. Questa sensazione non si può fingere e soprattutto non si può programmare.
Se potessi tornare indietro e parlare con la Nicole Moudaber che stava appena iniziando il suo percorso nella musica, che cosa le diresti che non avrebbe mai potuto imparare da un altro DJ o producer?
Le direi: “Nicole, fidati del tuo istinto, ma ogni tanto ricordati di alzare lo sguardo”. Allora ero completamente immersa nella musica, nei viaggi, nella prossima serata, nella prossima idea da portare avanti. Questo era il mio mondo e adoravo viverci dentro. Quando sei così concentrata, però, è naturale non accorgerti di ciò che accade intorno a te. Quindi le direi: continua a essere ossessionata, perché quella ossessione è una parte di ciò che ti ha portato fin qui, ma continua anche a essere curiosa di tutto ciò che esiste al di fuori. Presta attenzione alle persone e alle conversazioni, anche alle cose che inizialmente non ti dicono nulla. Non guardo indietro con rimpianto. Oggi semplicemente capisco che a volte le cose migliori arrivano da luoghi in cui non le stavi nemmeno cercando.
I social media sono cambiati enormemente da quando hai iniziato a usarli. In passato hai detto che sono utili per promuovere la musica e aumentare la visibilità, ma che dai più valore alla comunicazione diretta con il pubblico. Il tuo rapporto con i social è cambiato ancora negli ultimi anni?
Oggi mi metto davanti alla telecamera più di quanto facessi prima. Per molto tempo non mi sentivo a mio agio nel mostrare il mio volto o nel mostrare troppo di me: ero molto più felice di lasciare che fosse la musica a parlare, ma oggi i social sono diventati molto personali. Le persone vogliono vedere la persona dietro l’artista, non soltanto l’ennesimo video da un festival. Quindi mi sono lasciata andare un po’ di più. Mostro maggiormente me stessa, parlo di più e sono un po’ più aperta: in realtà mi sto divertendo più di quanto pensassi. Detto questo, continuo a dare più valore al contatto reale: datemi una stanza piena di persone, faccia a faccia, in qualsiasi momento. Significherà sempre più per me dei numeri su uno schermo.
Pensi che alla fine i social abbiano reso più autentico il rapporto tra artisti e pubblico o abbiano creato una pressione a interpretare continuamente una versione di sé stessi che va oltre la musica?
Senza il minimo dubbio c’è pressione. Io vengo da una concezione secondo cui il DJ non è la star, lo è la musica: preferisco stare al buio, senza luci puntate addosso, e lasciare che siano gli altoparlanti e le casse a parlare. Non dovremmo creare personaggi soltanto per adattarci a un certo formato di consumo, ma i social hanno cambiato le cose, che ci piaccia o no. Ho imparato ad assecondare questa realtà e a renderla divertente per me e per il mio pubblico; siccome continuo a essere me stessa anche attraverso i social, quella parte rimane autentica.
Hai suonato molte volte in Italia nel corso degli anni. Come vedi oggi la scena italiana dei club e dei festival rispetto agli altri Paesi che frequenti abitualmente? C’è qualcosa del pubblico o dei promoter italiani che apprezzi particolarmente, o qualcosa che pensi potrebbe essere migliorato?
Amo il caos, la follia e la frenesia! Vengo dal Mediterraneo, quindi per me è assolutamente normale: essere calorosi, passionali, espressivi: è proprio questo che mi attrae del pubblico italiano. Alla fine le persone, ovunque si trovino, sono più simili di quanto pensiamo: possiamo non parlare la stessa lingua, ma sul dancefloor ci capiamo perfettamente. Siamo connessi in moltissimi modi.
Prima che house e techno diventassero una parte così importante della tua vita, quale è stata la tua formazione musicale da adolescente? Quali artisti, dischi o sonorità hanno formato i tuoi gusti e ci sono influenze che senti ancora oggi nel modo in cui suoni o produci?
Sono cresciuta in Nigeria ascoltando funk, soul, blues e molto Afrobeat. Fela Kuti, il re dell’Afrobeat, era tutto per me! E no, non sto parlando dell’Afro house che si sente ovunque oggi. In Nigeria il ritmo fa semplicemente parte della vita: è forte, è fisico, è nelle strade e nel modo in cui le persone si muovono. L’ho assorbito senza rendermene conto e quella cosa è rimasta dentro di me, e lo sento in tutto ciò che produco. Anche la techno più veloce e più scura ha groove e ha anima. Non potrei togliere la Nigeria dal mio sound, nemmeno se ci provassi. E non voglio assolutamente farlo.
Ci sono più donne che mai in posizioni di rilievo nella musica elettronica, sia dietro le consolle sia sul versante business. Dal tuo punto di vista, le donne hanno finalmente conquistato lo spazio che meritano nel DJing o l’industria è ancora meno equa di quanto possa sembrare dall’esterno?
Per molto tempo, sinceramente, ho ignorato questo tema, forse perché all’epoca non mi riguardava davvero. Ero headliner ovunque e facevo semplicemente le mie cose, senza guardare la situazione da quel punto di vista. Oggi la vedo molto più chiaramente: abbiamo ancora molta strada da fare, ma abbiamo anche fatto un enorme passo avanti; ci sono più donne alla guida di aziende, che gestiscono alcuni dei più grandi artisti al mondo, che guidano team e le artiste stanno facendo cose incredibili. Vedo però ancora disuguaglianza nella percezione delle donne. Nel modo in cui veniamo giudicate, nel modo in cui ci si rivolge a noi o nelle aspettative diverse sul nostro comportamento. E non arriva soltanto dagli uomini di questa industria: esiste anche nella vita quotidiana. Questa percezione deve essere superata, perché le donne hanno già dimostrato quanto valgono: il problema non è più se abbiamo il diritto di stare lì, ma se alcune persone riescono ad accettare che ci siamo. E, dopotutto, abbiamo la cosa più vicina al potere di Dio: creiamo la vita. Ricordatelo.
23.10.2026




