Domenica 15 Dicembre 2019
Interviste

No Label è il nuovo che avanza, e avanza bene

Vent'anni, padovano, mescola stili diversi e il suo album di debutto è una vera sorpresa, tra Dj Shadow, sample, folk, etnicismi e la voglia di forzare le barriere di ciò che è ormai convenzionale

No Label è un producer che incuriosisce perché all’interno di un panorama dalle coordinate spesso molto prevedibili, come quello urban italiano, sembra riuscire a trovare una via diversa, un modo nuovo di dare voce alla propria creatività. Giovane (20 anni), fresco di uscita con il suo album omonimo per Pluggers, label che nell’ultimo anno ha raccolto a sè personaggi e dischi decisamente interessanti, incrocia la via del “nuovo rap” alternativo, quello che non ha paura di mettersi in vetrina e di cercare numeri e consensi, ma lo fa senza rinunciare alla propria attitudine e senza cercare troppi compromessi. Anche perché ormai non servono più. Abbiamo conosciuto meglio questo artita nella sua prima intervista in assoluto.

 

Il tuo album è molto coeso e, allo stesso tempo, esplora stili differenti nelle varie tracce. Sei molto giovane eppure si percepiscono ispirazioni non così palesi, hai una impronta forte. Ci sono delle influenze nascoste nelle tue produzioni?
Non ho riferimenti artistici da anni, a dire il vero. Nel tempo mi hanno ispirato gli anni ’70 del prog rock, certa “world music”, come si definiva tempo fa; il folk, le percussioni, Fela Kuti… in generale mi ispira un certo taglio etnico, particolare, ma anche per opposti l’elettronica contemporanea, l’avant-pop. Artisti come SOPHIE, Iglooghost hanno un’influenza nei miei sound più contemporanei nel disco.

Che fai in studio, qual è il tuo modus operandi?
Non ho un vero modo di lavorare fisso, non c’è una routine. Spesso mi succede di essere in giro e mi svariona una certa idea, magari penso “vorrei fare una traccia in cui ci sono la chitarra folk e le percussioni etniche”. Se l’idea mi resta in testa, quando arrivo a casa, in studio provo a concretizzare l’idea. Se invece la domanda ha un riferimento più tecnico, come sequencer uso Logic, amo modellare il suono delle singole componenti per dare un taglio personale, è difficile che prenda un sample e non ci metta nulla per rallentarlo, distorcerlo, plasmarlo. Adoro quella fase della produzione.

Quanti anni hai?
20 anni e un mese.

Produci da molto?
Da molto poco, ho iniziato suonando, nasco chitarrista classico, poi grazie ai Nirvana che ho scoperto girando su internet ho iniziato con la chitarra elettrica, poi il basso. Ero alle superiori, a quel punto ho messo in piedi una band con gli amici, la tipica band di adolescenti. Un classico. Il gruppo è durato fino al 2017, poi si è sciolto e ho iniziato a produrre per dei miei amici, e mandando la mia roba in giro sono arrivato a Pluggers, e sento che produrre è la mia cosa, mi trovo perfettamente a mio agio.

Prima hai detto “casa” e subito dopo “studio”. Studio o casa? Dove hai lo studio?
Ho uno studio in casa, in garage. Come molti sfrutto una stanza della casa per allestire lo studio.

 


Di dove sei?

Sono di Padova.

Come vivi al tua città? Una decina di anni fa si parlava molto della rinascita della provincia come luogo creativo, oggi invece sembra che i centri urbani, su tutti Milano e poi Roma, abbiano polarizzato la concentrazione di artisti e creativi.
Prima di connettermi con la scena milanese vivevo Padova come un grosso limite, non c’è uno scenario così sviluppato e intenso, ma mi ha dato più fame, voglia di crederci. Altro fattore negativo, ovviamente, la distanza da Milano, che è il centro del mondo per la discografia italinaa. Il più grande sbatti è prendere spesso il treno, per dire. Ma ci sta. Nonostante Padova non sia così ricca musicalmente, le idee vengono fuori bene, c’è una tranquillità che è l’altra faccia della medaglia. Cambiare luogo significa cambiare ispirazioni, perché cambia il ritmo di vita, le abitudini, il paesaggio fuori dalla finestra. Cambia tutto, anche se apparentemente cambia poco.

Mi parli delle collaborazioni nel tuo album?
Ci sono Barracano, Dola, Ugo Borghetti e Crookers. Non volevo fare un classico “producer album” nel senso italiano del disco, con i miei beat e ospiti su ogni pezzo come la raccolta delle figurine. Ce ne sono già troppi in giro e non avrrebbe avuto senso; invece volevo avere pochi ospiti coerenti con quello che è il mio stile oggi. Devo dire che se Barracano e Ugo sono rapper che danno un contributo molto preciso e complementare al mio beatmaking, Dola mette in campo la melodia, canta, ed è un’altra faccia della mia musica. Con Crookers il discorso è ancora diverso perché è un producer che qui rappa. Ogni tanto lo fa. Però chiaramente il suo taglio da producer in qualche modo emerge.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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