Domenica 15 Dicembre 2019
Costume e Società

Non era meglio prima: le droghe, i luoghi comuni, la libertà e la responsabilità

L'episodio del Jaiss apre riflessioni su quanto sia cambiato il nostro mondo, dentro e fuori dai club. Sul rapporto della società con le droghe. E su quanto i club siano ancora vittima di luoghi comuni

Foto: Facebook Jaiss

Una ragazza è morta sabato notte in discoteca. Si chiamava Erika Lucchesi, aveva 19 anni. Il Jaiss (Mind Club) invece è il club dove è avvenuto il fatto. Un locale storico degli anni ’90 italiani, parte di quel movimento techno-progressive molto forte in Toscana (il Jaiss sorge a Sovigliana-Vinci, provincia di Firenze). il Jaiss riapriva proprio sabato, dopo anni di chiusura e varie vicissitudini. Il locale è stato posto sotto sequestro e le reazioni sono le solite: un bel carico di retorica su come un tempo fosse meglio, su come a quell’età non si debba stare in giro fino a tardi (così tardi), su come le discoteche siano il luogo privilegiato di spaccio e consumo di droghe, e in generale il centro gravitazionale di pessime abitudini. Tutto vero? Sì e no. In passato, ci siamo spesso interrogati su episodi simili, dato che questa rivista si occupa di dj e discoteche. Dalla tragedia del Cocoricò a quella del Setai di Bergamo fino alla strage della Lanterna Azzurra di Corinaldo. Ma in questo caso le cose stanno diversamente. Perché se è ingiusto accusare e sequestrare un club per fatti avvenuti al di fuori delle sue mura, la tragedia del Jaiss ha connotati diversi, e ci spinge a riflessioni molto più profonde e sulle quali non è semplice avere un’opinione precisa. Le responsabilità di un locale, se all’interno di un locale una persona muore, inevitabilmente ci sono, o perlomeno vanno verificate attraverso le indagini.

In primis, va detto che sì, è giusto e normale – è la legge – che un locale in cui muore una persona venga chiuso, posto sotto sequestro. Succede con i ristoranti e succede con le aziende, perché non dovrebbe succedere con un club? Certo, dalla nostra prospettiva dispiace vedere che deve succedere proprio durante la riapertura di un brand storico come Jaiss, che ha segnato un’epoca particolarmente felice per il clubbing italiano e la cui rinascita viene subito stroncata in questo modo drammatico. Questo però non deve diventare il viatico per puntare immediatamente il dito contro il “maledetto mondo delle notte”, alimentando la tradizione che vuole la discoteca, i suoi frequentatori e i suoi costumi bollati con il marchio dell’infamia di chi vive di trasgressioni a tutti i costi. Morire in discoteca ti condanna a morire di alcol e droga, non si mette minimamente in dubbio che le cause possano essere altre, magari anche naturali. Quando si muore in altri luoghi e in altre circostanze, nessuno pensa di collegare automaticamente le cause ad alcol e droga. Una discriminazione che è semplicemente ingiusta.

 

In questi casi le dinamiche possono essere le più disparate. Ma tutto ciò ci porta, al di là di dover prendere sempre e comunque una posizione di difesa verso quello che è un mondo di intrattenimento, di lavoro, anche di cultura, a un tema fondamentale a prescindere: sicurezza e prevenzione. Su cui sarebbe bene che tutti insistessero: istituzioni, organizzazioni, proprietà e gestioni dei locali, e perché no, artisti e addetti ai lavori. La sicurezza sono i controlli all’ingresso, la volontà di lavorare e collaborare con le autorità competenti, l’idea di polizia e controlli non come spauracchio ma come forza con cui fare fronte comune. La prevenzione è quella che, nel 2020, dovrebbe partire dalle famiglie, dalla scuola, da una volontà di fare informazione che parla ai giovani non per divieti e tabù, non per oscurantismo, ma per accettazione e messa in avviso di azioni, conseguenze, cause ed effetti delle sostanze che troviamo diffuse in ogni luogo, dai bar alle discoteche, dal posto di lavoro alla scuola, a volte anche in casa.

Viviamo in un mondo in cui le droghe, dalla cannabis all’eroina passando per MDMA, acidi e cocaina, sono rappresentati e trattati in pubblico (anche nella cultura di massa) senza troppi scrupoli. Ed è giusto così. Esistono, sono parte della nostra vita, e bisogna dipingere un quadro che permetta a chi sceglie di utilizzarle di sapere a cosa va incontro. Qualche anno fa, a Tomorrowland, mi stupì un cartello all’ingresso sotto un grande bidone, che diceva più o meno “lasciate qui le vostre droghe, non è consentito portarle al festival”. In pratica, era un invito a non farsi beccare dentro con qualche pillola, ma anche a non drogarsi. Anche se poi all’interno c’erano postazioni per test vari in caso qualcuno si fosse sentito male. Postazioni simili ci sono, sempre più spesso, in club e festival (mi viene il mente il Circolo Magnolia di Milano, mentre ad esempio al Kappa FuturFestival ci sono controlli molto capillari e anche postazioni in cui farsi test e controlli di vario tipo). Insomma, l’invito e l’intimazione (anche penale, visto lo spiegamento di forze di sicurezza) è quello a non drogarsi, ma se proprio si è in vena di esagerare, a farlo comunque con un minimo di criterio. In Australia si parla addirittura di legalizzare l’MDMA, con un discussione accesa da molti punti di vista.

 

E qui subentra un’altra riflessione, non proprio semplice da esternare, sicuramente controversa. In un momento storico in cui si parla di estendere il voto a chi ha compiuto 16 anni, quindi a elargire responsabilità civiche e sociali, se sei maggiorenne e assumi droghe, sei responsabile di ciò che stai facendo. In teoria, la colpa è solo tua. La verità è che non è mai così. Ci sono gli amici, la voglia di essere accettati, la collettività, la pressione dei fattori esterni, la voglia di evadere, la sensazione che non può succedere nulla di grave. La sentiamo a 40 anni, questa pressione, figuriamoci a 20. Eppure, bisogna imparare ad essere individui. In una società che non aiuta di certo i giovani ad essere adulti in fretta. Mentalità, abitudini culturali, impostazione della società spingono nella direzione opposta. Siamo tutti “giovani” fino a 35 anni. Ma a 20 si è già adulti, si dovrebbe essere in grado di guadagnarsi da vivere o anche di gestire una famiglia. Chiaro, oggi non succede spesso. A 20 anni siamo ancora dei ragazzini che vivono con i genitori, o fuori sede universitari, ancora in quel bozzolo che sono gli anni post-adolescenziali in cui molto ci è concesso e le responsabilità sembrano lontane e difficilmente immaginabili. Ma anche qui, dalla famiglia alla scuola fino a tutto ciò che può essere educazione, è necessario mettere in strada giovani donne giovani uomini che sappiano stare al volante, metaforicamente parlando. Responsabilità è una parola sempre pesante, ma anche se può sembrare strano, è sinonimo di libertà. Essere liberi significa assumersi la responsabilità di ogni propria scelta, non addossare sempre le colpe a qualcuno o qualcos’altro.

Morire a 19 anni è sbagliato, sempre, è un’ingiustizia che grida vendetta al cielo. In qualunque circostanza. Qualunque sia la causa. A maggior ragione, se capita durante una notte in cui si è usciti per fare festa, per divertirsi. Se vogliamo, tutti noi, da chi in questo mondo ci lavora e ci sta per passione, fino a un quando più ampio di tutta la società civile, essere utili e costruttivi, cerchiamo di non fare sempre spallucce, perché sui social non è figo parlare di temi così delicati. Esponiamoci. Facciamo in modo che questioni spinose come questa si affrontino anche in sedi “alte”. Alla faccia dei commenti da bar. C’è chi dice che una volta era meglio. No. Non lo era. Era solo tutto taciuto, c’era un’omertà che copriva e faceva dimenticare anche le tragedie. Fortunatamente, oggi abbiamo superato quell’ipocrisia. E le tragedie sono diminuite, non di poco. Ma possiamo e dobbiamo andare ancora oltre. “Siamo stati incompresi, giudicati e infine condannati a ballare per sempre”. Parole scritte come uno slogan sulla pagina Facebook del Jaiss. Al di là della suggestiva frase, sembra un monito generazionale. Ecco, sarebbe bello poter ballare per sempre senza essere giudicati né incompresi.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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