• LUNEDì 15 AGOSTO 2022
Interviste

“Non mi interessano le scorciatoie”: Frah Quintale racconta il nuovo EP e il suo percorso molto personale

Abbiamo intervistato Frah Quintale per l'uscita del suo nuovo lavoro 'Storia Breve', tra la storia della peculiare cover, TikTok, Kendrick Lamr e molto altro
Frah Quintale_Storia Breve

Frah Quintale è un artista anomalo per come funziona la musica italiana in questo momento. Inseribile nel casellario dell’indie così come della musica rap, si è sempre smarcato da etichette di ogni tipo, costruendosi pezzo per pezzo un percorso musicale riconoscibile e personale. Per questo ogni suo passo appare come la naturale prosecuzione del precedente, senza stra fare, senza sembrare ciò che non si è, senza la necessità di dover dimostrare a tutti i costi, e così costruendo risultati credibili e importanti in (relativamente) poco tempo. Non solo: questo percorso così lineare, ma costantemente in crescita, gli sta garantendo una fan base sempre maggiore, che cresce di progetto in progetto. Oggi è in uscita con un nuovo pezzo di questo percorso, un EP dal titoloStoria Breve‘, quattro pezzi che raccontano di una storia d’amore nelle sue diverse fasi. Si tratta, di nuovo, di un progetto affrontato in linea con quanto fatto fino ad oggi, ma con la voglia di giocare e battere nuove strade. Per parlare di questo e di tanto altro lo abbiamo incontrato, ne è nata una conversazione dove abbiamo parlato di questo nuovo lavoro, del suo percorso in generale, di Tik Tok, e di Kendrick Lamar.

StoriaBreve_Frah_Copertina

Come sta andando il tour?
Molto bene direi, considera che la band con cui ho suonato nel tour di ‘Banzai’ è la stessa con cui ho prodotto ‘Storia Breve’: Bruno Belissimo, Benjamin Ventura e Bonito. E finito il tour eravamo così presi bene, che ci siamo subito chiusi in studio nella settimana successiva. Era settembre, abbiamo preso una cascina a Volterra e ci siamo chiusi là per due settimane a suonare, abbiamo fatto un po’ di session e ‘Storia Breve’ nasce lì.

Ma funziona il fatto di chiudersi in una cascina a lavorare? O in generale in un ambiente esterno rispetto al classico studio a Milano, Bologna, Roma? Perché io seguo tanti artisti, e ogni tanto vedo foto della villa nel posto x, e mi chiedo se non sia solo una scusa per andare in vacanza.
Entrambe le cose: dopo due anni di pandemia dove siamo stati costretti a stare chiusi in studio – io per un certo periodo ci ho proprio vissuto – e quando sei lì non stacchi mai. Ma alle volte è più importante staccare che stare in studio, perché il tempo che passi fuori a non pensare alla musica è altrettanto importante, e anzi ti aiuta a concentrarti quando è il momento di stare in studio. Per me avere un posto che ha una doppia faccia, un luogo dove sto lavorando ma che mi permette di staccare e di farmi una passeggiata, è molto utile. Dopo questa prima session ne abbiamo fatte anche altre, una per esempio ad Arona (sul Lago Maggiore), dove abbiamo trovato questo spot che era un ex stazione di caccia e pesca, e siamo stati là una settimana-dieci giorni. Aiuta, c’è quella vibe da, sto lavorando, ma non sto lavorando. È un ritorno alle radici, a tornare a fare ciò che ti piace.

La copertina mi è piaciuta molto, avresti voglia di parlarmene? 
Certo, guarda il disegno è stato fatto due anni fa, poi ne ho rifatto un quadro perché mi piaceva molto.È tutto nato molto per caso ma si lega al disco: inizialmente non volevamo fare un EP, volevamo pubblicare un pezzo, poi sono diventati due, poi quattro, e alla fine cercando una copertina ho recuperato questo vecchio disegno con i quattro vasi. E si incastrava bene sia con il titolo, ‘Storia Breve’, sia con il tema dell’EP che è il racconto di una storia d’amore. Avendo questa divisione in quattro mi sembrava che fosse giusto. L’immagine del fiore che resta in piedi e del vaso che si rompe ha più spiegazioni, può essere che nella coppia uno dei due ci perde sempre, oppure che l’amore nonostante dove lo metti, resta sempre. Ci sono molte interpretazioni, io preferisco non darne, non credo sia costruttivo farlo con le arti e con la creatività in generale, ognuno ci vede quello che vuole.

La prima traccia dell’EP è quella che mi è piaciuta di più, più che altro per come usi la voce, che mi sembra un elemento portante di tutto il lavoro. Da dove nasce l’esigenza di sperimentare sulla voce? E poi se mi puoi raccontare qualcosa su questa prima traccia che secondo me è particolarmente interessante
L’esigenza era prima di tutto stilistica, io sono cresciuto ascoltando Madlib, che quando faceva Quasimoto si pitchava la voce, e mi piaceva tanto come aspetto, perché io ascoltavo lui, ma quello che poteva dire tramite il suo personaggio era diverso, e quindi non stavi più ascoltando Madlib. E a volte sento l’esigenza di raccontare delle cose e di raccontarmi con un filtro in mezzo, e con questo trick è un po’ il principio di ‘Buio di Giorno’ in cui ho cantato con la voce in falsetto con il filtro della voce dell’organo, e tutto arrivava in maniera diversa. Mi piace giocare con questa cosa, perché anche a livello di variazione, mi permette di usare la voce come uno strumento e anche di escludere il personaggio Frah Quintale da tutto ciò che gli sta attorno, e in quel momento tu esuli la mia persona da quello che stai ascoltando. E il risultato fine mi sembra più diretto, più vero. Per assurdo, perché poi dovrebbe essere il contrario, però mi piace, è una cosa matta, mi piace che sia strano e poi era tanto che lo volevo fare, è una cosa matta. Anche il mood della canzone si presta, perché racconta di una serata matta con una ragazza, e potrebbe benissimo essere il mio AKA ubriaco che racconta questa cosa. E la voce normale è troppo, appunto, normale, per dire una cosa strana.

 

Tu sei uno che fa poche collaborazioni, ti curi le copertine da solo, lavori con poche persone, è una cosa contro tendenza rispetto a quello che vedo in giro, a livello italiano soprattutto. Come ci sei arrivato a questa scelta?
Quello che sto creando è un processo che va oltre il singolo disco, ed è una cosa che non è chiara neanche a me. Io lego molto le arti visive alla musica, ho passato anni a fare graffiti cercando il mio stile. Noto che spesso la musica viene trattata solo come un oggetto, e quindi si fanno degli accostamenti in base a delle tendenze o a delle convenienze, “conviene fare la traccia x con y? O mi conviene fare la canzone z con j?”. Ho capito che per me è un processo diverso, e che è più personale dal fare il pezzo con il personaggio del momento, poi ovviamente ho delle ambizioni e delle cose che vorrei fare con altri artisti che mi piacciono, però voglio prima trovare la mia vera chiave su alcune cose, e ancora ci sto lavorando e secondo me è importante concentrarsi sul proprio creato. Quando capita che fai successo la gente ti chiede il featuring, ma collaborare troppo ti fa perdere il focus su di te, invece secondo me è importante sapere chi sono io, per offrire il mio contributo agli altri. Questo per dire che non è che mi stanno sul cazzo gli altri, però cerco di seguire il mio viaggio, e credo che come scelta stia pagando perché mi sono ritagliato un mio spazio, che è solo mio, e che voglio difendere senza influenzarla con altre cose. Così poi, nel momento in cui fai qualcosa, lo fai perché ci tieni davvero, ed è anche più curioso per chi ascolta.

Legandomi a questo discorso, ti preoccupi di Tik Tok?
Non me la vivo proprio. Questo discorso social, del farsi vedere in continuazione, con le persone giuste, nelle situazioni giuste, non mi tocca. Credo ci siano dei livelli con cui fai le cose, per cui ti tocca fare determinate cose, io non mi sento uno da Tik Tok, non mi va di farlo, non mi interessa, non ho l’app e penso che se la mia musica va su Tik Tok e diventa di tendenza su Tik Tok, ci va, ma perché non l’ho deciso io. A me sembra che i social siano delle scorciatoie per arrivare a un fine, io faccio un’altra cosa, sto coltivando un mio percorso, una mia strada, che mi piace e mi fa stare bene. Non sento la necessità di essere di tendenza, perché la mia tendenza me la sto creando io per me, e per le persone a cui piace la mia musica. Poi però mi guardo intorno, e penso a uno come Kendrick Lamar (non mi sto paragonando ovviamente a lui, sia chiaro): secondo te lui si preoccupa se passa o meno su Tik Tok? Boh, secondo me no, secondo me si preoccupa di fare i dischi. Io ho sempre fatto le cose in modo spontaneo e naturale, senza preoccuparmi di essere simpatico o meno su Instagram, se lo sono stato è perché mi andava di esserlo, senza cercare l’approvazione dagli altri e penso che il mio modo di fare sia quello di creare bella musica, e il mio obiettivo è fare la musica, non i numeri, fare i concerti e esserne contento, tutto quello che arriva poi, va bene. Non mi interessano le scorciatoie, ma perché io sono fatto così, ho strutturato il mio viaggio, mi piace, lo curo tantissimo, e quindi no: Tik Tok anche no.

 

Mi aggancio per farti una domanda extra, ti è piaciuto il nuovo disco di Kendrick Lamar?
Sì, molto, è un po’ lungo quindi l’ho solo ascoltato un paio di volte per intero, poi spesso a pezzi, ho anche letto i testi eccetera. Penso però che da italiani non lo recepiremo mai fino in fondo, possiamo ascoltarlo, leggerlo e analizzarlo, però credo sia difficile recepirlo nella maniera giusta.

Ultima domanda, qual è un artista o una canzone che non ci aspetteremmo mai di trovare nella playlist di Frah Quintale?
Forse i Litfiba (ride) perché con i primi dischi ci sono cresciuto, li ascoltava mia mamma, e alla fine Piero Pelù è il primo vero rocker italiano.

 

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