Martedì 22 Ottobre 2019
Costume e Società, Esclusiva

Una notte al Paradise Garage

 

Ho due rimpianti nella vita. Il primo è quello di non aver mai visto dal vivo un concerto del mio unico grande mito di sempre: Michael Jackson. Ci sono andato molto vicino. Ero riuscito, non so come, ad avere un biglietto per la prima data che avrebbe aperto la serie di concerti alla O2 Arena di Londra. Purtroppo sappiamo fin troppo bene com’è andata a finire. Il secondo, da clubber appassionato, quello di non essere mai stato al Paradise Garage, stavolta semplicemente per motivi anagrafici. Ho però la grande fortuna di conoscere personalmente una persona che al Paradise Garage non solo c’è stata ma dice di averci passato una delle notti più incredibili della sua vita. Sto parlando di Luca de Gennaro, disc jockey, speaker radiofonico, critico musicale, tra i primi nomadi musicali italiani e Vice President Of Talent & Music per MTV Sud Europa, Medio Oriente e Africa. Sono mesi che gli chiedo di raccontarmi quella notte. Finalmente ci sono riuscito.

Ok Dege, cominciamo.

È l’autunno del 1984. Con l’amico Rupert, che oggi è responsabile musicale di Radio 2, decidiamo di fare un viaggio a New York per vivere e scoprire la scena musicale della città. La storia però inizia qualche mese prima a Milano dove avevo conosciuto Keith Haring. L’occasione era stata la chiusura stagionale di “Mr. Fantasy”, il primo programma dedicato ai videoclip presentato da Carlo Massarani che andava in onda sulla Rai. Erano stati organizzati tre giorni di diretta dal Rolling Stones con ospiti come i Devo, gli Yello, David Byrne dei Talking Heads, il regista Roger Corman e appunto Keith Haring. In quel periodo conducevo con Serena Dandini un programma su Radio Rai che era la voce radiofonica del programma televisivo e quindi in quell’occasione. In sostanza ospitavamo in radio gli artisti che poi avrebbero partecipato alla puntata in tv tra cui appunto Keith Haring. C’è stata subito sintonia non solo perché lo stimavo come artista ma anche perché ci assomigliavamo fisicamente. Potevo essere tranquillamente suo fratello. Gli dico che a breve sarei andato a New York così mi lascia un numero di telefono fisso su cui chiamare.

E hai chiamato?

Certo! Chiamo e senza troppi entusiasmi mi risponde così organizziamo una visita nel suo loft attrezzato a studio-laboratorio a Houston Street. Pazzesco! Tutte le sue opere, anche le più importanti, erano lì. Mi fa un graffitino come regalo che conservo tutt’ora (nella foto sotto in gentile concessione da Luca De Gennaro), mi faccio autografare un paio di poster e tra una chiacchiera e l’altra finiamo a parlare del Paradise Garage. Mi dice che se ci vogliamo andare ci avrebbe fatto entrare. Ha preso un foglietto, c’ha scritto sopra qualcosa e ci ha detto di consegnarlo alla porta.

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(Per gentile concessione di Luca De Gennaro)

 

Tipo come fanno a Ibiza con i clienti speciali?

Esatto! Quindi andiamo verso il Paradise Garage presto, verso le undici, per non rischiare. La gente veniva filtrata subito attraverso un metal detector. Una volta passato quello accedevi alla famosa rampa dove stavi in fila.

C’era coda?

Non c’era cosi tanta coda quella sera. Era un locale per soci quindi l’ingresso era più ordinato rispetto alla ressa fuori dello Studio 54 ad esempio.

Chi c’era in coda con te?

Ricordo di aver visto tutte le tipologie di gay newyorkese possibile immaginabile, dal “Village People” effeminato nero, al macho ispanico. E poi… le più grandi fighe della città!

Ma dai?!?

Eh sì, le modelle amavano andare al Paradise Garage perché potevano passare delle notti meravigliose senza che nessuno gli rompesse le balle…

Beh, in effetti… In percentuale?

Direi un 70% omosessuali, un 28% donne e un 2% di curiosi come me.

Turisti?

No turisti zero, non li facevano entrare.

Eravamo rimasti al metal detector. Cos’è successo poi?

Mostriamo il bigliettino di Keith Haring, ci fanno passare e ci mettiamo in coda sulla rampa.

Quanto costava l’ingresso?

Io mi ricordo di aver pagato tipo 15 dollari, poi c’erano quelli che pagavano 8. Evidentemente erano i soci del club.

Pagavano tutti?

Assolutamente sì!

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Qual è la prima cosa che hai visto una volta entrato?

Ho visto un salone gigante e due pareti di armadietti dove potevi cambiarti per ballare e lasciare le tue cose al sicuro. Inoltre c’era anche una specie di shop con un enorme cesto dove potevi prendere cose per agghindarti.

Ti sei lanciato subito in pista immagino…

Io e Rupert siamo stati, e non scherzo, cinque ore seduti a guardare quello che ci stava succedendo intorno e soprattutto ad ascoltare. La consolle era in alto dove c’era una specie di balconata lunghissima. Nel mezzo spiccava Larry Levan circondato da un sacco di gente con la quale scherzava e parlava. In tantissimi casi non mixava neanche, metteva dischi da nove minuti e lo cambiava solo dopo l’applauso della gente alla fine del pezzo. Rimasi scioccato, era la prima volta che assistevo ad un dj set come se fosse un concerto, con il pubblico girato verso la consolle ad applaudire i dischi messi dal dj. Era come se il dj eseguisse la canzone. Di fianco alla consolle poi c’era un palco per le performance live. Anche quella sera si esibirono anche se non mi ricordo chi.

E del sound system cosa mi dici?

Incredibile! La qualità del suono era pazzesca, forte ma non fastidiosa. Senti questa. Nonostante si sentisse da Dio e ci fossero ai lato del palco e della consolle queste enormi casse che sparavano musica perfetta, ad un certo punto Larry Levan scende dalla consolle, va verso il palco e si arrampica dietro una cassa per attaccare una roba che secondo lui non funzionava. Non che se ne sentisse la mancanza, ma appena ha sistemato la cassa la musica è cambiata, si sentiva meglio! Questo era Larry Levan. Ripeto, incredibile!

Lo ripeto anch’io, incredibile! E le luci?

Le luci erano regolari, non c’erano grandi giochi luminosi ma un setup che si ripeteva in continuazione. Direi belle ma niente di clamoroso.

Che sensazioni avevi stando là dentro?

La sensazione era che il dancefloor fosse il mondo. Nei club moderni di solito accade che da una parte c’è il bar e da un’altra parte la pista da ballo. Al Paradise Garage era tutto dancefloor, non potevi uscirne, non c’era scampo. Ovunque tu fossi eri circondato dal suono.

Hai bevuto? Mi pare di aver letto che non venivano serviti alcolici…

Non mi ricordo di aver bevuto alcolici in effetti. Il bar non era la parte centrale, la gente non vi si accalcava come oggi, era un semplice punto di passaggio molto tranquillo.

Droga, ne hai vista?

Non ci ho fatto caso sinceramente ma poteva succedere di tutto. La cosa bella è che non percepivi nessun tipo di problema di questo tipo ma solo una gran voglia di divertirsi, ballare, e stare bene.

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(Nella foto: Luca de Gennaro con Shep Pettibone, deejay, produttore, discografico americano, uno dei più prolifici remixer degli anni ottanta, conduttore radiofonico e pioniere nello sviluppare e portare alla popolarità molti aspetti della cultura dance. Per gentile concessione di Luca De Gennaro)

Cosa ti è rimasto di quella notte?

Quella notte ho cambiato il modo di ascoltare quella musica. Mi arrivarono nell’orecchio delle frequenze diverse dal solito. Era un’altra cosa. Era come se Larry Levan avesse preso l’equalizzatore del mio cervello e lo avesse settato per farmi sentire la musica come non l’avevo mai sentita prima. Ripeto, io non ho mai sentito la musica in quel modo e mai più l’ho sentita dopo ad essere onesto. Nelle selezioni storiche di Larry Levan poi erano importanti anche i testi delle canzoni perché con la musica dicevi qualcosa, era un messaggio vero. Si capivano e si ballavano anche i significati delle canzoni. Che se ci pensi è una roba pazzesca. “Love is the message”!

Cosa aveva di speciale Larry Levan?

Larry Levan faceva ballare la gente. La cosa che amavo di Levan è che ti prendeva e ti portava via, ti lasciavi guidare e ci pensava lui. Un deejay senza questa qualità non è un deejay.

E il Paradise Garage cosa aveva di speciale?

Nonostante non ci fosse nessuno come me non mi sentivo fuori posto. Nessuno che mi guardasse strano. Mi sento più osservato alle 8 di mattina nel 2016 sulla metro a Milano he nel 1984 al Paradise Garage di New York nonostante non ci avessi mai messo piede prima e, diciamola tutta, non c’entravo assolutamente nulla con la gente che era lì. Eppure mi sentivo uno di loro perché loro ti facevano sentire così.

Il giorno dopo cosa hai fatto?

Il giorno dopo sono andato da Vinylmania, in Carmine Street, dove oggi c’è una pizzeria. Era il negozio dei dj, tutti andavano lì a comprare i dischi. Il commesso si chiamava Manny Lehamn ed era una celebrità perché aveva in mano il polso musicale della situazione. Conoscevo le dinamiche del posto quindi gli ho chiesto di darmi qualche disco che lui sapeva avessi sentito la notte precedente al Garage. Infatti mi porta cinque o sei vinili che avevo effettivamente sentito la sera prima tra cui pensa un disco italiano “Tittle Tattle” de I Baricentro, turnisti jazz funk pugliesi.

In Italia dove hai trovato continuità con quell’esperienza?

Nella seconda metà degli anni ottanta, in piena esplosione house-mania, a Roma era nato un club che si chiamava Devotion, creato da Marco Militello, oggi avvocato a New York City, Alessandro Gilardini, che fa il giornalista al TG5 e Paolo Di Nola. Era la serata house romana per eccellenza del sabato sera e si ispirava proprio a quello che avevano visto durante un viaggio a New York.

Tra i deejay chi aveva raccolto l’eredità di Larry Levan?

Sicuramente Frankie Knuckles e David Morales subito dopo. In Italia ho trovato questa idea di musica, di approccio e sensazione a Marco Trani al Pascià di Riccione e all’Hysteria di Roma. Anche lì oggi c’è una pizzeria… Marco era veramente uno speciale. Ricordo ancora le aperture. C’era un’enorme conchiglia in centro pista che si apriva quando iniziava la serata. Una roba super kitsch però era a quel tempo ci sembrava epico. Cito anche Daniele Baldelli. Come carisma, approccio e viaggio con i vinili mi viene in mente Sven Vath con tutto un altro genere musicale ovviamente.

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(Nella foto: Luca de Gennaro con John “Jellybean” Benitez, leggendario deejay e musicista americano, remixer per Madonna, Whitney Houston e Michael Jackson).

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Ale Lippi
Scrivo e parlo di Electronic Dance Music per Dj Mag Italia e Radio Deejay (Albertino Everyday, Deejay Parade, Dance Revolution, Discoball). Mi occupo di club culture a 360°, dal costume alla ricerca musicale.

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