Giovedì 19 Settembre 2019
Interviste

One man show: A-Trak a Roma

 

Il 25 novembre è stata una data speciale un po’ per tutti. Come vi avevamo anticipato qui sul sito, il mitico Goa di Roma, tempio sacro delle sonorità underground romane, avrebbe ospitato A-Trak nel suo dj booth, una guest assolutamente d’eccezione per un posto come questo, che negli ultimi mesi si è sempre concentrato su sonorità più incentrate a techno e tech house. Le eccezioni sono quasi sempre state offerte dal party Touch The Wood, che vede nel Goa (ma non solo) la sua storica location da otto anni. L’evento, organizzato imprevedibilmente di mercoledì sera, avrebbe festeggiato proprio le otto candeline del format che ad Halloween 2015 ha offerto a Via Libetta i The Partysquad. Così è stato. Ottimo il warm up di Marco G & Mr. Kite, storici resident, di cui però ho potuto godermi solo la prima parte perché gli ultimi trenta minuti sono stati dedicati all’intervista ad A-Trak, come anche il set di Iceone successivo alla guest. In generale si è respirata un’aria diversa nel Goa, locale rispettatissimo anche all’estero: proprio il tour manager di A-Trak mi ha raccontato di esserci già stato qualche anno fa in occasione di un’altra gig ed esser rimasto impressionato dalla qualità dell’impianto, che effettivamente è perfetto. L’intervista si è svolta poco dopo l’arrivo del canadese al locale, nell’ufficio del Goa. Quando sono entrato Alain era presissimo da una conversazione su whatsapp, quindi ho dovuto aspettare cinque o sei minuti che finisse di chiacchierare (minuti abbastanza dolorosi da attendere, sapendo quanto fosse ristretto il tempo a disposizione). Quindi gli ho fatto le mie congratulazioni per il suo mixtape di rap francese richiesto da Pharrell Williams e realizzato da A-Trak per il suo radioshow, che mi ero finito di ascoltare proprio quella mattina. Nonostante sia un personaggio di certo non nuovo ai complimenti è parso gradirli e l’intervista è iniziata con il sorriso.

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Mi piacerebbe conoscere qualcosa in più riguardo le tue origini musicali. Mi riferisco in particolare al tuo rapporto con David, tuo fratello maggiore nonché 50% del duo Chromeo. Avete raggiunto un grande successo a livello mondiale sviluppandovi in settori diversi, tu sull’electro house e l’hip hop, lui sul dance rock ed electro funk: siete sempre stati supporter uno dell’altro?

Io e David siamo sempre stati molto legati. Ricordo che all’età di 9-10 anni ha iniziato a suonare la chitarra amatorialmente, per poi entrare in una band di amici intorno ai quindici anni. Mi piaceva uscire con lui e i suoi compagni e chiacchierare di musica tutti insieme, prevalentemente hip hop. Poco tempo dopo ho scoperto lo scretching e ho fatto tanta pratica sotto il continuo “coaching” di David, che mi spronava avendo a cuore il fatto che rimanessi determinato. Quando ho vinto il primo campionato mondiale, all’età di quindici anni, lui ne aveva diciannove e si occupava di produrre basi hip hop per rappers del luogo. La fama non gli interessava, gli bastava semplicemente fare musica, nonostante nel frattempo suo fratello fosse su tutte le copertine, con il suo nome pronunciato sempre più all’interno del settore. Solo qualche anno dopo è nato il progetto Chromeo, che si discostava totalmente da ciò che facessimo io e i nostri amici. Erano gli anni dell’hip hop, ma loro due uscirono subito su una label techno. Una cosa nata quasi segretamente, perché non ha mai smesso parallelamente di produrre basi hip hop e le occasioni per confidarci divenivano sempre meno, a causa delle mie gigs in giro per il mondo e i vari impegni correlati. Però ha funzionato, si sono fatti notare e ben presto sono iniziati i primi tour anche per loro. Si occupavano di electro funk intorno al 2006 o 2007, quando io ho fondato Fool’s Gold. Questi erano gli anni dell’indie dance e dell’electro, con nomi come Ed Banger e Crookers che dominavano la scena. Ben presto alcuni dei produttori che ruotavano intorno a me si interessarono a remixare qualche pezzo dei Chromeo e i nostri mondi sono tornati a contingere anche musicalmente. Dopodiché sono usciti i loro album, con il secondo che ha letteralmente spaccato consacrandoli tra i migliori della scena. E’ una bella soddisfazione vedere dove siamo arrivati sopportandoci da sempre a vicenda e non smettendo mai di scambiarci opinioni e consigli.

Torniamo al presente. L’ultima creazione firmata A-Trak è ‘We All Fall Down’ insieme a Jamie Lidell. 

Conosco Jamie da diversi anni, e sono fan della sua musica da molti di più, se si considera che ‘Multiply’ (il secondo album di Jamie Lidell) è uscito nel 2005. Non ricordo il giorno preciso in cui l’ho incontrato, probabilmente è stato durante qualche festival perché abbiamo sempre avuto molti amici in comune, per esempio Chilly Gonzalez; stiamo parlando di anni fa. Ci siamo trovati subito e ho anche provato a remixare qualcosa di suo, per poi lasciare tutto in sospeso. L’autunno scorso mi trovavo a Los Angeles, lavorando a qualche pezzo nuovo e ho “selezionato” un numero preciso di artisti con cui mi sarebbe piaciuto collaborare o avere featuring per quei pezzi, e tra quei nomi ovviamente c’era Jamie. Mi ha raggiunto nel mio studio a Los Angeles qualche tempo dopo e nel giro di un solo pomeriggio abbiamo creato ‘We All Fall Down’.

E per quanto riguarda il progetto Duck Sauce?

L’album uscito l’anno scorso rappresenta per noi la chiusura di un grande capitolo, e ci siamo presi un anno di pausa per fare in modo che il concetto arrivasse al pubblico, permettendo allo stesso tempo che la nostra “anatra” riposasse un po’. Tuttavia l’attesa sta per finire, perché nel 2016 ci saranno sicuramente releases firmate Duck Sauce, che è un progetto che a me sta assolutamente a cuore.

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So che ti piace definirti un giocoliere. Correggimi se sbaglio, ho visto in questa definizione la tua capacità di essere un produttore molto vario e allo stesso tempo un dj assolutamente poliedrico: il tuo nome si può leggere in line up all’Ultra Music Festival come al Boiler Room. Tuttavia, parlando con produttori affermati o discografici importanti, il primo consiglio che danno per gli artisti emergenti è “trovate il vostro suono e fate in modo che il pubblico lo riconosca sempre”. Il che è esattamente l’opposto di quello che hai fatto tu, che però sei riuscito comunque a trasformare in oro qualsiasi cosa tu abbia toccato. 

Innanzitutto la tua lettura della mia definizione è corretta, intendevo proprio questo. Per quanto riguarda il discorso del “trovare il proprio suono” hai aperto un topic abbastanza controverso, perché se da una parte anche io consiglio sempre di trovare una propria identità sonora e cercare di non variarla troppo, allo stesso tempo è vero che è un consiglio valido esclusivamente per i produttori. Quello che io penso è che la vera identità dell’artista risieda nella performanceOvvero: ciò che io suono in console, è ciò che io sono realmente. Questa perlomeno è la mia visione, in tantissimi casi sono sicuro che il processo è inverso, ma semplicemente perché la mia vita è sempre stata così. A-Trak è nato come dj, il produttore è arrivato dopo, a campionati mondiali già vinti da tempo. Detto ciò, ti basta ascoltare uno dei miei dj set per capire che la staticità non è assolutamente la mia caratteristica, amo suonare tutto ciò che mi piace senza mantenere un filo continuo nel genere musicale e stesso discorso vale per Fool’s Gold. La label, le line up dei suoi eventi, gli artisti che firmano, fanno tutti parte di un grande disegno: ciò che io sono come dj. Se avessi iniziato come produttore, per poi dedicarmi al djing, probabilmente questa sarebbe stata una domanda molto più facile per me, anzi non me l’avresti proprio fatta.

Credi questa sia la prospettiva da cui ogni artista di musica elettronica debba guardare?

Assolutamente no, conosco tantissime persone che sono soprattutto grandi produttori e si esibiscono poco, o hanno iniziato a farlo in ritardo. Come ti dicevo, la mia visione dipende esclusivamente dalla mia esperienza personale, ma per il resto ognuno può seguire il percorso che vuole. Anzi, forse il mio è stato il percorso più strano.

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So che questa tua visione sarà nero su bianco su un libro, prima o poi.

Non abbiamo fatto sapere ancora nulla riguardo il mio libro, ci sto ancora lavorando e non so dirti minimamente quando potrebbe veder la luce, ma è qualcosa di molto importante per me. Ho sempre amato scrivere ed è stato il mio manager ad incoraggiarmi a dedicare del tempo a questo progetto.

Ho letto che si concentrerà sul fenomeno del dj a 360 gradi, una sorta di processo educativo?

E’ molto più semplice. Voglio far capire che cosa significa essere un dj, cosa serve per diventarlo, qual’è la storia di questa figura e soprattutto cosa effettivamente combina l’artista quando si trova dietro i piatti. Qualcosa della serie: “le cose stanno così, sappiatelo e poi possiamo parlare di djing”.

Parlando della figura del dj e dell’arte di saperlo fare mi sono venute in mente le parole di Dj Sneak, che qualche tempo fa ha detto “se non hai mai toccato un vinile, non sei veramente un dj”. 

Bah, non sono d’accordo. Ascolta: io amo i vinili, per ciò che rappresentano e per come è divertente suonarci. Però è un’esagerazione pensare che chi sia veramente bravo in console debba obbligatoriamente aver provato i vinili per poter essere definito un dj. Già solo perché sono così costosi, mentre il digitale è molto più accessibile. Non tutti hanno le capacità economiche di poter possedere una collezione di vinili, e a me non interessa se un ottimo dj set sia stato suonato con i vinili o con una pennetta USB. Se è bravo è bravo, punto.

Anche perché tante talentuose figure artistiche del settore attuale, appena ventenni, sono nate e cresciute in un contesto totalmente digitale, e questo vale per l’EDM come per i generi più underground, o sbaglio?

Esatto, l’importante è che i giovani sappiano che la musica che suonano è nata in un preciso contesto e che i vinili sono stati la base di tutto. Dopodiché, totale libertà su come preferiscono esprimere la propria arte.

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Aldilà dei tecnicismi della figura del dj, tutto questo parlare di pre-mixed e ghostproduzioni non ti ha mai fatto pensare che forse sia il “movimento EDM” per intero  a necessitare una ventata d’innovazione e non la figura del dj?

Sta a noi, parte della community di primo piano, dare il buon esempio su tutto. Le tecnologie odierne ci permettono di poter creare un party con uno schiocco di dita ed improvvisare dj sets dove ci pare e piace, pensa soltanto alla rivoluzione di Traktor. E’ tutto più veloce ed accessibile: l’importante è fare in modo che l’uso di queste tecnologie avanzate non vada ad oscurare troppo l’arte di ciò che facciamo.

A me piace molto l’aria di novità che i generi musicali provenienti dagli Stati Uniti stanno portando al mercato europeo: trap, bass house, future bass o come diavolo vogliamo chiamarli. Acts come Diplo e Skrillex stanno velocemente cambiando le regole di ciò che è mainstream e ciò che non lo è più, o che perlomeno comincia ad essere stucchevole. Il 2016 potrebbe essere un anno molto importante da questo punto di vista. 

La musica dance è in continua evoluzione, ma dobbiamo sempre tenere d’occhio i punti di riferimento. Prendi la Dj Mag Top 100, per esempio: okay, sappiamo tutti che non è la macchina della verità del talento. Però rappresenta qualcosa di fondamentale: cosa piace di più al popolo. La classifica parla chiaro, la big room è ancora al centro dell’attenzione e gode di un seguito tuttora inattaccabile, nonostante dia l’idea già da qualche tempo di una sempre più assente ispirazione. Attenzione, non sto dicendo che non mi piace o che è tutta uguale, anzi ci sono tantissimi artisti molto interessanti in quel settore. Però prova a fare il paragone con tre anni fa, per esempio. La situazione sta sicuramente cambiando, e come hai detto tu i “sottogeneri” potrebbero prendere il sopravvento nel 2016. Quello che mi aspetto è una serie di hits che risponderanno o si ispireranno ai canoni di queste correnti.

C’è un artista in particolare che potrebbe cavalcare quest’onda meglio di tutti gli altri, secondo te? 

Non ti so dire, è sempre tutto così vario. Basta una canzone con il giusto appeal ed in un attimo sei sotto i riflettori di tutto il mondo. Prendi i Disclosure: hanno prodotto tanto prima di ‘Latch’, ma solo dopo ‘Latch’ i ragazzi sono passati dal nulla ad attirare l’attenzione a livello globale. Sarà interessante.

La mia idea è che la stella del 2016 proverrà dall’Australia. Negli ultimi due anni la musica si è evoluta in maniera impressionante da quelle parti e ci sono alcuni acts che sono dei veri fuoriclasse.

Sono d’accordo, Flume per esempio. Ha già tirato fuori qualche hit e la sua musica è particolare, ma non ti credere, il talento del 2016 potrebbe essere anche un artista big room convertitosi a sonorità differenti. Chissà, magari sarà qualcuno di Fool’s Gold!

 

11224356_975446695849140_839794797018741568_nA proposito di Fool’s Gold: dal 2007 ne ha sfornati di talenti, contribuendo alla rivalutazione totale del movimento indie dance. Come giudichi la sua evoluzione in questi otto anni? 

Quando si parla di Fool’s Gold è bene tenere a mente che non prendiamo con noi artisti che hanno tirato fuori una sola cosa buona che potrebbe vendere. Noi cerchiamo qualcosa di originale, fuori da ogni schema, folle ma a suo modo, che allo stesso tempo possa costituire un game changer per la scena. Negli ultimi due anni in particolare c’è stata una netta evoluzione: abbiamo pubblicato produzioni rap con influenze electro ed indie dance per la maggior parte della nostra storia, ma da quando l’ hip hop è tornato così popolare anche nel festival circuit e da quando i nostri artisti più vicini a quel movimento hanno ottenuto così tanto successo (vedi Danny Brown) abbiamo deciso di incentrarci sulla figura del beat, cercando nuovi protagonisti che potessero farsi portabandiera di questa tendenza. Ad esempio Falcons, Shash’U, Kittens e tanti altri. Mi sta piacendo il fatto che stiamo riuscendo a “raggruppare” gli artisti che si uniscono a noi in piccoli universi indipendenti, permettendo a Fool’s Gold di spaziare in ogni direzione.

Ho avuto modo di leggermi il “dietro le quinte” di Stronger, hit famosissima di Kanye West che hai co-prodotto. Mi ha divertito il fatto che Kanye non conoscesse i Daft Punk quando gli hai proposto un loro sample. Com’è produrre per artisti? Sono sempre stato curioso riguardo la figura del grande produttore di musica elettronica nella stessa stanza della voce superstar. Immagino tu abbia un workflow particolare.

Dipende totalmente dalla persona con cui mi trovo. Per esempio nel caso di co-produzioni hip hop presento il mio beat e si prova ad arrangiarci sopra qualcosa, adattando la voce alla base, e se poi non si riesce si riprova daccapo. La cosa positiva è che la maggior parte degli artisti è molto open-minded, quindi viene facile lavorarci, e allo stesso tempo ognuno è diverso a modo suo. Amo le menti originali e un po’ “pazze”, è così divertente averci a che fare!

Toc toc, è il tour manager che bussa. Il tempo è scaduto ed Alain deve salire in console. Peccato, avevo in mente almeno altre dieci domande da porgli, ma avere tanto tempo a disposizione con artisti di questo calibro è un vero e proprio lusso. Inizia un dj set da vero fuoriclasse, come ampiamente pronosticato: hip hop iniziale con qualche passaggio trap, poi quaranta minuti di totale electro house, quindi di nuovo un tuffo nella trap. Il tutto accompagnato da scratch, sample vocali ‘A-Trak!‘ e ‘Fooooool’s Gold!‘ e qualche beat improvvisato sul momento. E’ veramente raro assistere a performance di questa qualità oggigiorno, e non a caso l’artefice è uno dei dj e producer più rispettati della scena. Una figura mai incoerente ed estremamente poliedrica: viva la buona musica e viva chi prima di essere un dj o produttore è un vero e proprio Artista, con la A maiuscola. A come A-Trak.

Pagina ufficiale Touch The Wood

Foto gentilmente offerte da Trecca Design 

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25 anni. Romano. Letteralmente cresciuto nel club. Ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Se non lo trovi probabilmente sta aggiornando le playlist di Spotify.

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