Mercoledì 19 Dicembre 2018
Interviste

Nuovo EP, nuovo video, nuova musica. Ma Pandaj è un classico

Il nuovo EP (primo di due) e il nuovo video sono il pretesto per parlare di Milano, di campionamenti, di funk, di vecchia a nuova scuola con una figura storica del clubbing italiano

Non è da tutti potersi fregiare dell’aggettivo “classico”. Pandaj rientra sicuramente in questa ristretta cerchia. Uno che può dire “io c’ero” prima di molti altri e in molti contesti diversi. Dall’hip hop al nuovo funk, dalle serate alternative nei centri sociali degli anni ’90 al clubbing organizzatissimo di oggi, Pandaj surfa su Milano e non solo da moltossimo tempo. Ora esce con due nuovi EP, il primo è fuori da pochi giorni e si chiama ‘Notturno’, insieme al rapper Argento Vivo e a tre voci femminili: Vaitea, Suz LoopLuna. L’occasione giusta per farci raccontare un bel po’ di cose.

 

Inizierei dal tuo nuovo lavoro, uscito il 25 ottobre, ‘Notturno’. Mi ha colpito una particolarità: ci sono praticamente solo voci femminili. Mi racconti questa scelta? E a proposito, è una scelta o è semplicemente successo così?
No, è una scelta, anche se faccio una precisazione: c’è una voce maschile, quella di Argento Vivo, un rapper che seguo e stimo da molto tempo. Ma per il resto hai ragione, ho solo featuring femminili nel disco.

Ed è una scelta peculiare se pensiamo al panorama hip hop – in senso davvero lato – italiano.
Sì, è vero, ed è un peccato. Perchè non mancano i talenti, ma non vengno messi in luce. Dal canto mio ho cercato alcune voci che meritano attenzione e di farle brillare, è questo il ruolo del producer, credo. E poi sono Vaitea, LoopLuna e Suz sono tre sfumature vocali molto diverse tra loro, complementari.

È da poco uscito anche il video che accompagna ‘My Champagne’ ed è qualcosa di insolito e nuovo. Che mi dici in proposito?
È un video particolare perché è girato con una tecnica che permette di guardarlo in maniera interattiva a 360 gradi, un po’ come quando sei su Google Earth o sulle mappe e ti muovi con il mouse. Mostra una Milano in cui sembra davvero di essere dentro il video, nei luoghi in cui è girato. Si tratta di una tecnica ancora molto poco usata per i video, è una sperimentazione che mi piace molto.

 


Un altro aspetto che mi ha colpito nella produzione di questo disco è il legame forte tra un modo di fare beat old school e i suoni contemporanei, ed è un modus operandi che trovo coerente con la tua figura, perchè da sempre ti associo al funk, al campionamento, alle derive jazzy degli anni ’90, ma sei sempre sul pezzo con tutto ciò che è nuovo e fresco, anche a livello di produzione.

Ho sempre avuto la velleità di sperimentare, di stare al passo con le novità, ho sempre “spippolato” parecchio anche solo per il gusto di sperimentare qualcosa di nuovo. A dirla tutta, per me è quasi una novità questa di produrre in modo così elettronico; in precedenza, ti faccio un esempio, ho sempre usato batterie vere per le ritmiche, o al massimo sample e preset. Ora mi sono messo al computer, con un approccio differente al beatmaking e anche suonando le bassline e le armonizzazioni. I sample ci sono anche qui, ma li ho utilizzati in modo differente rispetto al passato, e anche con parsimonia, se vuoi. Non siamo più negli anni ’90 ed è normale che si vada in una direzione diversa e nuova, digitale. Meno male.

Tu hai attraversato tante epoche del clubbing come dj, prima ancora che come producer. Quandi hai iniziato?
Nel 1995, al Leoncavallo. Era un momento particolare perchè a Milano si aprivano scenari inediti, c’era la jungle, la prima drum’n’bass, tutti quei ritmi “alternativi” che fiorivano di fianco a un clubbing più tradizionale. Io sono uscito da quella scena, pur mantenendo continuità con le serate più “tradizionali” legate al soul e al funk. Il mio primo club, dopo il Leonka, fu il Tunnel, parliamo della seconda metà dei ’90.

Sei parte integrante di Milano, intesa come tessuto del clubbing ma anche di tutto ciò che ruota intorno alla musica. Io ti associo proprio fortemente a queta città. Se dovessimi definire tre, quattro tappe importanti tra il 1995 e oggi, riguardo la tua carriera e parallelamente all’evoluzione di Milano, quali sarebbero?
Beh, devo dire che negli ultimi dieci anni abbiamo visto cambiamenti pazzeschi ovunque, se pensi a un personaggio come Diplo, dieci anni fa era un eroe underground e oggi è il producer più mainstream del mondo. Ci sta, il tempo passa e trasforma tutto. Lo stesso è successo alla città. Dal punto di vista dei cub, i numeri sono sempre stati importanti, però nel tempo i fenomeni che “contano i numeri” come le visualizazioni, a cui ci siamo ormai abituati come termometro del successo, hanno reso tutto questo fondamentale. E non è sempre un bene, perché in alcuni casi i numeri non sono sinonimo di qualità. Quante volte mi è capitato di vedere dal vivo dei dj che sulla carta promettevano benissimo e poi mi hanno deluso. Prendo l’esempio di Madlib: produttore fenomenale, poi come dj si presenta con i lettori e fa uno show prevedibile e senza mordente. Funziona così molto spesso.


Ma tornando a Milano, come hai visto cambiare la città?

L’ho vista cambiare tanto e in meglio, ogni sera ci sono attività culturali, c’è musica, teatro, cinema… paragonata ad altre città d’Italia siamo fortunati. Si è appena concluso il JazzMI che ha portato a Milano personalità di grande rilevanza del jazz mondiale, ci sono stati Maceo Parker, Paolo Conte così come Kamaal Williams e Colin Stetson. A Milano si è sviluppata molto la quesitone della “crew” che riempie il locale organizzando una serata che poi riesce a contagiare un pubblico fedele e abbastanza fisso, anche qui non so se è sempre sinonimo di qualità ma crea un’ottima interazione tra le parti. Di sicuro una delle cose positive è che le barriere tra ciò che consideravamo underground e ciò che era invece più mainstream si sono un po’ abbattute, le carte sono decisamente più mischiate. 

Sono d’accordo con te e l’evoluzione che c’è stata, a Milano ma direi anche in senso globale, mi entusiasma. Però credo che oggi manchi proprio qualche fenomeno davvero underground, qualche nicchia dove ci si trova in cento, duecento persone. No?
Sì, forse hai ragione. Ci sono delle micro-nicchie, ad esempio penso al funk dove ci sono seguaci che comprano i vinili e vanno alle serate senza badare alle visualizzazioni, si coltiva una propria passione. Ma guardando a generi nuovi forse non esiste nulla del genere in questo momento, qualcosa che crei un hype e un’eccitazione in un piccolissimo microcosmo.

Vorrei concludere chiudendo il cerchio e parlando di te: dopo ‘Notturno’ cos’hai in serbo?
Questo EP è la prima parte di due lavori, è musica che ho dedicato ala notte, intimista, più rilassata. Mentre la parte 2 sarà ‘Diurno’. Quindi il lato più solare della mia produzione.

Ed è già pronta?
Quasi. Sto ritoccando gli ultimi dettagli, ma uscirà presto.

 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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