Sabato 17 Agosto 2019
Interviste

Parla Paolo Sandrini, vero hit maker italiano

Paolo Sandrini è colui che è stato dietro ai successi (passati) di Gigi D’Agostino, Prezioso, DJ Ross e Fargetta, e più recentemente a quelli di Nari & Milani e del socio Cristian Marchi. Negli ultimi anni la figura del dj e producer ha fatto passi da gigante e Sandrini è diventano un faro nel mondo della musica dance. Lo incontreremo sul numero di giugno di DJ Mag a breve in edicola, nello specifico tra le pagine di “In The Studio with…”. Ma conosciamolo da vicino.

Perché la scelta di una partnership con Cristian Marchi?

Cristian si è dimostrato in questi anni una figura perfettamente complementare alla mia, essendo lui stesso a stretto contatto con la pista e le nuove generazioni, e portando in studio le sue idee trasmettendomi l’energia che un club esige. Cristian è una persona estremamente affidabile, determinata ed ambiziosa. Ho avuto il piacere di incontrarlo la prima volta nel 2007 in occasione della produzione del brano “We Are Perfect” e da lì abbiamo iniziato un rapporto collaborativo molto intenso, fino a diventare soci di Violence rec. Soprattutto, l’aspetto più importante riguarda la nostra collaborazione legata all’alchimia e all’intesa immediata, fulminea: da qui la scelta di una partnership.

Su che base tu e Cristian Marchi scegliete i suoni: con istinto o cercate a fondo nell’hardware e nel software?

In fase creativa assolutamente regna l’istinto. Una volta fissata l’idea si entra nell’alta definizione e inizia la ricerca sonora, sia nell’hardware che nel software.

Hai dei maestri, o comunque dei riferimenti, in fatto di professionalità nello studio recording?

Sì, ne ho molti. In questo lavoro non si finisce mai di imparare. Anzi, più si va avanti più si colgono sfaccettature diverse che un tempo si trascuravano e che ora ti spiegano molti aspetti e problemi che prima non capivi. È uno dei lati più belli e affascinanti di questo lavoro.

Dall’alto della tua esperienza hai mai pensato di insegnare invece tu ai più giovani?

Riguardo questo argomento, devo ammettere che ho ricevuto molte richieste da parte di giovani produttori sulla mia disponibilità ad effettuare corsi. Per il momento purtroppo non riesco a inserire degli spazi di tempo dedicati ai corsi, in quanto le produzioni mi prendono praticamente tutto il tempo lavorativo disponibile, ma sicuramente mi piacerebbe pensare in un futuro di poterli organizzare condividendo le mie esperienze. Sarebbe una cosa nuova anche per me, mettermi nei panni di insegnante.

Oggi mettiamo al centro dell’attenzione la figura del dj, considerata una vera e propria rockstar (con relativi cachet). Ti sembra corretto?

È naturale che, grazie allo sdoganamento del genere “dance” ormai parificato ad un qualsiasi altro genere musicale, gli artisti pop (e relative label & publishing companies) ambiscano a collaborare con i top dj. Che poi dietro al nome del top dj producer ci sia un ghost producer o un team di produttori nella maggior parte dei casi, è una cosa del tutto normale.

Si prosegue tuttavia a parlare tanto di ghost producing: ma è cosa sempre esistita, no?

La parola ghost producer mi fa sorridere. Certamente è una figura sempre esistita. Nell’ambiente professionale fortunatamente ancora oggi si parla di produttore, autore, arrangiatore, sound engineer e quanto altro. Ghost producer è un neologismo creato dalle nuove generazioni che hanno imparato ad essere contemporaneamente dj, produttori, arrangiatori, melodisti, fonici, promotori e altro in un’unica figura. Quindi, travisando il fatto che da sempre in ambito professionale ci sia uno o più produttori dietro all’artista, la gente ha creato questo affascinante neologismo, che fa anche figo a pronunciarsi, quindi modaiolo in ambito stretto e linfa per i forum di settore.

Pro e contro di lavorare in provincia?

Vivo in un luogo tranquillo, a ridosso di colline e campi da golf, con poco traffico e stress a cinque minuti dall’aeroporto, due dal casello autostradale e un’ora da Milano.

Pro e contro di lavorare in Italia?

Non credo che nel 2015 si possa parlare di eventuali pro o contro legati alla locazione geografica (tolte alcune regioni disagiate), almeno per lavorare in uno studio di registrazione: siamo nell’era della massima comunicabilità e tutti possono essere in contatto e confrontarsi con chiunque.

Cosa ti sei portato via dall’esperienza con Media Records?

Lavorare in una business label e lavorare in una label artisticamente creativa che produce internamente ed interamente tutto il proprio catalogo non è la stessa cosa. L’esperienza in Media Records è stata molto importante e basilare per la mia vita professionale, sono nato in Media e per me è stata come la mia culla. Quegli anni sono stati per me essenziali, fatti di autotraining molto impegnativo misto all’affiancamento con produttori e dj all’epoca più esperti di me. Lì ho avuto la fortuna di vivere e sperimentare una sana e costruttiva competizione/collaborazione e conoscere il vero senso del team. Il tutto unito da un’energia ultra positiva e un grandissimo entusiasmo, e capitanati dal patron Gianfranco Bortolotti, che per me è stato un grandissimo motivatore. Sono stati anni che mi hanno consentito via via di conoscere le mie potenzialità come musicista e produttore e di collaborare con alcuni nomi importanti della scena dance elettronica italiana e internazionale. Grazie a tutto ciò ancora oggi eredito questa energia interiore e quel rigore e senso di responsabilità nei confronti dei progetti e delle situazioni delle quali divento parte.

Invece, dall’esperienza con Time Records?

L’esperienza in Time è stata altrettanto importante come quella in Media anche se per aspetti diversi, è stato il periodo che definirei come un passaggio ponte tra l’apprendimento e il completamento della mia figura professionale, ho avuto la possibilità di stare a diretto contatto con tutte le figure legate all’aspetto prettamente discografico ed editoriale, ho potuto approfondire la comprensione di che cosa significa essere un A&R di una label, un promoter e tutta una serie di figure professionali legate al music business, conservando ovviamente la mia figura di musicista e produttore discografico come ruolo. Ma con una visione più globale del meccanismo che si genera attorno ad una produzione musicale. Assieme ad artisti, dj e vari team di produzione abbiamo dato vita ad una serie di progetti musicali, alcuni più fortunati di altri hanno avuto anche successo internazionale. E per tutta questa esperienza naturalmente ringrazio ancora oggi Giacomo Maiolini per aver creduto in me ed avermi dato questa importante opportunità di crescita.

Qual è il produttore che ti piace di più, oggi, in Italia?

In ambito dance ed elettronica trovo che Merk & Kremont in questo momento abbiano una marcia in più rispetto a molti altri e annoverino una sonorità molto interessante, moderna e d’impatto, e non necessariamente associabile esclusivamente al circolo della cosiddetta EDM ancora in auge (che ha una data di scadenza troppo ravvicinata).

E nel mondo?

Calvin Harris. Fino a prima dell’ultimo album pubblicato era tra i miei preferiti, essendo un musicista, compositore, produttore, artista, performer e dj, insomma una figura veramente poliedrica, interessante e completa. Guetta, o meglio l’industria musicale Guetta, mantiene le aspettative e sta sempre tra i top. Ma inserirei anche Axwell, Ingrosso e Alesso perché sanno sempre comunicare grande energia ed emotività sia con le produzioni che con i dj set.

Se dovessi scegliere un dj italiano e uno straniero da produrre o con cui produrre un pezzo, chi sceglieresti?

Sicuramente mi piacerebbe produrre un giovane, una persona non influenzata dal corso dell’esperienza e che abbia dei concetti musicali da esprimere con un proprio linguaggio personale interpretativo, affiancato ovviamente dalla mia esperienza.

È una sfida continua?

Sì e affrontata giorno per giorno, cercando di essere attenti e selettivi soprattutto nella scelta delle collaborazioni. I numeri nel mondo si possono ancora fare, anche se la finestra di visibilità si fa sempre più piccola e gli aspiranti a farne parte sono sempre di più, con meccanismi economici che mutano repentinamente in continuazione. Viviamo in un settore (quello musicale) che sperimenta e subisce gli effetti dell’innovazione tecnologica, industriale e culturale in assoluto più di qualsiasi altro. Si sa, se si va sempre più indietro nel tempo, tutto era molto diverso. Tuttavia la musica esisterà sempre, così come la necessità di fruirne di “nuova” (o presunta tale). Occorre una buona base culturale, prima di tutto, e fiducia in se stessi, grande spirito di autocritica e un po’ di fortuna (quella ci vuole sempre).

Non c’è trucco e non c’è inganno nella dance?

Chi fa questo lavoro sa che è sottoposto ogni volta al giudizio delle persone che ascoltano la radio o che appartengono al music business sia dal lato discografico sia dal lato dei dj. Questo giudizio è impossibile da controllare, veicolare o condizionare. Rimane un concetto: si ami quello che si fate cercando di essere sempre sinceri, razionali con se stessi. Le giustificazioni non servono. Volate, sì, ma con… i piedi per terra.

Chi è il produttore con lo stile più moderno oggi, in Italia e nel mondo?

Sono molti anni che non esiste qualcosa di veramente moderno o all’avanguardia, possiamo piuttosto parlare di contaminazioni o continui reimpasti di stili passati riproposti con suoni e ritmiche aggiornati. Dovrei rispondere con i nomi dei massimi esponenti della future house? Oliver Heldens? Don Diablo? Tchami? Preferisco dire ciò che mi piace in questo momento: Kygo con “Firestone” o Alex Adair con “Make Me Feel Better” mi fanno sognare, così come “Waves” di Mr Probz o alcune tracce di Robin Schulz e Calvin Harris (alla fine il fascino della melodia c’entra sempre però, più che della “modernità”).

Il pop per te è unica fonte di salvezza per poter sperare di vedere qualche frutto del tuo lavoro come produttore autore e musicista?

Non essendo dj aspirante performer in qualche EDM chart o festival, dico di sì. Il pop, che sia vestito di dance oppure no, è la costante per il mio futuro da produttore. Se hai la fortuna di produrre un brano definibile come pop (che significa esclusivamente… popolare), puoi permetterti di navigare attraverso l’oceano di crisi che tutti noi conosciamo ma con un po’ più di orientamento e fiducia.

Da dove è nata la tua passione per il mixing e il sound design?

È stato un lento avvicinamento: crescendo musicalmente dalla musica classica attraverso lo studio del pianoforte, passando per l’ascolto del rock e dell’heavy metal, fino a incontrare la pop in radio e la dance in discoteca. Poi, grazie a una conoscenza fortuita, e fortunata, ho potuto conoscere per la prima volta una studio di registrazione nel 1993: un’esperienza della quale sono rimasto evidentemente folgorato, durante la quale ho capito subito che per me era più bello creare e produrre, piuttosto che riprodurre. La soddisfazione nel sentire girare qualcosa fatto con le proprie mani era ed ancora oggi è infinita. Da qui poi l’esperienza in studio mi ha permesso sempre di più di affinare il gusto musicale sia dal lato compositivo creativo cognitivo sia dal lato della bellezza sonora.

Ne è valsa la pena di mettere in piedi uno studio come il tuo?

Eccome. Certamente non sono uno spendaccione e con brama di avere un arsenale da combattimento con belle lucine, anche se avrei una copiosa lista dei desideri. Cerco di fornirmi solamente di quello che per me è essenziale. Oggi ho forse poche cose ma mirate e finora ho speso… non poco.

Guardando una foto online sul sito della Time sembra che tu stia usando un controller touchscreen. È corretto?

Sembra uno schermo touchscreen ma non lo è: è un semplicissimo Apple Cinema Display HD, posizionato in un modo stravagante unicamente per comodità ergonomica, per evitare di dover affiancare due monitor e passare dieci ore al giorno a girare la testa a destra e a sinistra tipo arbitro di tennis. Ma non lavoro più settato in quel modo, seppur non escluda per il prossimo futuro di munirmi di un vero touchscreen. Che ovviamente esiste ed è lì che mi aspetta.

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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