Foto: IA
Dopo aver esplorato le realtà che hanno dato il via a questo speciale, ci spostiamo tra Varese e Torino. Qui, l’esigenza di indipendenza sonora e la ricerca di location non convenzionali hanno dato vita a due realtà con storie ed età differenti che vivono il “fare party” con la stessa passione e anima creativa e non convenzionale.
Foto: This is Not press
THIS IS NOT – Varese
Nato nel 2012 dall’esigenza di svincolarsi dai contesti commerciali, This Is Not ha trasformato la provincia di Varese in un polo di sperimentazione elettronica. Marco Dassi (DJ/Produttore) e Sibe (Organizzatore) hanno costruito un brand capace di spaziare tra house, techno e minimal, puntando su una comunicazione virale e una community che oggi abbraccia più generazioni. Nati come party privato, sponsorizzato tramite passaparola e gruppi chiusi di Facebook, da 100 persone sono arrivati a gestire migliaia di iscritti, diventando un punto di riferimento underground.
Come siete riusciti a creare un evento così importante?
Facebook era agli albori ed è stato sempre sin da subito importante: abbiamo strutturato la comunicazione con flyer, twitter, sito web, YouTube (dove caricavamo i video della serata). A livello digital eravamo già molto forti senza tralasciare la parte offline che abbiamo sempre curato: avevamo addirittura un writer che oggi è diventato un artista famoso conosciuto. Se si può parlare di influencer a livello pionieristico, 14 anni fa, avevamo chiesto a persone influenti locali di collaborare con noi per spingere il party.
La motivazione principale?
Volevamo uno slot in cui metterci in gioco senza doverci adattare a suoni che non ci appartenevano. C’era la voglia di portare nel nostro territorio quel vibe internazionale che respiravamo nei grandi club di Milano o in Emilia Romagna, creando un ecosistema dove il DJ resident fosse il vero pilastro della serata, crescendo insieme al pubblico. Giocavamo molto con la comunicazione offline tramite sticker e flyer creati ad arte, iconici, che sono diventati “virali” nella nostra zona in modo naturale.
Cosa sognate?
Anche se abbiamo sconfinato il perimetro del club, il nostro legame con la provincia è imprescindibile: sogniamo di continuare a far ballare i nostri cittadini il più a lungo possibile e di costruire uno spazio di nostra proprietà, non necessariamente un club, ma un luogo dove poterci esprimere liberamente e dare voce ai talenti. Per noi hanno infatti suonato DJ che oggi sono ai vertici, in tempi non sospetti, perché ci piaceva il loro sound, tra cui: &Me, Adam Port, Giorgia Angiuli, Mall Grab, Luuk Van Dijk, Charlotte de Witte, Anetha, Nastia e Answer Code Request.
La musica da sola non basta più a “riempire”?
Oggi il clubbing tradizionale fatica a rispondere alle esigenze delle nuove generazioni. Abbiamo capito che per sopravvivere e coinvolgere i giovani non potevamo limitarci al solo intrattenimento notturno. La musica resta il centro, ma è più come un tappeto per un’esperienza multidisciplinare. Abbiamo unito arte, design e cultura, proponendo laboratori di ceramica e collaborazioni con lo sport durante i nostri eventi. Il pubblico oggi cerca l’experience!
Foto: Blue Groove logo
BLUE GROOVE – Torino
Nato solo due anni fa come progetto nomade, Blue Groove, collettivo torinese, ha saputo trasformarsi in tempi record da scommessa a SRL. Francesco Martino (DJ) e Giovanni Bonino (Organizzatore/PR) hanno scelto di non legarsi a un singolo locale, preferendo l’esplorazione di location non convenzionali: musei, terrazze e spazi dove l’esperienza conta quanto il beat. “In una città con una scena clubbing storica come Torino, cercavamo un modo per differenziarci. Non siamo solo una festa; siamo diventati un marchio di qualità che si riflette anche nel nostro merchandising”.
Come è nato il vostro party?
Siamo nati due anni fa con l’idea di sviluppare un format itinerante che esprimesse la nostra idea di experience. Abbiamo puntato tutto sul posizionamento, adattando il prodotto e il sound al luogo che ci ospita. Questa flessibilità ci ha permesso di collaborare con realtà di prestigio: dai musei ai brand di lusso come Fred Perry, fino a marchi automotive come Cupra, Volkswagen e Audi.Li chiamiamo “eventi sponsorship”, situazioni in cui l’arte e la cultura incontrano il nostro collettivo. La nostra motivazione principale è il poter esprimere la nostra identità senza i condizionamenti tipici delle gestioni dei club, che spesso impongono limiti di budget o di genere musicale. Volevamo creare un brand e una community che si riconoscessero nel collettivo stesso, tanto che spesso non pubblichiamo nemmeno la line-up: il focus è stare con noi. Non aveva senso replicare modelli giganti che avevano possibilità diverse; abbiamo preferito costruire un percorso alternativo e autentico.
Cosa sognate?
Il percorso di esportazione è già iniziato: abbiamo toccato Madrid, Barcellona, Montecarlo e diverse regioni italiane. Il sogno è diventare un party globale sulla scia di realtà come Paradise o Metamorfosi, magari partendo proprio dalle nostre radici con uno stage al Kappa FuturFestival o approdando all’ADE di Amsterdam come party accreditato ufficiale. Vogliamo crescere come brand per avere la credibilità necessaria per lanciare una nostra label.
Ci sono troppi party?
Sicuramente c’è molta competizione, ma noi abbiamo sempre avuto il focus sul brand e sulla community e questo ci ha distinto. In zona siamo presi come riferimento e il nostro ragionamento è stato questo: se avessimo dovuto mettere guest importanti non saremmo mai nati perché, oltre ai costi, non potevamo competere con club o festival troppo importanti che hanno sempre fatto guest. Anche dal punto discografico capiamo che per la troppa musica sul mercato sarebbe molto difficile essere notati, ci scontreremmo con titani e professionisti del settore e diventeremmo inevitabilmente frustrati. Speriamo di crescere e avere la possibilità di dire la nostra, ma al momento opportuno (con la credibilità che ci saremo costruiti).
20.03.2026




