Lunedì 22 Aprile 2019
Interviste

Passarani: il nuovo album, il ritorno di Tiger & Woods, Gerd Janson e Vladimir Ivkovic

Il produttore è un vero genio in studio, e dopo i successi con il progetto Tiger & Woods esce con un album solista dopo quattordici lunghi anni

Foto: David Visnjc

Tra i più importanti e versatili producer italiani, Marco Passarani è un genio che non ama molto esporsi più del dovuto. Il dj e musicista romano preferisce mantenere un profilo basso, scanzonato, concentrato sul lavoro in studio e sui dj set piuttosto che su tutti quegli aspetti glamour oggi tanto di moda da sembrare un passaggio obbligato se si fa questo mestiere. Uno che resiste alle lusinghe dell’autocompiacimento, nonostante il successo decisamente trasversale del progetto Tiger & Woods, di cui è la metà insieme a Valerio Del Prete (ma i due preferiscono i gustosi e divertenti pseduonimi Larry Tiger & David Woods, per farvi capire i personaggi). Al netto dell’understatement, Passarani resta indiscutibilmente un genio. Perché ogni suo disco è una perla, sa comporre, sa produrre, ha cultura musicale e tecnologica incredibile e riesce sempre a mettere tutto questo al servizio del groove. Una dote rara.

A quasi quindici anni dal suo ultimo lavoro solista, ‘Sullen Look’ uscito nel 2004 su Peacefrog, Passarani ritorna (questa volta non c’è il nome “Marco” nella dicitura dell’autore) con il nuovo album, si intitola ‘W.O.W.’ ed esce per Offen Music, etichetta di Vladimir Ivkovic, altro nome in grande evidenza nell’ultimo periodo. Abbiamo raggiunto Passarani per scorprire di più su questo disco.

Foto: Dan Wilson

‘W.O.W’ arriva dopo molti anni senza tue release a titolo personale, nonostante i numerosi successi di Tiger & Woods. Come mai proprio ora l’esigenza di pubblicare un tuo album?
La situazione è questa: dopo nove anni di Tiger & Woods, in cui avevo messo da parte molte delle mie attitudini personali, l’anno scorso ho iniziato a lavorare a qualche traccia da solo, anche solo per il gusto di sperimentare, di fare tentativi senza uno scopo preciso. Negli ultimi anni mi ero proprio immerso nello spirito di T&W, quasi da edit disco e sample. E mi sono divertito molto, è un progetto che amiamo e che ci sta dando grandi soddisfazioni. Chiaramente, però, dopo tutto questo tempo avevo voglia di staccare un po’, ho sfogato la mia parte più personale, così abbiamo modificato il nostro studio, e mi sono messo a provare il nuovo set up dandomi degli obiettivi quotidiani su questi miei nuovi esperimenti. Sono andato a braccio, ho ritrovato i miei aspetti produttivi passati ma filtrati da dieci anni con T&W.

L’album esce su Offen Music, la label fondata da Vladimir Ivkovic. Come vi siete scelti, anzi chi ha scelto chi?
Ci siamo scelti, buona la prima! Vladimir è in realtà una sorta di “consigliere” per me, da sedici anni in qua, e anche in questa occasione è stata una delle prime persone a cui ho fatto sentire le tracce e a cui ho spiegato il progetto. Lui e Gerd Janson sono le persone con cui quasi sempre mi confronto. I miei “beta tester”. Di solito però mando un pezzo o due per avere un parere, stavolta gli ho mandato 32 brani, prima ti ho detto “spiegare il progetto” ma in realtà non c’era, il progetto. Era solo voglia di esprimermi. Lui ha ascoltato tutto e mi ha detto “facciamo un album con questo materiale”. Mi ha sorpreso, spiazzato, credo di avergli risposto “WOW!” e infatti ‘W.O.W.’ è diventato il titolo dell’album.

Ne parli come se fosse del materiale grezzo, come se non ci credessi così tanto che fosse buono per un album…
Beh, i pezzi mi piacevano ma erano dei test. Funzionavano bene, avevano un senso, sembra un viaggio. L’apporto di Vladimir però  è stato forte, è lui che ha voluto metterli insieme e tirare fuori gli otto brani del disco.

A proposito di Vladimir Ivkovic: lui è un nome rispettatissimo nel nostro ambiente da molti anni, ma solo recentemente sta venendo fuori come dj, paradossale no?
È sempre stato un grande dj ma ora improvvisamente è esploso, un fenomeno difficile da spiegare. Ma sai come funzionano le dinamiche del nostro mondo… Quando feci il disco su Desolat fu lui a segnalarmi a Loco Dice, per dire. È un gigante da sempre.

 

In ‘W.O.W.’ sento forti le influenze della techno delle origini e anche di certa elettronica ancora più pionieristica, tutto filtrato da un gusto molto avanguardista. Domandona: quali sono effettivamente le tue influenze in questo lavoro?
È difficile dirlo perché faccio il producer da 23 anni ma mi sembra sempre una settimana. Un disco del ’90 mi pare uscito l’altro ieri. Però mi influenza tutto in questo mondo, davvero tutto: mi guardo e ascolto i documentari anni ’70 sulla musica dei computer IBM, mi appassiona la library music. Mi piacciono i riferimenti dei producer più sofisticati ma amo anche, naturalmente, la techno e la house delle origini. Mi piace pensare alla mia musica come a un futuro da Star Trek.

Cioè?
Cioè un modo di immaginare il futuro che oggi sembra retrò nella sua estetica, ma che di fatto ha ancora un potere evocativo fortissimo, spesso addirittura molto più dell’immaginario troppo futuribile, scientifico, di quello disegnato e messo in scena nella fantascienza di oggi.

Mi ha colpito una cosa, anzi due, che hai detto. Sono collegate. Star Trek e la library music. Due prodotti che al tempo della loro uscita erano considerati popolari, “bassi”, senza eccessive velleità artistiche. E invece  hanno acquisito una grande dignità, un valore. Sono diventate parte della formazione e del gusto di chi oggi fa quei lavori ad alti livelli. Star Trek è addirittura un cult con pochi uguali se parliamo di immaginario.
È la differenza tra foto e illustrazione. Alcune cose semplici, artigianali, hanno più effetto, sono efficaci e regalano suggestioni. Possiamo ammirare il futuro plausibile, perfetto, asettico dei film di oggi. O il sound design scolpito di certe produzioni o banchi suoni. Difficile non farlo. Ma è anche vero che tutto questo dettaglio, questo poco spazio all’immaginazione e anche all’approssimazione, se vuoi, all’errore, toglie fascino e curiosità, non lascia spazio all’interpretazione e alla fantasia di immaginare come potrebbero essere un possibile futuro o le frequenze che mancano al mix. È la differenza tra un drone, un pad, e la melodia. Diciamo che nel mio disco ho volutamente preferito e privilegiato una visione schematizzata. Ho utilizzato 16 colori invece di 16 milioni in 8K Ultra HD, ecco. Ma quei 16 colori li ho combinati nei modi più creativi possibili, non so se mi spiego.

Ti spieghi benissimo, ed è un’idea affascinante. Senti, questi 16 colori li porterai in giro live?
Al momento non c’è un live in previsione; c’è in cantiere un ibrido dj set/live e l’idea è di combinare le cose, non mi sento pronto a impostare un vero e proprio live show e continuo a fare dj set. Il live sarà quello di Tiger & Woods, torneremo in primavera con tante importanti novità. Ma in futuro ho in programma di fare qualcosa di speciale.

Come vivi Roma, la tua città? È un periodo particolare per i club e la vita notturna della capitale, tu sei spesso in giro per il mondo, che fai quando sei a casa?
Vivo Roma in una maniera che mi porta al di fuori dei club, vivo quasi da straniero: amici-casa-studio, più o meno. Musicalmente sono fuori dal giro, vado in locali come il Lanificio di tanto in tanto ma vivo la città e non la notte, perché spesso non ci sono nel weekend, e quando sono a casa voglio fare altro.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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