Giovedì 19 Settembre 2019
Costume e Società

Perché nei video dei Festival non balla nessuno?

 

Nelle mie ore quotidiane dedicate al surfing musicale compulsivo, mi capita spesso di guardare video girati nei Festival dance ed elettronici. Spinto da una grande curiosità e da una timeline in gran parte animata da questo tipo di audiovisivo (ognuno ha gli amici che si merita, anche su Facebook), trovo che siano una testimonianza utile per tastare il polso di un evento, capire ad esempio quanta e quale gente c’era, che musica è stata proposta, scoprire qualche perla e via dicendo. Questi videoclip si dividono in due categorie: esclusivi e soggettivi. I primi sono quelli girati dai promoter stessi, poi saggiamente montati per creare i famosi “aftermovie” che rappresentano uno dei migliori modelli di self-marketing in circolazione. I secondi sono quelli girati dai clubbers e offrono una prospettiva non sempre perfetta della situazione ma più autentica in grado di svelare retroscena interessanti. Ricordo ad esempio di aver “visto” e “sentito” Luciano suonare per la prima volta al Time Warp del 2009 il suo leggendario re-edit di ‘Never Leave You’ e di aver scoperto Puff Daddy festeggiare al Circoloco proprio in questa maniera, navigando sul web. La caccia al vip e il suo smascheramento andava forte nei primi anni di YouTube, quando Snapchat era solo un miraggio. Adesso c’è un certo limite a riguardo anche perché l’evoluzione dei social network ha riscritto anche le regole del pudore.

Non è la prima volta che, dopo aver mostrato questi filmati a qualche amico, mi è viene fatta una domanda da un miliardo di dollari: ma perché non balla nessuno? Una domanda banale, sciocca, così semplice da essere disarmante. E’ come chiedersi perché Paperino ha dei nipoti se non ha né fratelli né sorelle. Per poi scoprire, dopo un approfondimento che ha una sorella, Bella Duck, madre di Qui, Quo e Qua. Perché niente è come sembra soprattutto dopo aver indagato. Effettivamente, guardando attentamente alcuni video non si può negare l’evidenza. Se questo non si può dire delle clip ufficiali, montate ad arte per ottenere proprio l’effetto contrario, è evidente che soprattutto nei video amatoriali o semi amatoriali questa sensazione è facilmente deducibile e allora ho provato a farmela da solo questa domanda: perché nei video dei Festival non balla nessuno? Fin troppo scontata la risposta dei detrattori che banalizzano la questione facendo riferimento all’uso di alcool e sostanze stupefacenti, il cui abuso non farebbe altro che trasformare i clubbers in zombie. Vero, verissimo! Ma, punto primo: se ascoltassi questa teoria alquanto superficiale non farei altro che alimentare un dibattito che più volte ho rifiutato perché la mistificazione è già l’arte preferita da molti, lecita, ma clamorosamente pregiudiziale. Punto secondo: ho avuto l’immensa fortuna di partecipare a centinaia di eventi e la maggior parte delle volte niente mi è apparso più lontano da questa teoria. Preferisco piuttosto approfondire altri elementi che ritengo decisamente più credibili, utili e spero interessanti per una corretta analisi.

I Festival sono sostanzialmente degli happening dove la gente va per condividere una passione, scambiarsi idee, pensieri, baci e abbracci e non necessariamente per saltare dodici ore. La durata di questi eventi induce ad una gestione del ballo differente rispetto al club, dove le poche ore a disposizione per consumare il rito collettivo ne modificano le dinamiche. Inoltre, un certo tipo di musica elettronica non è adatta ai grandi spazi e il corpo deve lavorare duro per catturare le emozioni date dalla musica techno ad esempio che outdoor perde un po’ della sua autorità. Per questo a volte capita di avere la sensazione che i dj set dei Festival siano più o meno tutti uguali (e non solo nella EDM) perché per un deejay techno-oriented è molto più difficile lavorare in ampiezza piuttosto che in profondità. Al contrario, la musica EDM facilità il compito dell’artista, sia perché le sonorità sono pensate proprio per riempire quegli spazi, sia perché un uso abile e massiccio delle lyrics aiuta la fruizione della musica da ballo contribuendo in maniera decisiva a mantenere alta l’attenzione. Inoltre le performance degli artisti mainstream hanno assunto tutte le caratteristiche di un vero e proprio concerto dove le dinamiche tra deejay e pubblico sono le stesse di quelle che sussistono tra il frontman e i suoi fan. In riferimento alla musica dance mainstream è frequente parlare di “entry-level” dove gli artisti, costruendo i set anche intorno a parti vocali rubate dal pop, risultano facilmente comprensibili e assimilabili. Il discorso assume proporzioni importanti se prendiamo in considerazione i produttori che finiscono costantemente in classifica e in radio che stanno sempre di più differenziando la loro missione, producendo tracce pop per il primo uso per poi remixarle per la performance live dove è necessario un certo livello di energia. La caratteristica principale della musica EDM è quella di essere fisica. Salti, mani al cielo, urla, bandiere, striscioni: l’approccio è simile a quello del punk e del rock dove il corpo è al centro del discorso. La musica dubstep – quella di Skrillex per intenderci – è quella che si avvicina di più a questo concetto. Negli anni ottanta e novanta il pogo era la ribellione, negli anni duemila lo è il drop di ‘Scary Monsters And Nice Sprites’. Non è un confronto, ma un dato di fatto. Anche perché sul talento dei Sex Pistols non è che ci sia molto da dire… La musica techno e quella house lavorano invece a livello mentale soprattutto nella loro sfumatura dub o deep differenziandone la fruizione.

Un altro aspetto interessante che emerge dall’analisi dei video dei Festival è che il pubblico dell’underground è antropologicamente portato a non guardare necessariamente verso la consolle perché non ritiene che il deejay sia la superstar da ammirare e fotografare ma bensì uno sciamano che prende possesso delle emozioni guidando l’ascoltatore verso un’altra dimensione. In questo caso l’attenzione del clubber è rivolta verso l’esperienza dello spazio che gli sta intorno e all’interazione con la sua tribù che con il passare delle ore diventa sempre più piccola trasformando l’esperienza in un percorso individuale. Se dovessi ridurre il concetto a un dato empirico direi che nei festival EDM si balla di più per meno ore mentre ad un festival techno si balla di meno per più ore. 

Ma la musica che ruolo gioca in questa partita? E se l’imbarazzo di alcune dancefloor fosse dovuto alla scarsa qualità dei set proposti da alcuni deejay che non guardano mai la pista? Bisogna dare al pubblico quello che vuole oppure guidarlo con con il proprio gusto? E a che livello di performance il gusto va in corto circuito con le esigenze e con le circostanze? Il dibattito è più aperto.

Oggi anche i grandi deejay techno subiscono, loro malgrado, la globalizzazione del ballo, con migliaia di ragazzi rivolti verso la consolle con i flash degli smartphone a riprendere i momenti migliori. Basta guardare l’inizio di un set di Richie Hawtin, di Len Faki, di Chris Liebing o dei Tale Of Us per avere la sensazione di essere sul red carpet piuttosto che a quello che dovrebbe essere un rave. È il prezzo della celebrità, il limite dove underground e mainstream si fa sempre più sottile. In Italia questa pratica è molto diffusa. Credo che questo avvenga perché nel nostro paese il concetto di “evento” prevarica su quello di “party”. Se al secondo si partecipa al primo bisogna far sapere a tutti i costi di esserci stati. Nell’ultimo periodo si sta cercando di arginare il fenomeno in modo più o meno ufficiale ma solo il Berghain di Berlino riesce ad avere la meglio su un fenomeno inarrestabile.

Ma perché nei video dei Festival non balla nessuno? Non credo che sia così, la gente balla eccome e poi non è una questione corporea. Il Festival è un luogo di aggregazione e condivisione che non ha bisogno di essere vissuto ma partecipato. È uno “state of mind”: dodici ore, tre giorni, chi in camper, chi in tenda, chi in un albergo a mezz’ora o a un’ora di strada. È comunque uno sforzo importante che giustifica la fatica che trasudano alcuni di questi video. “Quello che conta è che io sono li davanti allo stage e tu sei sul divano a guardarmi”. A volte rispondo così. Severo ma giusto.

 

 

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Ale Lippi
Scrivo e parlo di Electronic Dance Music per Dj Mag Italia e Radio Deejay (Albertino Everyday, Deejay Parade, Dance Revolution, Discoball). Mi occupo di club culture a 360°, dal costume alla ricerca musicale.

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