Domenica 25 Agosto 2019
Interviste

Le percussioni dentro il computer: Deardrums

 

Deardrums è uno di quei progetti curiosi e diversi da ciò che ascoltiamo di consueto, qualcosa di molto particolare. Il gusto e le abilità di dj e produttore di Bottin (artista che si è fatto strada tra nu-disco, house, e suoni di una certa eleganza) incontrano le percussioni di Leo Di Angilla, musicista veneziano in grado di passare dal reggae al pop, da Mike Patton a Jovanotti, dall’elettronica alla musica di più forte accezione etnica.

È proprio Leo a raccontarmi del progetto Deardrums, dell’album in uscita e, naturalmente, delle varie declinazioni del suo lavoro di percussionista.

 

 

 

Deardrums è un progetto in cui un suono tipicamente elettronico, sintetico, incontra le percussioni live. Come è nato questo connubio e quale idea avevate in testa quando avete deciso di produre delle tracce insieme?
E’ vero, Deardrums ha un suono assolutamente elettronico ma, proprio per il tipo di strumentazione che abbiamo utilizzato nei 13 brani che costituiscono l’album che sta per uscire, amo definire questo tipo di sonorità “elettronica organica”. Tutti gli strumenti utilizzati (fondamentalmente drum machines e drum brains) sono assolutamente analogici, e alcuni talmente vecchi da avere un suono estremamente “sabbioso”! L’incontro tra questo tipo di strumentazione e la percussione lo si ritrova nel fatto che buona parte dei groove e delle pulsazioni è stata suonata direttamente “a mano” sugli strumenti e non utilizzando dei sequencer. Il progetto è nato da una proposta di Bottin di ricercare un sound, come lo ha definito lui all’inizio ,“precolombiano”!

Nell’ep uscito di recente ci sono tre tracce: una con influenze cosmic, una più vicina alla house e una terza che mi porta invece nel mondo di certa techno detroitiana. Come hai rapportato il tuo gusto da percussionista in tre mondi così vicini e allo stesso tempo diversi?
Devo confessare sinceramente che tutto è nato in maniera molto spontanea, senza troppe riflessioni sul genere o sui generi ai quali ci si avvicinava e il sound raggiunto è una sintesi di anni di ascolti tra i più vari.

 

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Avete in programma altre uscite a breve, è un progetto su cui state investendo tempo e strategie discografiche, o un semplice divertissement nelle vostre già impegnative carriere?
Si tratta di un vero e proprio progetto. A breve uscirà l’album (si dice ancora così?) ed è previsto un tour promozionale in Europa e Stai Uniti…Tutto work in progress!

Al di là di Deardrums, hai un interesse profondo per la scena dance ed elettronica? Quali artisti e quali sound ti intrigano maggiormente?
Devo essere sincero: la mia cultura elettronica non affonda le sue radici nella dance, anche se negli anni ho avuto modo di ascoltare e studiare diversi artisti ai quali mi sono appassionato. Tra gli artisti che mi viene facile ricordare in questo momento potrei citarti, in ordine assolutamente sparso, Aphex Twin, Daft Punk, Squarepusher, Metro Area, Mstrkrft, deadmau5, Drumattic Twins, Authecre, Adam Freeland, Burial, Flanger, Massive Attack, Moloko, Roni Size, Simian Mobile Disco….

Il tuo è uno strumento apparentemente semplice, spesso le percussioni vengono superficialmente considerate come un piccolo ensemble di tamburi che fanno colore all’interno di un brano. In realtà, è un mondo sterminato di diversi strumenti, con una gamma infinita di possibilità timbriche, ritmiche, e che richiede una competenza e una conoscenza minuziosa per essere all’altezza di ogni situazione ed avere una propria personalità. Quali sono le tue percussioni preferite e cosa preferisci suonare? In una parola, come definiresti il tuo stile?
Bella domanda! Diciamo che il mio stile è fondamentalmente pop! Non essendo cresciuto in una’rea geografica e culturale dove la percussione ha una presenza ed un ruolo importanti nella vita quotidiana (a parte forse alcune zone del nostro Sud) ho dovuto necessariamente specializzarmi in quella musica che faceva parte del mio vissuto quotidiano fin da ragazzino e quindi quella che sentivo alla radio o nei dischi (pochi) che riuscivo ad acquistare.

 

 

Una delle tue caratteristiche è una straordinaria versatilità, che ti permette di passare dalle tue produzioni reggae ed elettroniche, come in Deardrums, al pop di Jovanotti e di Biagio Antonacci, fino ai progetti di Mike Patton e Roy Paci. Come si acquisisce una mentalità così fresca e aperta? 
Fondamentali sono la curiosità e l’incoscienza che ti portano ad accettare tutte le proposte che ti arrivano! Tutte le esperienze musicali che hai citato e tutte quelle che non sono riportate qui, hanno contribuito a farmi crescere e a farmi diventare quello che sono ora. La musica è tanta, le possibilità sono infinite….è solo l’inizio!

Se dovessi invece scegliere uno stile musicale, un genere, in cui più di tutti gli altri ti senti a tuo agio, qual è?
Sono sempre molto legato ad uno dei generi coi quali ho iniziato a suonare da ragazzino…il reggae! Dico sempre che quando sarò vecchio, mollerò tutto e fonderò un mio gruppo reggae dove suonerò un set misto di batteria e percussioni!! Ahahah!

 

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Chi sono i percussionisti più importanti di sempre? Quelli che hanno rivoluzionato lo strumento, inventando nuove tecniche o proprio nuovi tools?
Veramente difficile fare una lista dei percussionisti che hanno influenzato la musica…sono veramente molti. Ognuno nel suo ha messo un tassello importantissimo per la creazione di un linguaggio universale del ritmo e tutti, bene o male, dipendiamo gli uni dagli altri. Non bisogna mai dimenticare che il bagaglio tecnico che un musicista raggiunge non è mai solo merito del proprio impegno, della propria passione e del proprio studio, ma anche e soprattutto è la diretta conseguenza del lavoro, dello studio e della passione di altri musicisti arrivati prima!

L’Italia ha una forte e consolidata tradizioni di produttori dance. Che mi dici invece dei percussionisti? Ci sono degli italiani tra i grandi mondiali delle percussioni?
In Italia abbiamo percussionisti straordinari, che non hanno nulla a che invidiare ai colleghi di altri paesi. Il problema è che in Italia, tutto sommato, si ha quella sindrome che io chiamo “paura dei tamburi”! E’ una questione culturale…ma preferisco non dilungarmi su questo argomento…

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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