Venerdì 22 Novembre 2019
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Pesce d’aprile? E se invece…

 

 

di Alberto Scotti e Ale Lippi

20 palchi, 160 artisti italiani. La storia della musica dance ed elettronica italiana completamente rappresentata in tutti i suoi generi. Dai nomi mainstream a quelli più alternativi, dai “padri fondatori” della scena ai giovanissimi talenti. Tutto questo è DJ MAG ITALIA DANCE FESTIVAL. Anzi, sarebbe stato. A metà tra sogno e utopia, il nostro pesce d’aprile è stato un classico scherzo editoriale per divertire, divertirci e far sobbalzare sulla sedia qualcuno di voi. Però, a quanto pare, siete sobbalzati in tanti.
Ma aspettate un attimo. Sogno, utopia? E se facessimo sul serio? La nostra piccola provocazione aveva come missione quella di sollevare una riflessione sul “sistema Italia” dal punto di vista della musica da ballo. E dalle telefonate e i messaggi ricevuti dalla redazione siamo felici di aver colto nel segno, soprattutto tra gli addetti ai lavori: ci piangiamo sempre addosso, vediamo sempre l’erba più verde del vicino ma non proviamo a fare altrettanto. Sembra che organizzare un festival con la line up dei sogni (come quella del nostro festival inventato) sia impossibile in Italia, per mancanza di intenti e obiettivi comuni, più che per problemi burocratici (seppur esistenti). Poi queste line up le vediamo al Sònar, al Dimensions, al Time Warp, al Tomorrowland, all’Ultra Music Festival. Perché? Quali sono le lacune che impediscono a un Paese ricchissimo di talenti (e se date un’occhiata anche rapida alla nostra ideale line up ce ne sono moltissimi) e con un pubblico davvero numeroso, di avere i suoi grandi eventi estivi, i suoi festival di dimensioni “grandi” (non ce ne vogliano alcune eccellenti realtà del panorama nazionale, ma parliamo di dimensioni davvero grandi, tipo Sònar per capirci) e un sistema capace di fare squadra e creare coesione?

 

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Sembra quasi che qualunque tentativo di mettere in piedi collaborazioni durature e forti, sia destinato a naufragare di fronte a divisioni da guelfi e ghibellini, piccoli orticelli in cui tutti sono al sicuro ma nessuno sta bene. La poca ironia e lo scarso coinvolgimento con cui qualche artista coinvolto ha accolto l’iniziativa è il risultato di tutto questo. Non che ci aspettassimo un endorsement totale, ci mancherebbe, non abbiamo questa presunzione. Ma allo stesso tempo il minimizzare, snobbare e in alcuni casi schernire questo pesce d’aprile non è un segnale positivo ma una certezza a cui purtroppo siamo sempre di più abituati.
A vedere la quantità di nomi nel nostro ideale cartellone, fa spavento la qualità e il numero di talenti espressi dal nostro Paese, e se il mondo spesso li esalta, sembra quasi che a snobbarli sia proprio il sistema italiano, attentissimo a celebrare l’ultimo fenomeno underground londinese o il grande protagonista olandese o americano, ma perennemente sospettoso quando si tratta di creare una comunità di artisti tricolore da spingere. E purtroppo, quest’amara considerazione non è un pesce d’aprile. Proviamo a partire da qui e a rimetterci in discussione?

 

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