Domenica 15 Dicembre 2019
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La pirateria musicale nell’era post-Spotify

La pirateria musicale è il tallone d'Achille dell'industria discografica da quando è nato internet. Qual è il suo stato di salute nel 2019? Le piattaforme di streaming e i servizi gratuiti sono riusciti ad arginare la pirateria digitale?

“Spotify, Apple Music, Tidal e Deezer hanno ucciso la pirateria musicale”. Tutti d’accordo? No, non proprio. Almeno non secondo l’ultimo report di MUSO, azienda inglese leader nel controllo delle violazioni di copyright in tutto il mondo, che ha dipinto un quadro sulla pirateria che confuta la tesi sostenuta da molti discografici prêt-à-porter.

Il cardine che accompagna l’evoluzione del mercato discografico contemporaneo è quello secondo cui se una risorsa è disponibile gratuitamente le persone abbandoneranno i modi illegali per procurarsela. Come vi avevamo raccontato proprio su DJ MAG italia nel 2017, il dossier dell’epoca affermava che il 40% dei giovani tra i 16 e i 25 anni era solito fare un uso quotidiano di YouTube Converter e simili. Proprio YouTube è stato più volte messo sulla graticola per la facilità con cui gli utenti possono scaricare musica e video protetti da copyright. Contemporaneamente, il rapporto di RBB Economics evidenziava come il 30% degli intervistati ammetteva che se non avesse avuto YouTube molto probabilmente avrebbe visitato siti dedicati al download diretto. Due anni fa, quindi, il quadro era in parziale miglioramento rispetto al quinquennio 2010-15. Sia in Italia che all’estero.

E oggi, cos’è cambiato? Dieci anni fa i torrent come Emule e Limewire erano lo standard. Nel 2019, tuttavia, solo il 6,7% di tutta la musica nel mondo viene scaricata illegalmente attraverso queste piattaforme. La parte del leone è infatti riservata allo streaming senza licenza (33,6%) e allo stream-ripping (YouTube Converter e affini) con il 31,3% del totale. Il calo c’è stato ed è stato notevole soprattutto a livello italiano. L’ultima indagine commissionata dalla FIMI, la Federazione Industria Musica italiana, fotografa un’istantanea in cui la contraffazione digitale e la diffusione abusiva di musica online è scesa del 35% rispetto a marzo 2018 e del 10% nei primi tre mesi del 2019. Rispetto al 2017 il declino è del 50%. Dati molto positivi.

 

Approfondendo il report di MUSO emergono però scenari più nebulosi. L’azienda inglese tralascia volutamente le ultime grandi uscite discografiche mainstream come l’album di Avicii, Billie Eilish o Post Malone e scava nel back-catalogue scegliendo opere che dovrebbero aver terminato il loro momento d’oro – pur essendo entrate nella storia della musica contemporanea. Nel solo mese di luglio 2019 i dati di MUSO dicono che ‘Divide’ di Ed Sheeran (2017) è stato scaricato illegalmente più di 612.000 volte; ‘The Life Of Pablo’ di Kanye West (2016) più di 280.000; ‘The Fame Monster’, l’album di debutto di Lady Gaga risalente al 2009, viaggia oltre le 202.000 volte. Tutto questo a livello globale. Come cita l’articolo su Music Business Worldwide da cui abbiamo preso il là per questa riflessione, “tre album, presi a caso, [sono stati] scaricati più di un milione di volte in un solo mese”. Impressionante.

E se volessimo diventare veniali, giusto per un secondo, sulla base del prezzo medio di vendita di iTunes e Amazon potremmo tranquillamente dichiarare che sono andati in fumo più di 10 milioni di dollari che sarebbero andati suddivisi tra artisti, negozi digitali, etichette e altri player della filiera. Un mancato incasso milionario per i detentori del copyright di queste opere. Basta poco per capire come il danno alla discografia continui a essere enorme, se non incalcolabile, a dispetto di un trend internazionale comunque positivo.

Chi sono questi nuovi pirati digitali? Il profilo è sfocato, volubile, tuttavia possiamo immaginare come – limitandoci alla musica elettronica – l’onda lunga dell’EDM abbia portato milioni di persone a voler possedere brani, EP e album per poterli ascoltare, condividere, proporre alle feste e nei club. Il numero di aspiranti dj è salito spaventosamente negli ultimi anni (basta guardare l’esplosione del mercato di dj controller mid e entry-level per farsi un’idea della serietà del business) e, contemporaneamente, i prezzi dei download non sono mai diminuiti. Dall’altro lato si sono aperti mercati che solo cinque anni fa erano del tutto vergini dal punto di vista musicale: pensiamo a Cina, Vietnam, Thailandia, Corea, Sud America, Penisola Arabica, Sud Africa. In questi Paesi vivono milioni di persone che hanno finalmente accesso a una connessione veloce e stabile ma che, vivendo in condizioni socio-economiche talvolta difficili, hanno una fame musicale enorme accompagnata da una scarsa propensione al suo acquisto.

 

L’espansione di Spotify, Deezer, Tidal, del corrispettivo cinese QQ Music e la promozione a singhiozzo di YouTube Music stanno quindi disincentivando la pirateria musicale in Europa e negli Stati Uniti ma non riescono ad essere così incisivi in molte altre zone in cui la densità di popolazione è maggiore. I dati parlano chiaro: dei 3.5 miliardi di persone connesse a internet in tutto il mondo solo il 10% è abbonato a una piattaforma di streaming musicale. Qui, tra le file di questi milioni di persone, risiede un enorme margine di opportunità per le aziende del settore. E per tutti gli artisti e creativi là fuori.

Le strade per lenire la piaga della pirateria musica sembrano quindi essere due: lo sviluppo di nuove tecnologie contro la duplicazione e il download illegale e la movimentazione di grandi investimenti per convincerei pirati musicali ad abbandonare sciabola e rum e a pagare un abbonamento che sappia garantire più benefici che costi. Ma come? Le parole chiave sono tre: contenuti, prezzo ed accessibilità. La sfida è ancora aperta.

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Michele Anesi
Amo la musica elettronica, il music marketing e scoprire nuovi talenti. Preferisco la sostanza all'apparenza.

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