Lunedì 22 Aprile 2019
Interviste

Pirupa: “l’Italia deve valorizzare i suoi talenti”

Piero Pirupa è tra i dj producer italiani più rispettati nel panorama internazionale. Per questa intervista, ci ha preparato anche una playlist con i brani italiani che hanno più influenzato la sua musica

Sperimentatori. Nell’industria musicale di oggi, pochi artisti possono liberamente definirsi tali senza far storcere il naso a qualcuno. Ma il nostro Pirupa può tranquillamente essere ricondotto a questa categoria senza creare malesseri. “Nostro” si fa per dire, perché è italianissimo, ma quando si parla di musica dubito si senta poi così patriottico. Anzi, con lui ho avuto modo di conversare in lungo e in largo di Italia (e dintorni), e l’idea che il dj, produttore e label owner si è fatto della nostra scena è abbastanza chiara: bisogna fare di più. È uno che la sa lunga, Piero Pirupa, che il mondo l’ha girato e ha avuto modo di esibirsi a fianco di leggende come Carl Cox,  Sven Väth, Pete Tong, Marco Carola, Steve Lawler, Nic Fanciulli e tanti altri, con una proposta musicale che negli anni ha spaziato tra house, tech house e techno senza troppe riserve. Molte le label di primissimo piano che hanno stampato il suo nome, e nel mese di gennaio è uscito il suo ultimo EP di due brani –  insieme a Leon – dal nome ‘Our Sound‘, distribuito via Elrow. ‘Our Sound’ è solo il capitolo più recente di una lunga serie di release che negli ultimi mesi hanno toccato Crosstown Rebels, VIVa, Glasgow Underground, Armada SBJKY e non solo. Tanto da fare per Pirupa, ma anche tanto da dire. E da farci ascoltare. Perchè già che parlavamo d’Italia, gli abbiamo chiesto di prepararci una piccola playlist di storiche influenze italiane che in qualche modo hanno condizionato la sua musica nella sua prolifica carriera, che troverete di seguito. Per quanto riguarda quelle straniere, Piero non ha dubbi: su tutti troneggia il grande Danny Tenaglia. Ecco cosa ci siamo detti. 

  
Per la tua carriera è stata determinante la stagione ibizenca del 2002. Facciamo un po’ i nostalgici: descrivimi l’atmosfera nell’isola quell’anno, e perché la tua vita da lì in poi è cambiata.
Fino a quell’estate frequentavo solo i club italiani, Cocoricò, Titilla, Echoes, tutto quel che accadeva intorno a Rimini e Riccione. Gli artisti internazionali che mi piacevano – prevalentemente la scena inglese e tedesca – potevo ascoltarli solo in radio, perché l’Italia del clubbing nel 2002 si orientava più sugli americani e sinceramente ero un po’ stufo di ascoltare sempre gli stessi nomi, nonostante i vari Frankie Knuckles, Maw, David Morales e Satoshi Tomie abbiano contribuito moltissimo alla mia formazione artistica. A Ibiza ho avuto l’occasione di vedere ed ascoltare dal vivo Carl Cox, Fatboy Slim, Laurent Garnier, Josh Wink, Deep Dish; ho scoperto il Circoloco, che ai tempi era un after party dove si andava per digerire il weekend; sono andato per la prima volta al Cocoon, all’Amnesia, dove mi ricordo suonavano nella stessa serata Richie Hawtin e Sven Väth. Mi si è aperto un mondo tutto ad un colpo, nel giro di una settimana. I dj che ho ascoltato mi hanno ispirato in modo indelebile e infatti da quell’estate del 2002 Ibiza per me è diventata una tappa fissa: ogni estate andavo almeno due o tre volte per approfondire la musica che mi è sempre piaciuta. Dal 2002 al 2012 Ibiza per me è stata la più intensa fonte d’ispirazione. 

Diciassette anni dopo, cos’è cambiato?
L’isola è malata, in mano a gente che nel 2002 Ibiza non sapeva neanche cosa fosse. Non mi riferisco tanto alla musica, quanto ai gestori delle discoteche e ai vari organizzatori dei party, che negli ultimi cinque o sei anni hanno sempre offerto gli stessi nomi, riscaldando la minestra ogni anno. Diciassette anni fa da quelle parti suonavano leggende del tempo e altri artisti che lo sarebbero sicuramente diventati. Coloro che popolano le console di Ibiza oggi non lasciano il segno, non considerano la possibilità di evolversi. Tutto ciò che conta oggi è non perdere la poltrona, suonare qualche acapella e un po’ di old school (per fare i nostalgici) ma nessuno lavora per migliorare l’offerta. Un tempo per arrivare a Ibiza dovevi avere un’importante storia alle spalle. 

  
Sarai contento del ritorno alle classiche sonorità house che ha caratterizzato il 2018. 
Sono contento. Dal 2013 al 2016 c’è stata tanta confusione, con un poco convincente ritorno della techno martellante. Mi sono fatto coinvolgere pubblicando su Drumcode, Intec ed altre label di settore, ma adesso non lo farei neanche morto, perlomeno in quello standard qualitativo lì, che mi ha scocciato abbastanza. È come se avessi perso la rotta, che adesso sento di aver ritrovato. Eppure nei festival italiani vanno ancora di moda le line up techno-martellanti, basti guardare gli eventi di Capodanno. Soliti nomi, solita musica, e quasi sempre techno. Fortunatamente si sta tornando all’house, sono felice perchè negli anni scorsi per sentire roba diversa toccava sempre andare all’estero. Oggi ci sono tanti artisti nuovi che fanno ben sperare. 

A proposito di andare all’estero. Che cosa non ha funzionato in Italia, nella tua carriera?
Come dice il proverbio, “Nessuno è Profeta in Patria”. Lo considero azzeccato, anche se negli ultimi anni finalmente si inizia a osannare qualche italiano. Per me sarà difficile tornare indietro, nel mio storico italiano sono stato più criticato che elogiato, nonostante continui ad evolvere il mio sound. Le folle straniere sono più calorose, mi fanno sentire bene e tendo ad esaltarmi di più quando sono al dj booth. Ho suonato in quasi tutto il mondo e posso dirti con certezza che fuori dal nostro Paese i promoter rischiano di più, scommettono, cercano strade nuove. Qui suonano sempre gli stessi, i nostri PR hanno una mentalità chiusa – soprattutto nei gusti musicali – e nel booking non fanno altro che seguire l’hype e il brand musicale del momento, ignorando i tanti produttori di talento in circolazione. I promoter italiani non hanno le palle, non sanno vendere gli artisti ai propri clienti e quindi vincono facile accontentando la massa. Quel che non capiscono è che così facendo non avranno vita lunga: al posto di creare un party longevo – basandolo su un prodotto musicale coerente – non fanno altro che buttare i soldi. Il denaro prima o poi finirà e le chiusure saranno inevitabili, vedi quel che è successo al 70% dei nostri locali negli ultimi dieci anni. Io so come funziona perchè a mia volta sono stato un promoter. Dispiace dirlo, ma siamo uno di quei pochi paesi dove non si promuovono i connazionali, e noi di nomi forti ne abbiamo. 


  
Hai motivo di sperare nel 2019?
Ho delle buone sensazioni, che negli anni passati non avevo. Il ritorno all’house sta dando una bella rinfrescata e spero si affermi forte anche in Italia. Per quanto mi riguarda la priorità rimarrà sempre lavorare, proporre musica al top e far star bene tutti.

Parliamo del tuo nuovo EP con Leon. Come nasce questo progetto?
Era tempo che cercavamo di fare qualcosa insieme ma non abbiamo mai avuto un momento per concentrarci. Finalmente ci siamo riusciti e il risultato sono due brani tech house, ideali per il dancefloor nonostante abbiano sfumature diverse. ‘Our Sound’ ha un parlato con pause molto emozionali, mentre ‘Now Walk’ vede il classico 909-808 spacca-pista, con synth acidi e rullate devastanti. Stiamo finendo cose nuove, avrete presto altre nostre release.

Per il resto, hai altro in cantiere?
Diverse release, a cui si aggiungeranno altre nel periodo estivo. ‘Crazy Horse’ esce a febbraio su Solotoko (la label di Sonny Fodera) e sarà un EP di due brani. La title track è una delle tracce che sto suonando di più negli ultimi tre mesi e consiste in un sample vocale ricantato di ‘White Horse’ di Laid Back; ‘WTF’ – il lato B – è invece più funky. A marzo uscirà invece ‘Rebellion’, un altro EP di due brani realizzato con Alex Kennon, che Damian Lazarus continua a proporre nei dj set da più di un anno. È un progetto che spazia dalla deep tech a sonorità house estive che metteranno d’accordo più o meno tutti. 

  
I dieci brani italiani che hanno influenzato la musica di Pirupa

10) ‘La Crisi’ – Bluevertigo
Troppo avanti, geniali. Purtroppo non sono stati compresi a fondo, e forse nemmeno loro si sono compresi, perdendosi…nella loro crisi!

 
9) Jestofunk – ‘Can We Live’
Che disco! Lo ascolto sempre, ha quel sound sporco e quella voce di Ce Ce che ti cattura.

  
8) Pastaboys – ‘Tribute’
Shake your body down! Il disco della mia adolescenza da clubber. I Pastaboys sono un leggendario trio in continua evoluzione.

  
7) Raf – ‘Self Control’
Un disco di cui mi piace tutto. Il più grande brano italo disco di sempre. 

 
6) Junior Jack – ‘Thrill Me’
E chi se lo scorda! Quando lo suonavano allo Space Ibiza veniva giù tutto.

  
5) Subsonica – ‘Discolabirinto’
Erano il mio gruppo preferito quando andavo al liceo e sono andato anche ad un paio dei loro concerti. Adrenalina pura!

  
4) Hog presents The Groovelines – ‘Got To Dance’
Il duo house più prolifico in Italia, ha contribuito moltissimo alla mia formazione artistica.

  
3) Planet Funk – ‘Inside All The People’
È stato uno dei primi vinili che ho comprato, quindi ha un grande valore affettivo. I Planet Funk sono stati i primi italiani a mixare rock e alternative dance con tocchi big beat UK. Grandiosi.

  
2) Donna Summer – ‘I Feel Love’
Era il 1977, ma Giorgio Moroder aveva già un piede negli anni ’80. Avanti anni luce. 

  
1) Lucio Battisti – ‘Prendila Così’
Il più grande artista della storia della musica italiana, precursore dell’italo disco e del synth pop in Italia. Un genio di un altro mondo.

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25 anni. Romano. Letteralmente cresciuto nel club. Ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Se non lo trovi probabilmente sta aggiornando le playlist di Spotify.

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