Sabato 19 Ottobre 2019
Storie

‘Play’, il capolavoro di Moby compie 20 anni

Il blues, il trip hop, la techno, il pop: la storia di uno degli album più importanti degli anni '90

La vita, l’arte, la musica, contemplano i miracoli. Ma che cos’è un miracolo? Jules Winnfiled (Samuel L. Jackson) lo chiede a Vincent Vega (John Travolta) nella scena finale di Pulp Fiction. E Vincent risponde “un atto di Dio”. Insomma, Dio o chi per lui tira i dadi e il risultato è che a volte accade l’inaspettato, l’improbabile. O addirittura un miracolo. E forse ‘Play’, il quinto album di Moby, uscito il 17 maggio del 1999, appartiene a quest’ultima categoria.

Richard Melville Hall arriva alla fine degli anni ’90 con il fiato corto. Il decennio è stato per lui una corsa ad ostacoli, una centrifuga che lo ha strapazzato per bene facendogli assaggiare il gusto del successo e l’amarezza dei flop discografici, portandolo da una vita da squat in un Lower Manhattan ancora non gentrificata, abitata da tossici, underdogs e personaggi ai margini che vivono in case occupate, ai fasti dei tour nei grandi festival rock e alle apparizioni in TV, per poi tornare a dimensioni decisamente più piccole in termini di successo ed economici. Se ‘Go’ nel 1991 aveva lanciato Moby nel panorama techno mondiale, e l’album ‘Everything Is Wrong’ del 1995 gli aveva regalato una discreta popolarità planetaria (il singolo ‘Everytime You Touch Me’ era arrivato anche in certe radio italiane), la carriera del musicista e produttore americano era fatta di continui alti e bassi, con una direzione incerta e un orizzonte non molto sereno. Sta addirittura pensando di smettere, Moby, visto anche il cambiamento dello scenario musicale che sta vedendo la dance perdere colpi e altri generi elettronici avanzare prepotentemente alla ribalta. E così, tenta una carta fortunata. E pesca l’asso pigliatutto. Letteralmente.

Nell’autunno del 1998 esce ‘Honey’, un singolo anomalo per la produzione di Melville, un pastiche di campioni che ricorda da vicino il big beat di Fatboy Slim e affini; batteria funk, voce sghemba rubata in loop, un riff di piano ostinato e pochi altri elementi. Ma il pezzo gira bene e si fa notare. Moby pensa che la formula può essere vincente, d’altronde in quel periodo diversi produttori stanno costruendo una fortuna con questa tecnica. Detto fatto, l’artista si dedica al collage sonoro. Il risultato è una raccolta di tracce che mettono insieme blues, voci dei traditional americani e dei gospel, bassi e batterie funk e rock, e arte del saccheggio, ovvero un sapiente ritocco in studio dei pezzi campionati e delle aggiunte di parti originali. Si prende un beat, lo si mette in tonalità con la voce, si mette in loop la voce, si aggiunge qualche effetto per camuffarne l’origine, si finisce il brano con un mix che dia un suono contemporaneo. Lo fanno in molti, alla fine degli anni ’90, è l’epoca doro del campionamento, sia perché la tecnologia dei software non è ancora così sviluppata e comoda da utilizzare per ottenere risultati strabilianti come avviene oggi, sia perché quell’estetica va di moda grazie all’hip hop, al trip hop, e al successo di quegli artisti che ne hanno fatto una poetica personale, vedi Portishead, Massive Attack, Chemical Brothers, Morcheeba, DJ Shadow.

Moby fa tredici. Vince la lotteria di capodanno. Perché se ‘Play’ è sostanzialmente un disco nato seguendo una formula piuttosto semplice dal punto di vista della produzione, il risultato è quello di un allievo che supera i maestri, o meglio che ricalca l’opera d’arte e la copia in modo più gradevole dell’originale. Tradotto: se i grandi album trip hop del momento sono arditi, sperimentali, avanguardisti e a tratti ostici per il grande pubblico, Moby con ‘Play’ ne offre una versione edulcorata, addolcita, smussata. Che risulta perfetta per ogni contesto. Le radio impazziscono, il cinema e la pubblicità lo accolgono come la manna da cielo (tutti, tutti i brani dell’album sono stati utilizzati per spot pubblicitari); il pubblico se ne innamora. È il botto. Oltre 12 milioni di copie vendute, tour mondiali, ogni tipo di riconoscimento popolare e culturale. La verità è che ‘Play’ arriva al momento giusto. Giustissimo. In quel 1999 in cui la dance più estrema ha stufato e anche le orecchie dei raver vogliono un po’ di chill out; in cui un architetto, un designer, un commercialista che vuole sentirsi cool mette quel CD nell’impianto di casa o in macchina per fare il figo con gli ospiti o con la ragazza di turno; in cui al ristorante o al centro commerciale ci sta un sottofondo gradevole e non impegnativo. In cui alla radio si può mettere musica alternativa che non sia eccessiva. Il disco perfetto.

Ma ‘Play’ non è solo un album furbo assemblato con intelligenza. È un grande disco. A Moby vanno riconosciuti diversi meriti: quello di aver saputo interpretare un mood nel miglior modo possibile; quello di aver tenuto il timone della musica elettronica in un momento in cui poteva risultare stanca, come insieme a lui quel timone l’hanno tenuto, in quel particolare e splendido momento storico, i Massive Attack di ‘Mezzanine’, i Chemical Brothers di ‘Surrender’, il Fatboy Slim di ‘You’ve Come A Long Way, Baby’, i Groove Armada, Timo Maas, e diversi altri artisti capaci di surfare sul crinale tra pop e avanguardia. Soprattutto, a Moby va il merito di aver pubblicato un album in cui l’elettronica diventava universale, e che è invecchiato benissimo. Oggi sentiamo certe ingenuità produttive che il tempo ha un po’ superato, ma ‘Play’ è un disco che si ascolta ancora con enorme piacere, senza pensare che sia obsoleto. Anzi, possiamo dire che ‘Porcelain’, ‘Natural Blues’, Why Does My Heart Feels So Bad?’ o anche le più energiche ‘Bodyrock’ o ‘Machete’ sono dei classici, senza ombra di dubbio. ‘Play’ è un grande classico. Che Moby non ripeterà più. Ci andrà vicino con il sequel, ’18’, nel 2002, che ne ricalca le atmosfere. Poi torna a mischiare le carte, si mette a cantare, a suonare la chitarra elettrica, si butta sulla disco, torna alla techno, fa cose più o meno interessanti. Ma in una carriera trentennale, tra gli esordi piuttosto estremi e sperimentazioni più recenti, l’apice resta questa anomala e lucidissima intuizione a cui ha dato il nome di ‘Play’.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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