Mercoledì 26 Giugno 2019
Costume e Società

Prince e le radici della dance

Prince è morto ieri, aveva 57 anni. L’artista è stato trovato nella sua casa di Minneapolis. Nei giorni scorsi era stato ricoverato d’urgenza durante il suo tour; quella che sembrava una forte forma d’influenza si è rivelata, evidentemente, qualcosa di molto più serio. Ciò nonostante, Prince aveva ripreso la tournée e nulla lasciava presagire il peggio.

Come già ebbi modo di scrivere in ocasione della morte di David Bowie, lo scorso gennaio, quello che ci porta (per la seconda volta in pochi mesi, purtroppo) a occuparci della scomparsa di un artista, è la sua grandezza, il suo lascito artistico e culturale. Prince Roger Nelson era salito alla ribalta all’inizio degli anni ’80, è stato capace di fondere la tradizione black con l’innovazione dell’elettronica, consegnando alla storia perle inestimabili come ‘1999’, ‘Kiss’, ‘Sign o’ the times’, ‘When doves cry’, ‘Purple rain’, e la lista potrebbe andare avanti a lungo, sto citando solo i brani più universalmente noti. Prince è stato capace di vedere oltre il presente del suo tempo, gettando per certi versi anche le basi per il modo di intendere la dance e la musica da club degli anni successivi: ‘Kiss’ e ‘1999’ hanno in qualche modo un germe di house dentro di sè. Abilissimo e prolifico scrittore di canzoni, polistrumentista sopraffino (spesso suonava molti strumenti, arrangiava e produceva i suoi album), personaggio eccentrico capace di giocare con un’immagine e una comunicativa in bilico tra ambiguità sessuale e machismo black.

https://www.youtube.com/watch?v=xFUZd7Hlpx8

Negli anni ’90 le battaglie legali con la casa discografica Warner Bros l’hanno costretto a reinventarsi con il curioso acronimo di TAFKAP (The Artist Formerly Known As Prince, “l’artista precedentemente noto come Prince”), e poi come The Symbol, prima di tornare a utilizzare il suo pseudonimo più noto nel 2004, con ‘Musicology’. Album che ha segnato una vera e propria rinascita, un piccolo grande capolavoro funk. Da lì in poi, una serie di lavori che possiamo classificare alla voce “maturità”: nessun guizzo geniale come in passato, ma sicuramente il mantenimento di uno status inossidabile e consegnato alla Storia della musica.

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Le numerose testimonianze di musicisti, dj, personaggi pubblici, che hanno immediatamente riempit il web, sono la testimonianza più tangibile della rilevanza enorme di Prince. Mi ha colpito il ricordo di Erykah Badu, che sul suo profilo Facebook parla dell’artista generoso che si presta a fare da chitarrista ritmico, e del maniaco capriccioso che non firma un disco alla madre della cantante. “Non mi ci riconosco più”. “Allora non avresti dovuto scriverlo”, rispose la madre della Badu. Perchè Prince era anche questo: l’uomo che faceva sterilizzare i camerini, che chiudeva i profili social e faceva ritirare i brani dalle piattaforme di streaming. L’uomo delle battaglie contro le multinazionali discografiche. Un perfezionista assoluto. Sempre alla ricerca del dettaglio.

 

 

I suoi concerti sono stati fino all’ultimo degli eventi imperdibili, di una qualità musicale stellare. Prince è stato in grado di vedere il futuro, ho scritto prima. Da episodi quasi kitsch come ‘Batdance’ (e relativo video) a capolavori come ‘The most beautiful girl in the world’, la sua capacità di sposare le innovazioni in ambito di produzione e di suono elettronico con il groove e la finezza del miglior funk e del soul, ne ha fatto un genio del ventesimo secolo, e non solo. Uno dei personaggi più importanti della musica pop, che aveva già il suo posto nell’Olimpo dei Grandi da molti, molti anni. Non sembra mai giusto quando se ne vanno esseri umani così.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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