Domenica 18 Agosto 2019
Clubbing

Siamo stati al Printworks, il club che sta cambiando la notte di Londra

Siamo stati alla serata Anjunadeep e vi raccontiamo tutto ciò che dovete sapere sul superclub più chiacchierato della città

Foto: Printworks London

Printworks è l’ultimo super club in ordine di tempo a essere sorto a Londra, nonché quello più chiacchierato da quando, dal nulla, è diventato una vera e propria istituzione musicale a livello europeo. Situato a Canada Water, nella zona est di Londra a poche fermate di metro dalla City, Printworks è uno spazio enorme – sono più di 11.000 i mq – adatto sia a situazioni live che a serate con dj grazie alle sue due sale e agli enormi spazi modulari di cui dispone. Dalla sua apertura nel febbraio del 2017, quello che una volta era la più grande stamperia dell’Europa occidentale ha iniziato a macinare ingressi – la capienza massima è di 6000 persone – ogni settimana grazie alla già nutrita lista di guest che hanno calcato la consolle della Press Hall. Artisti come The Chemical Brothers, Gorillaz, Chromeo, deadmau5, Rüfüs Du Sol, serate del calibro di Afterlife, Ram Records, Cocoon e show di brand internazionali tra cui Adidas (Project Pogba è stato realizzato qui) e GQ hanno già invaso gli spazi di questa infrastruttura flessibile e spaziosa. Altri ancora sono in programma nelle prossime settimane: Circoloco, Gorgon City, Hospitality, Glitterbox, JAUZ, Ants, Amnesia e moltissimi altri porteranno migliaia di persone all’interno del club che sta ridefinendo il concetto di entertainment della capitale inglese.

Nonostante un primo anno in rodaggio e un 2018 in lenta ma costante crescita, Printworks è già riuscito lì dove molti altri club falliscono: entrare nell’ambitissima top 15 della nostra DJ Mag Top 100 Clubs. La venue è stata anche nominata ‘Best New Event Space’ agli Event Awards, ‘Forward Thinking Venue’ agli Hire Space Awards e in ben tre categorie dei prestigiosi London Venue Awards. I numerosi riconoscimenti, i guest altisonanti, le ottime recensioni, la produzione audio/video impressionante e le notizie che trapelano da fan e addetti ai lavori hanno fomentato l’hype spingendo molti a vivere sulla propria pelle questo club. Proprio per questo lo scorso weekend ho preso un aereo destinazione Londra Stansted e, tra un visita alla National Gallery e una camminata a Buckingham Palace, ho partecipato alla serata Anjunadeep proprio al Printworks.

 

Sono le 17, a East London sono sette gradi e tira un freddo vento invernale. L’affollata underground mi porta fino alla fermata di Canada Water. Scendo e subito la rodata macchina organizzativa del club si mette in mostra: un ragazzo mi indica la strada, perfettamente segnalata e presidiata ad ogni incrocio da personale del locale. Dalla fermata fino al club – circa 500 metri – incontro 13 assistenti, bagni chimici presidiati posizionati per l’occasione e molti clubbers vocianti. È l’ora di punta, la serata – in realtà l’evento è iniziato alle 13 e continuerà fino le 23 – sta per acclamare i suoi ospiti più attesi e gli ingressi chiudono a breve. La fila, che curiosamente si dipana all’interno di un enorme capannone, è discretamente lunga ma viene smaltita velocemente grazie a sette varchi d’accesso. Rigorosi i controlli. Zero la tolleranza per droghe. Qualcuno viene portato in una zona appartata per un check più approfondito. Nonostante l’evento sia sold out gli enormi spazi rendono l’accesso e la vivibilità del tutto gradevole. Oltre alla zona food, agli immancabili e comodissimi locker e alle numerose aree beverage (ne ho contate 5 con più di un centinaio di postazioni) le sale destinate alla musica sono due: per raggiungerle oltrepasso un dedalo di scale, atri, passerelle e, nella semioscurità, esco nella main room. Lunga e stretta, la scarna e tetra Press Hall odora ancora di grasso e inchiostro ma, al posto delle macchine, ospita ciò che di meglio la tecnologia in fatto di luci, effetti speciali, led e audio può offrire. L’impatto è micidiale: migliaia di persone sono disposte lungo un inusuale dancefloor su cui pendono cinque piattaforme mobili ricoperte da teste mobili, led e strobo. Gli spettatori vengono spettinati da 40 unità audio D&B Audiotechnik: ne risulta un suono potente, brillante e soprattutto capillare. Non una cosa scontata se teniamo a mente le grosse sfide che capannoni e grandi spazi chiusi non insonorizzati pongono a ingegneri e tecnici del suono. A metà sala capeggia l’onnipresente logo di Anjunadeep mentre la consolle – che dalle ultime file non si riesce a scorgere tanto è lontana – è sovrastata da un enorme parete a led alta più di 10 metri. Mi guardo attorno, ammaliato da questa strana disposizione e mi immergo nell’atmosfera calda delle ultime battute del set di Jeremy Olander. Al cambio della guardia con Eli & Fur mi posizione dietro la consolle e ammiro lo spettacolo di migliaia di sterline di tecnologia audio/video/luci attaccate a uno spettrale capannone industriale che per anni ha stampato alcuni dei quotidiani più letti della Gran Bretagna.

Chiacchierando con alcuni ospiti nel backstage, scopro che lavorano nel music business e mi confermano che il Printworks sta cambiando le regole del gioco. Non è più solo un Dj che mette musica, non lo è da anni, e questo locale ha tutto quello che serve per soddisfare le nuove esigenze 2.0 di chi vuole spazi esclusivi e modulabili, una produzione al top e un’organizzazione (quasi) impeccabile. Il mio viaggio continua nella Dark Room, il mio prototipo perfetto di club. Entro e mi esalto immediatamente! Scuro, affollato il giusto, impianto audio Funktion One ben tarato, luci soffuse e Dosem che martella con la sua Tech House tribale. Paradiso. Il tempo vola e lo stomaco brontola. Mi avvio verso la zona food e qui c’è la prima nota dolente della serata: mi metto in fila e aspetto 40 minuti per un hot-dog. Buonissimo eh, ma 40 minuti al freddo lo rendono una conquista più che un piacere. Le persone sono più di 4000, gli stand del cibo sono due. Perché non ce ne siano stati di più resta un mistero, tenendo soprattutto conto della lunghezza dell’evento. La seconda, parziale delusione della serata si nasconde nell’uso delle luci. Le immagini e i video di cui ho fruito maniacalmente nelle scorse settimane hanno posto l’asticella a un livello altissimo, ne sono cosciente. Tuttavia il tecnico luci in alcuni tratti non si è rivelato all’altezza della fama del locale, con pattern lanciati senza rispettare il racconto musicale e qualche transizione build up-drop sbagliata. Niente di particolarmente rilevante all’interno di un evento di più di 10 ore, ma in un racconto obbiettivo è giusto riportare anche quando qualcosa è al di sotto delle aspettative.

 

La chiusura della serata è affidata al classico b2b tra James Grand & Jody Wisternhoff che, senza rincorrere drop spaccapista, riescono a portare a casa due ore di splendida deep house condita con alcuni grandi classici dell’etichetta e molti loro edit su cui spicca quello di Out Of Me di Luttrell, che aveva suonato poco prima in tandem con il finlandese Yotto, forse il più atteso dell’evento. Il mood è gioioso, sognante e rigoglioso. Il pubblico applaude, urla e apprezza le ripartenze più incalzanti mentre le tracce si susseguono lentamente. Alle undici meno qualche minuto sono già in cammino verso la stazione della metro. Anche qui, nonostante la grande folla, nessuna coda o disagio. Il sistema del trasporto pubblico, in accordo con i promoter, in corrispondenza della fine dell’evento ha potenziato le corse da e verso il centro per smaltire il più velocemente possibile la folla. Una soluzione efficace, anche perché far aspettare centinaia di persone stanche – e magari alterate – alla stazione aumenterebbe le probabilità di incappare in problemi di sicurezza e ordine pubblico. Un’organizzazione efficiente vuol sempre dire meno problemi per tutti, alla luce di quanto successo nel nostro Paese negli scorsi giorni dovremmo ricordarcelo tutti, sempre.

In definitiva Printworks dimostra in maniera esemplare come la concezione del clubbin’ si sia modificata nel corso dell’ultimo decennio. Qualche settimana fa ho parlato del prepotente ritorno dei rave e della chiusura dei club proprio in UK. Un locale come questo che dimostra di padroneggiare tutti gli elementi necessari per creare un’experience indimenticabile – line up, organizzazione, spazi, promozione, produzione – molto difficilmente risentirà della crisi e, anzi, potrebbe ergersi come baluardo della scena musicale non solo londinese ma di tutta l’Inghilterra. Negli ultimi 8 anni Londra ha perso il 50% dei suoi club e il 40% dei locali dove si suona musica live. Ma Printworks sembra aver aperto un nuovo capitolo nella storia della musica del Vecchio Continente. Se state pensando di andarci, non esitate: scegliete la vostra serata preferita, prenotate il volo e scendete a Canda Water. Non ve ne pentirete.

 

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Michele Anesi
Amo la musica elettronica, il music marketing e scoprire nuovi talenti. Preferisco la sostanza all'apparenza.

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