Lunedì 18 Gennaio 2021
Interviste

Il producer del nuovo pop italiano: Ceri e la musica a colori

Foto: Karim Andreotti

Ceri è uno dei producer più innovativi dello scenario musicale italiano. Basta cercare il suo nome sul web o su Spotify per capire che il suo approccio è differente da quello di molti colleghi: invece della ricerca della hit a tutti i costi, preferisce lavorare per dare spessore e personalità agli artisti che si affidano alle sue idee; invece della via più semplice, preferisce l’esplorazione di mondi sonori nuovi e avvincenti. Senza mettere da parte una visione e un gusto squisitamente pop. La sua ultima uscita, ‘Happy Sad’ – in collaborazione con Franco126, che ha prestato la voce al brano – prende spunto da una storica hit di Lucio Dalla, ‘Attenti Al Lupo’, e la rimpasta con una cassa in quattro e una creazione totalmente nuova intorno.
È l’occasione giusta per approfondire la conoscenza di un artista così poliedrico e interessante, grande allestitore di impalcature per personaggi come Frah Quintale o Coez, ormai saldamente nel novero degli artisti che hanno cambiato i connotati del paesaggio urban italiano, o di newcomer come See Maw (l’avevamo intervistato, ricordate?) che invece stanno trovando una nuova via al suono pop, passando per la dance.

 

‘Happy Sad’ insieme a Franco126 è una sorta di tributo a Dalla, anche se poi da quell’idea nasce un brano che ha assolutamente vita propria. Da dove nasce l’idea e dove va?
Avevamo questo beat da tanto tempo, mi ricordava proprio le atmosfere del brano di Lucio Dalla, e lì sopra la melodia di ‘Attenti al Lupo’ era perfetta, ma era un azzardo, perciò ho pensato che avrei dovuto affidare la parte vocale a qualcuno uno con la voce e l’attitudine giusta. E quindi, ecco entrare in scena Franco126. Ovviamente abbiamo dovuto confrontarci con Ron, che di ‘Attenti Al Lupo’ è uno degli autori, per capire se era tutto in regola e avere il suo benestare.

Perché?
Perché si tratta di un utilizzo di opera intellettuale, ed è giusto e doveroso interfacciarsi con chi quell’opera l’ha pensata e creata, visto che il pezzo vuole anche omaggiare Ron e Dalla, nonostante vada comunque in un’altra direzione e abbia una sua scrittura originale.

Il titolo è splendido: ‘Happy Sad’. Ce lo spieghi?
Il beat era già nominato “happy sad” tra i miei file, perché mi dava quella sensazione di gioia malinconica, di tristezza felice, che in qualche modo esprimeva l’umore che mi suscitava. Una volta finito il pezzo, l’abbiamo tenuto così com’era, proprio perché stava bene con il testo e con tutto il resto del lavoro. Alla fine di tutto, la sensazione iniziale non era cambiata di una virgola. E questo per me è stato un successo: parti buttando giù un’idea, poi si stravolge e si trasforma varie volte lungo la via, ma alla fine ti accorgi che sei arrivato a un risultato compiuto senza aver tradito quella scintilla iniziale.

Ceri e Franco126.
Foto: Tommaso Biagetti

Sei attivo da diversi anni, hai prodotto altri artisti, hai pubblicato brani ed EP tuoi. Dobbiamo aspettarci un album?
L’album non lo so, è un discorso più ampio… io sto pensando ad altri formati, per me non ha troppo senso uscire con un album, non ho quel tipo di progettualità come artista, preferisco raccogliere le cose che sto facendo di volta in volta e pubblicarle.

Preferisci lavorare ai tuoi brani o alle produzioni per altri? E in che modo dobbiamo classificarti? Beatmaker, producer, musicista?
Lavorare alle produzioni di altri artisti è il mio lavoro principale. Come definirmi? Beh, il beatmaker è quello che fa un beat, quindi lo scheletro, l’ossatura di un brano, di solito una ritmica e degli accenni melodici. Il mio è un lavoro più organico, umano direi: ricevo in studio gli artisti e cerco di entrarci in sintonia, si parla, si prova, di suona. Se riesco a rimodellare le cose in base a ciò che esce dopo ore di prove, significa che sono sul binario giusto. Però poi magari poi finisco fuori da questo binario e serve l’artista per bilanciare le idee. È un tunnel, devo entrare nel tunnel dell’artista con cui sto lavorando, e richiede un livello di empatia notevole ed è la cosa che mi piace. Non è facile ma è ciò che mi stimola.

Come definiresti il tuo stile?
Mmm… non saprei descriverlo, Franco mi dice “questa è una cerata, e mi inorgoglisce perché significa che un mio stile personale esiste ed è riconoscibile. Non so darmi un aggettivo preciso, vedo più la musica a colori che a emozioni. Me la immagino così. Non penso neanche che ci sia un punto di arrivo, stilisticamente parlando: oggi suono così ma tra tre anni sarò da un’altra parte, così come cinque anni fa ero completamente diverso. Ci si arriva sbattendo la testa e sbagliando al proprio stile.

Quali sono i tuoi colori?
Smeraldo, ceruleo… sono le mie tonalità preferite. Ma più sul blu che sul verde, come quando si mescolano questi due colori sulla tavolozza. Mi intrigano anche venature più calde, gialle o rosse ogni tanto. So che può sembrare una licenza poetica ma per me è proprio così. Non riesco nemmeno a pensarla come ai colori associati a oggetti concreti, ma proprio nel senso più astratto possibile. Le note, gli accordi, sono sensazioni, umori, puri. Proprio come lo sono i colori.

 

Come ti sei appassionato alla musica?
Sono appassionato da sempre, mia madre dice che da bambino mi fermavo ad ascoltare Vivaldi all’asilo quando la maestra metteva il disco nello stereo. A casa avevamo un pianoforte e cercavo di comporre, poi ho studiato piano ma per un ragazzino restare ore e ore in casa sullo strumento per esercitarsi con le scale è una tortura tremenda, così mollavo lo studio per scappare a giocare a basket. Poi alle superiori ho scoperto Fruity Loops da alcuni miei amici, e da lì mi sono innamorato della produzione. Ho iniziato per farmi delle musiche da ascoltare per gasarmi prima delle partite a basket. Musica auto-motivazionale.

Come vedi lo scenario italiano attuale?
Non ti saprei proprio dire di preciso… anche solo rispetto a cinque anni fa, produrre un beat che suoni bene come uno americano è più facile, mi sembra che le conoscenze siano maggiormente condivise e credo che sia più semplice oggi, in generale. Dieci, quindici anni fa c’era ancora questo divario per cui si guardava ai grandi producer soprattutto americani come a delle divinità inarrivabile, perennemente aggiornate, più originali più avanti. Poi mi rendo conto che ci sono comunque tanti altri fattori necessari per spaccare fuori dall’Italia: fattori discografici, culturali, editoriali… lì subentra l’industria. Se parliamo di trap, spesso i ragazzini suonano meglio di tanti beatmaker giganti, ma non so se è un bene.

Perché? Non dovrebbe essere positiva questa democratizzazione?
Sì e no… non amo l’omologazione, oggi se vuoi provare a suonare come i Migos vai a cercarti un tutorial e scopri in mezza giornata come si può fare per arrivare esattamente lì. Un tempo dovevi arrivarci ingegnandoti e magari non ci arrivavi proprio, ma lungo il tragitto trovavi la tua originalità e scoprivi un modo di produrre tutto tuo che ti rendeva bravo. D’altro canto, oggi l’entry level è più accessibile, e non solo quello: io ai miei tempi per suonare com DJ Premier dovevo campionare le batterie dei dischi di mio padre, oggi, appunto, basta YouTube. Il problema è che genera un’omologazione diffusa. Senza nulla togliere a chi fa questo, mi sembra più facile fare un beat trap decente rispetto a qualsiasi altra cosa. Le ritmiche e i suoni sono sempre quelli. Carillon, arpeggiatori, la 808. Poi ci sono indubbiamente dei talenti che si distinguono: è ovvio che Charlie Charles sia bravo. Oppure, uno che spacca d è originale è Sick Luke.

Chi ti piace oggi?
Io non sono tanto un nerd della musica, addirittura per molto tempo riesco a non ascoltare nulla di altri perché sono immerso nel mio lavoro. Però inevitabilmente ce ne sono tanti bravi che conosco e apprezzo. Uno è Davide Panizza, PopX, anche per un discorso di immaginario. Phra Crookers è un idolo personale, è un producer di enorme talento e lavorarci insieme è una grande soddisfazione. Il livello generale è molto alto, oggi, mi viene difficile fare tanti nomi ma ne seguo parecchi… sto lavorando con gente che mi piace tanto, Mahmood, Coez, Franco, Phra, sono felice. Allargando il campo, uno che amo parecchio è Stromae. Un altro è Flavien Berger, ero andato a sentirlo in Svizzera proprio insieme a Frah Quintale. In generale mi piacerebbe lavorare con gli artisti francesi, è un mondo sono che mi piace. Anche più di quello americano.

 

 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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