Giovedì 03 Dicembre 2020
Interviste

L’arte esotica di essere Purple Disco Machine

Purple Disco Machine parla ai microfoni di DJ Mag. Il dj producer del momento sa di avere tutti i riflettori addosso, ma non sente la pressione. Alla fine, l'importante è restare sè stessi

“So già cosa stanno pensando: vogliamo un’altra Hypnotized”

Se si parla di house, disco, funk, synth pop, italo disco o come volete chiamarli, se è il 2020 stai parlando soprattutto di Purple Disco Machine. In realtà quello di Tino Piontek è un percorso che inizia molto prima, precisamente a fine anni ’90, trovando fortuna fin da subito. Sono sette anni che il dj producer di Dresda abita le principali classifiche di musica elettronica, a partire da quel 2013 in cui la sua ‘My House’ spacca la chart di Beatport e piazza un record di vendite che ancora oggi posiziona il brano tra i più venduti di sempre nello store digitale. Negli anni successivi il dj producer tedesco ha tenuto la barra dritta, mantenendo un suono coerente e convincendo disco dopo disco fino alla consacrazione. Nel 2017 debutta con ‘Soulmatic‘ che si porta a casa 100 milioni di stream e due hit indiscusse – ‘Body Funk’ e ‘Devil In Me’ – e nei due anni successivi escono altre due club banger, ‘Dished’ ed ‘Emotions’, e una serie di remix ufficiali che si possono permettere solo gli artisti di serie A. ‘Hypnotized’ non ha bisogno di presentazioni: è stata la colonna sonora dell’estate 2020 e solo in Italia gli è valsa il doppio disco di platino. Tra l’altro in Italia Purple Disco Machine ha una residency mensile su Radio m2o, dove suonerà anche domani sera all’una di notte. Il prossimo capitolo si chiama ‘Exotica’. Che sia un giro di basso, un vocal o un synth, quella di Purple Disco Machine è un’essenza. Se fosse un profumo sarebbe quello del mare, se fosse un abito sarebbe una camicia a fiori, se fosse un’immagine sarebbe quella di una folla in festa sotto una gigantesca discoball. Come quella volta al German Club, dove un giovane Tino si è guardato intorno e pensava di essere finito nello Studio 54. 


  
Dove sei in questo momento?

A casa, nel mio studio… come più o meno tutti, direi. A marzo mi sono trasferito qui, è uno spazio nuovo e molto grande, qui riesco ad essere creativo e restare sereno. Sono molto felice di avere un luogo del genere per fare musica, soprattutto alla luce di quanto critica è diventata la situazione coronavirus. 

Come è cambiato il tuo approccio alla produzione nel momento in cui non puoi più fare alcun crowd test delle tracce non ancora pubblicate?

Quello è il problema più grande, forse è la vera differenza nella vita di un producer rispetto a ieri. La reazione della folla ai brani inediti è un momento importante, perchè puoi testarne l’energia e i punti deboli. Adesso questo processo avviene tutto in studio e si basa sulla nostra esperienza e sul sesto senso che ci ha lasciato. 

Nel caso di ‘Hypnotized’ ti è tornata utile una diretta Instagram. È lì che hai testato la parte strumentale.

Vero, ma la reazione sui social non è comparabile con la reazione di una folla. Tutti questi live streaming, dirette da casa, dj set online, sono noiosi e non rendono nulla rispetto a sentire la propria musica in un club o in un festival. Spero di tornarci al più presto perchè l’alternativa significa fingere di divertirsi dietro uno schermo. Io ad esempio baso i miei set sulla folla che ho davanti a me, come dovrei fare adesso? Finito quest’incubo la gente avrà bisogno di tornare a provare quelle intense emozioni nella folla, con i propri amici, ascoltando grande musica davanti ai propri idoli. 

Più o meno come quella volta, a fine anni ’90, quando hai scoperto un nuovo club in città che ospitava la nuova scena house francese. Un suono fresco, innovativo, che ti ha segnato per sempre. Mi piace quest’immagine di te, appena ventenne, che vai al German Club da solo, nel freddo di Dresda.  

È stato molto bello infatti. Dresda è sempre stata musicalmente influenzata da Berlino – le due città sono vicine – e soprattutto negli anni ’90 dalle mie parti si ascoltava quasi esclusivamente techno. Ho frequentato tutte le feste della città, sia nei club che all’aperto, ma non mi è mai paciuta nè la techno nè la tech house che contraddistingueva quel periodo, però ho amato da subito il djing. Ero il classico ragazzino che si concentrava sulla parte “tecnica” dell’arte. Stavo lì a fissare il dj cercando di capire come mettesse a tempo i dischi e quali skills particolari usasse, ma non prestavo troppa attenzione alla selezione musicale. Sven Väth è ancora oggi il mio dj preferito, ma principalmente per la sua tecnica in console. La prima volta che sono andato al German Club è cambiato tutto. Mi ha fatto entrare un mio caro amico che al tempo era il dj resident e mi sono presentato da solo perchè i due amici che volevo con me non ne volevano sapere di quel tipo di musica. Al German Club passavano artisti come Todd Terry e Tyree Cooper…  Hai mai visto il film Studio 54?

Certo.

Ecco, hai presente la scena dell’ingresso nello Studio 54? Ballerini e ballerine, costumi colorati, gente ovunque, enormi discoball al centro della pista, musica mai sentita prima. Per me è stato lo stesso: un ingresso in un universo mai esplorato prima, opposto a ciò a cui ero abituato. Il German Club ha dato inizio alla mia seconda vita e per la prima volta si trattava di musica. Niente più dj skills da studiare, tecniche varie. Musica e nient’altro. Tra l’altro era il momento perfetto: la scena house francese viveva il suo boom mondiale e iniziava a formarsi anche una scena tedesca con gente come Mousse T che ha pubblicato una hit dopo l’altra. Ricordo che persino le radio si sono interessate al fenomeno, e io giovanissimo mi ci sono trovato subito dentro. 


  
E come hai vissuto gli anni successivi, in cui i Daft Punk sono passati da artisti underground a supereroi del pop? 

È stata la cosa più bella di sempre. I Daft Punk sono i miei artisti preferiti in assoluto e il miglior live a cui abbia mai assistito è senza dubbio il loro Alive 2007. 

Possiamo considerare Alive 2007 il tour più iconico della storia della musica elettronica?

Certo. Sai, è stato qualcosa molto oltre la musica. Non si era mai vista una cosa del genere, dalla selezione di brani propri suonati in mash up al visual show. Nel 2007 non eri abituato a schermi LED così grandi o una struttura come la loro piramide e il modo in cui l’intero live è stato organizzato è pura pelle d’oca. Se penso al finale di quello show ho ancora la pelle d’oca, giuro. Quel concerto mi ha segnato a vita. 

Quanto è stato importante restare fedele al tuo suono così unico, negli anni successivi, senza cedere alle tentazioni dei momenti di gloria della deep house o della tropical house? 

Sono stato fortunato perchè fin dai primi anni della mia carriera ho raccolto responsi positivi per la mia musica e quindi non ho avuto alcun momento in cui ho pensato di prendere direzioni nuove. Ricordo che durante gli anni della deep house o della tropical house è come se fosse stato il suono Purple Disco Machine a scegliere me, invece che il contrario. Quelle poche volte che provavo a mettere dentro qualcosa di diverso, il lavoro finale non variava. Suonava tutto con il Purple Disco Machine sound. Ci provo ancora adesso, ma il risultato è sempre lo stesso. Sembra proprio che la mia musica rifletta ciò che semplicemente “sono”. 

Questo è più o meno l’obiettivo finale che ogni artista emergente dovrebbe cercare di raggiungere, no?

Basta seguire il proprio cuore, che tra l’altro è la via più facile. Seguire l’hype del momento è una forte tentazione ma alla lunga si dimostra la scelta più difficile. Cosa farai quando riuscirai ad avere successo con un brano che si allinea alla moda del momento e dovrai proseguire su quel suono? La moda passerà e allora ti riadatterai anche tu? Mi rendo conto che sembra un discorso intuitivo ma non lo è. La verità è che ho visto tanti artisti emergenti circondarsi di gente sbagliata, che non dava i consigli giusti. Perdersi per strada è un attimo. Sapessi quanti ne ho visti diventare la star del momento e poi sparire. Io stesso in vent’anni di carriera ho fatto tanti errori, dal fidarmi male a firmare contratti sbagliati. Purple Disco Machine non è stato il mio primo progetto musicale ma sicuramente il primo in cui ho deciso di ascoltare solo me stesso. O meglio, ascolto tutti, ma alla fine mi fido solo di me stesso e di quelle due o tre persone che mi circondano da sempre. Il mio booking agent e il mio tour manager, per esempio. Purple Disco Machine mi ha insegnato di chi fidarmi. 


  
È stato più difficile avere successo la prima volta o continuare ad averlo negli anni successivi?

Senza dubbio continuare ad averlo. Avere una hit non dico che è facile, ma sicuramente è più facile di non farsi dimenticare dopo che ne hai già avuta una e ti senti addosso gli occhi di tutti. È una pressione a cui nessuno ti insegna come resistere e devi capirlo da solo. Ho già conosciuto questa pressione ma dopo ‘Hypnotized’ posso dire di aver definitivamente capito di cosa si tratta ed è complicato. Tutti si aspettano qualcosa da te, sanno che stai lavorando ad un album che dovrà essere all’altezza della hit e secondo me la più grande difficoltà della vita è proprio questa: le aspettative alte. Cerchi di non pensarci, di concentrarti sulla musica, ma allo stesso tempo sai che il pubblico si aspetta il follow up. 

Teoricamente è il momento più difficile per provare a sperimentare. ‘Hypnotized’ è una super hit e Lady Gaga ti ha ospitato nel suo party live stream. Proverai comunque a farlo?

Certo, percepisco la pressione ma non arriverò al punto di avere paura di mettermi in gioco per non deludere le aspettative del pubblico. So già cosa stanno pensando: “vogliamo un’altra Hypnotized”. Se li stessi ad ascoltare farei una canzone uguale e mi condannerei per sempre. Questo è l’errore più comune che fa chi riesce ad azzeccare la hit. Invece quello che penso è l’opposto: ‘Hypnotized’ è stata una hit, adesso posso rilassarmi nello sperimentare quello che voglio. Se al pubblico piacerà bene, altrimenti andrà bene lo stesso. Non mi faccio condizionare, altrimenti non riuscirei a continuare a lavorare all’album sereno come sono in questo momento. 

Quindi l’album non è ancora finito.

È pronto all’80%, punto a finirlo entro il 2020. Alla fine di novembre uscirà un nuovo singolo, ‘Exotica’, che sarà anche il titolo dell’album. È un progetto meno radiofonico del solito e più vicino alle sonorità club, su cui voglio concentrarmi di più. Però il singolo successivo si riavvicina al pop…

Leggevo che ‘Exotica’ si riferisce a questa tua sensazione costante del sentirti unico e atipico rispetto all’ambiente in cui ti trovavi negli anni ’90 e che ancora oggi ti accompagna.

Esatto. Sono cresciuto a Dresda con la fantasia dello Studio 54. A tutti piacevano le sonorità fredde e oscure della techno berlinese o al massimo l’alternativa era l’hip hop, io invece sognavo la disco. Mi sentivo solo in questa scelta, a parte qualche conoscenza nella scena gay della città che la pensava come me. Oggi se accendo le radio tedesche non esiste la musica house nè dj tedeschi che propongano house. Onestamente, a parte qualche nome di inizio Duemila, non saprei neanche nominarti un valido artista tedesco che fa house. 

Da un punto di vista internazionale invece credo che il suono Purple Disco Machine sia tra i più imitati della scena house. Non vedi sempre più tuoi simili, intorno a te?

Mi sento ancora “esotico” e per questo ho scelto questo titolo per il mio album. Ti spiego perchè. Nonostante io abbia tanti colleghi con il suono simile al mio – molti dei quali miei amici – e forse anche più originale del mio, non mi interessa più di tanto. Voglio solo concentrarmi sulle mie sensazioni, gli orizzonti che voglio raggiungere e la musica che voglio fare. Chi è intorno a me più di tanto non attira la mia attenzione.

  
A cosa è dovuta questa generale riscoperta del suono disco e dell’immaginario anni ’80 nel pop globale, secondo te? L’ultimo album di Dua Lipa o quello di The Weeknd sono emblematici di questo refresh.

La disco è sempre stata là. Tutte le radio degli ultimi 30 o 40 anni da quando l’hanno conosciuta non l’hanno mai davvero abbandonata e i vari Michael Jackson, Whitney Houston e Bee Gees non sono mai spariti dalle programmazioni radiofoniche. La riscoperta di cui parli tu credo sia una strategia rivolta alle nuove generazioni, più che alla presente o alla precedente. Gente come me cerca di trovare un equilibrio tra quello che è stato un suono iconico che ha definito decenni di musica e una versione nuova, due punto zero, che se ci pensi non è così simile a ciò che andava negli anni ’80, altrimenti sarebbe solo una copia. Hai citato l’album di Dua Lipa: quella non è la disco anni ’80, è una nuova disco. Più fresca, più groovy. È un’area nuova, anche se sicuramente influenzata dagli anni ’80. Stesso vale per l’italo disco che offro io. 

Forse anche per questo la tua ‘Hypnotized’ ha avuto così tanto successo in Italia, perchè ha offerto un suono che gli italiani conoscevano molto bene da tempo.

In questi mesi mi sono chiesto spesso come mai ‘Hypnotized’ avesse spaccato così tanto in Italia e secondo me i motivi sono due. Sicuramente c’entra la familiarità del pubblico con l’italo disco: se togli la parte vocale è esattamente il suono classico dell’italo disco e voi ne sapete qualcosa. Allo stesso tempo, c’entra la pandemia. ‘Hypnotized’ è un inno alla gioia ed è arrivato nel momento giusto nel posto giusto, ovvero quello più colpito al cuore dal virus. C’è bisogno di questo spirito.

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25 anni. Romano. Letteralmente cresciuto nel club. Ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Penna di DJ Mag dal 2013, redattore e social media strategist di m2o dal 2019.

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