Sabato 20 Luglio 2019
Costume e Società

Quando dovrebbe ritirarsi un DJ?

L'importante è non perdere la dignità.

Con un sincero e coinciso post su Facebook, nel novembre 2016 il dj e produttore inglese Jesse Rose aveva annunciato il suo ritiro dalle scene. La notizia era rimasta un po’ nell’ombra fin quando Pete Tong, una settimana fa, ha pensato di inaugurare una nuova rubrica del suo radioshow chiamata “Final Credits” proprio con Jesse Rose. Chi meglio di lui – che in quel weekend stava celebrando, come promesso, la fine della sua carriera con una data a Berlino e una a Londra – avrebbe potuto partecipare ad una rubrica che chiede ai dj proprio di mettere simbolicamente tre ultimi dischi. Jesse Rose ha scelto ‘Finder’ di Ninetoes, ‘Beats’ di KiNK e ‘Can You Feel It’ Mr. Fingers. Ma non è questo che ci interessa. Ci interessa riflettere sulla decisione di un buon dj e produttore tech house di lasciare, neppure quarantenne, il suo lavoro. 

Quello del dj, come gran parte dei lavori artistici, è un mestiere fondato sulla passione, sull’amore con cui custodiamo un hobby che, se dotati di talento e fortuna, può trasformarsi in un lavoro, dandoti non solo l’impressione di non lavorare mai ma anche l’opportunità di guadagnare bei soldi e girare il mondo. Dev’essere profondamente complicato decidere di smettere. Sono molti i casi in cui la carriera di un artista è scemata inesorabilmente per vari motivi, raggiungendo a volte l’oblio secondo il corso naturale della vita, altre secondo spietate leggi di mercato scritte e non scritte. Annunciare pubblicamente il ritiro è un’altra cosa. Il caso clamoroso di Avicii (nella foto sotto di Billboard), che a soli 26 anni ha deciso di smettere di esibirsi per concentrarsi solo nel lavoro in studio, ha fatto scuola accendendo i fari su un argomento fin qui poco affrontato perché nuovo. Se per la maggior parte degli esseri umani il pensionamento è un sogno, una chimera (e oggi un agognato miraggio), per i dj il pensionamento è il peggiore degli possibile. Mai più feste, mai più fan in adorazione, mai più battiti di mani al tempo dei tuoi dischi, mai più complimenti, premi, classifiche, donne, champagne, soldi, auto di lusso. Ovviamente tutto proporzionato al peso specifico del soggetto in questione. Il successo è una droga

L’arte del dj si appoggia fondamentalmente su un’immensa passione diventata lavoro.  Provate voi a restare senza fiato, a rimanere da un giorno all’altro senza la cosa che amate di più fare (magari anche bene), per la quale vi pagano pure (magari anche bene) per lavorare poche ore. Dall’esterno la prospettiva è spesso erroneamente così semplificata. Sto ragionando per assurdo su un tema alquanto delicato, personale, umano e profondo per essere messo nero su bianco ma la decisione drastica di Jesse Rose mi ha fatto riflettere. L’inglese non era l’ultimo degli arrivati, tutt’altro. La sua è stata una carriera di tutto rispetto, con basi solide tra Berlino e Londra con prestigiose residenze nei due club che maggiormente rappresentano le due città: Panorama Bar e Fabric. Pete Tong lo ha inserito nella “DJ Hall of Fame” di BBC Radio e con le sue etichette (Play It Down, Made To Play e Front Room Records) ha diffuso un sound rispettato e prodotto artisti molto amati (Daniel Steinberg, Hector Couto, Junior Sanchez, Ninetoes, Oliver Dollar, Eats Everything, Riva Starr, Round Table Knights, Jamie Anderson).

“Non ho mai voluto fare il dj per diventare ricco e famoso ma solo per condividere con le persone la musica che amo. Il mio ritiro permetterà ai giovani di emergere. Non vorrei ritrovarmi a 60 anni qui a lamentarmi dei bambini. La metà dei dj vorrebbe andare in pensione, ma non lo fa perché hanno una vita meravigliosa e viaggiano per il mondo”.

Questo il senso del suo pensiero. È stato di parola. ‘Alright Mate’, uscito lo scorso Febbraio (e in versione remix lo scorso mese), è il testamento finale. Con fin troppa lucidità Jesse Rose (nella foto sotto) si è guardato intorno. Spazio ai giovanissimi pieni di passione ed entusiasmo. Sono loro il motore della musica elettronica. In soldoni è questo il Jesse-Rose-pensiero. Nobile e rispettabile.

Nel mondo dei dj annunciare il ritiro è ancora tabù perchè, prima cosa, è un’arte giovanissima che ha appena iniziato ad esaurire una prima era, quella degli “originators”. I pionieri si aggirano intorno ai 65 anni. David Mancuso ne avrebbe 73, Frankie Knuckles 62, Larry Levan 63. Danny Rampling (nella foto sotto) è vivo e vegeto e di anni ne ha 56. È uno dei dj e produttori inglesi che hanno di fatto creato da zero la club culture Made in UK che è presa come unità di misura. Nel 2005 aveva annunciato il ritiro mandando in crisi la club culture inglese. Avrebbe voluto fare il ristoratore. Dallo Shoom alla padella il passo è stato gigante. Forse è per questo che ha cambiato idea in fretta ritornando in console per un paio di reunion al mese. È molto complicato entrare nel merito della faccenda e stabilire se e quando un dj dovrebbe ritirarsi. Una buona rappresentanza sostiene che l’ideale sarebbe lasciare all’apice del successo. Ma sfido chiunque ad affrontare il peggiore dei coiti interrotti. I dj sono artisti che vivono grazie ad una scarica di adrenalina fuori dal comune. Sono tenuti in piedi da scosse emotive che solo un club o un festival ti possono dare. Chi fa il dj non è stato costretto. Se l’è scelto. Come tutti gli artisti, anche i dj si sono scelti quella vita, probabilmente l’unica che avrebbero saputo vivere. Ed ecco che entra in gioco la fortuna, elemento decisivo e indispensabile ma non definitivo per una qualsiasi ascesa professionale.

Jesse Rose, Avicii e Danny Rampling sono tre casi clamorosi che hanno acceso l’ultimo decennio, dove i dibattiti sulla club culture stanno affrontando temi fin ora sconosciuti come questo. Non dimentichiamoci che fare il dj è un lavoro che, a buoni livelli, fa guadagnare in fretta e bene. Bisogna valutare anche le conseguenze di un’eventuale rinuncia ad una fetta consistente delle proprie entrate. Il ritiro dall’attività professionale è un momento assai complesso. È quasi impossibile dare giudizi perché bisognerebbe vivere la vita degli altri per capire cosa si prova. Il cinico direbbe che decide il pubblico. Finchè il pubblico ti segue hai il diritto di farlo ballare. Da umile osservatore appassionato mi dispiacerebbe assistere alla decadenza di quelli che sono stati i miei eroi. Mi piacerebbe vederli alle prese con altre attività, magari all’interno dello stesso mondo della musica, gestite con altrettanta maestria e saggezza. Ma questa opzione non te la scegli. Ci vogliono palle e lungimiranza. L’importante è non perdere la dignità. Peter Pan è Peter Pan è solo un personaggio letterario. Il più figo di tutti, ma pur sempre di fantasia.

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Ale Lippi
Scrivo e parlo di Electronic Dance Music per Dj Mag Italia e Radio Deejay (Albertino Everyday, Deejay Parade, Dance Revolution, Discoball). Mi occupo di club culture a 360°, dal costume alla ricerca musicale.

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