Venerdì 15 Novembre 2019
Costume e Società

Tra rap e trap vince l’ignoranza

Rap e trap rappresentano due generazioni che, in Italia, ancora non si capiscono. I più grandi sembrano proprio rifiutare di accettare la realtà ma così la spaccatura diventa sempre più grande.

Dal 2016, anno del boom della trap, in Italia è in corso un conflitto generazionale che ha creato una spaccatura tra la vecchia e la nuova scuola del versante musicale della famiglia hip hop, intesa nel senso più largo possibile (artisti, pubblico, giornalisti). Da una parte ci sono gli appassionati di vecchia data, che spesso vivono questa cultura come una religione, osservanti della parte di storia in cui spiccano consciousness e “messaggio”. Per la maggioranza di loro gli stili come la trap, che ora dominano il mercato, sono mediocri per definizione e rappresentano una minaccia alla presunta integrità dell’hip hop: li ripudiano, ne prendono le distanze ma li tengono così tanto in considerazione da certificarne quanto meno la parentela. Dall’altra parte c’è un’intera generazione a cui viene del tutto naturale abbinare la passione per certi suoni urban e street all’idea che possano e debbano essere un lavoro, dunque più producono denaro, meglio è. In tempi di crisi economica cronica e mancanza di opportunità anche per i laureati, queste nuove forme musicali fanno vedere una luce ai più giovani che, tra l’altro, non hanno pregiudizi sul pop e non includono tra le priorità il fatto che i testi debbano trasmettere un messaggio (‘Mmh Ha Ha Ha‘ di Young Signorino lo ha certificato una volta per tutte). Anche per questo l’età media del pubblico continua ad abbassarsi, aumentando le distanze.

All’interno della prima schiera, molti appassionati si sono autoproclamati “missionari” diffondendo dei dogmi come quello che vuole alcuni versi dei testi “vuoti” delle canzoni trap influenzare gli ascoltatori più giovani. Una logica per cui l’artista dovrebbe essere un modello di pari importanza a genitore e professore, non solo una fuga onirica da questi. Dunque, il rap e i rapper meno in linea con i valori connaturati a questa idea e tutta la trap (o altri stili contemporanei come il cloud rap) sono cattivi maestri. La seconda schiera invece viaggia per la propria strada, per lo più ignora le critiche e, quando le intercetta, vede il successo come la risposta che gli dà ragione. Una rivalsa legata al consenso del pubblico, al conto in banca e all’esibizione di status symbol.

Di certo, rap e trap condividono il linguaggio esplicito, di solito arrivano senza filtri all’ascoltatore e, sin dalla nascita, hanno creato reazioni non proprio neutre negli ascoltatori, spesso disturbando quella parte di pubblico che ignora le sottoculture o è abituata alla canzone d’autore e alla “musica leggera”. Ma questi generi devono o possono (anche) educare? Il rap e la trap sono partiti dalla strada e poi si sono diffusi ovunque ma, pur avendo degli esponenti reputati “alti” perché più assimilabili ad altre espressioni artistiche più radicate, sono rimasti talmente essenziali e diretti che, volenti o nolenti, danno voce a qualcosa che già esiste nella società, buono o cattivo che sembri. Dunque, c’è chi li concepisce con impegno, chi con leggerezza, chi con spocchia, chi li pratica per sfidare, per trasgredire o solo per mettersi in mostra ecc. Ma perché si dà a questi artisti così tanta importanza? Sono davvero capaci di diffondere disvalori inediti, di amplificare messaggi violenti, di condizionare concretamente i comportamenti degli ascoltatori più sprovveduti? E gli adolescenti recepiscono il linguaggio odierno di questi stili come le generazioni dei loro genitori e nonni oppure, da figli di questa epoca, hanno altri termini di riferimento ed elaborano in maniera diversa? Insomma, prendono i versi delle canzoni alla lettera e li portano nella quotidianità o per loro sono soprattutto posa e finzione? È come chiedersi se chi sta ore e ore attaccato ai videogiochi “sparatutto” e “picchiaduro” o guarda tante serie tv sugli ambienti malavitosi poi trasporta quella violenza nella realtà, o è diverso?

Spiace dirlo ma questo conflitto sembra più che altro conseguenza di paure, fanatismo, classismo, snobismo, supponenza, arroganza e chiusura. Le stesse cause di molti altri conflitti. Per i ragazzi che si sentono attaccati, qualsiasi cosa facciano o dicano, tanto vale provocare sempre di più. I genitori allora si rifugiano nei mass media e approvano Ghali ma non Sfera Ebbasta perché vedono associato il primo a un messaggio positivo e il secondo a uno negativo. Per una generazione cresciuta senza web e social network ma con le reti berlusconiane, senza accesso illimitato alla musica ma con le radio occupate dai tormentoni, è curioso avere certi timori ed emettere questi giudizi ma probabilmente queste dinamiche figli-genitori, volenti o nolenti, si replicano. Le persone che fanno da ponte tra le due generazioni, che si muovono nella terra di mezzo tra moralità e amoralità, spinte semplicemente dalla curiosità, dalla voglia di ascoltare, conoscere e magari capire, esistono ma sono una netta minoranza che deve fare i conti con l’ignoranza (intesa letteralmente) di tutti i coinvolti. A consolare, in parte, c’è l’età: il pubblico e gli artisti trap hanno molto meno di 30, 35 o 40 anni, cresceranno insieme e magari, con il tempo, sorrideranno (imbarazzati?) per aver ripetuto i versi di certe canzoni. I sacerdoti dell’hip hop, invece, spesso hanno superato i 35 o 40 anni, da tempo sono fermi sulle loro posizioni e continueranno a puntare il dito su un fenomeno che si rifiutano di accettare, un po’ come fanno i complottisti con le realtà che non gli piacciono o gli fanno paura, in attesa che la situazione, quanto meno ai loro occhi, peggiori ulteriormente.

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