• MARTEDì 29 NOVEMBRE 2022
Storie

Rave: ieri, oggi, domani. Dalle origini agli impulsi sociali che tengono viva la fiamma

Curiosità, radici, figure, miti, leggende metropolitane, corsi e ricorsi del movimento che ha rivoluzionato il mondo della musica

Foto: Mark McNulty

A cura di Matteo Roma, Riccardo Sada, Albi Scotti

Da bunker sotterranei a magazzini dismessi sino a vasti campi in aperta campagna: le persone trovano il modo di liberare la voglia di musica e di stare insieme in qualsiasi luogo, quando si tratta di rave. Oggi molti appuntamenti sono figli di grandi produzioni e con grandi budget e troupe operative per far fronte a un’affluenza di massa in modo organizzato in ogni dettaglio. Tuttavia, non è sempre stato così: molti hanno provato in modo clandestino a non uscire allo scoperto, nascondendosi dalle forze dell’ordine pur di celebrare la passione per la musica elettronica e la libertà più assoluta. Accadeva negli anni ’80 e all’inizio dei ’90, quando la cultura dei club era molto diversa da oggi, quando il mondo non era iper-connesso e quando ancora c’era bisogno di trovare degli spazi di libertà al di fuori di comfort zone sociali come potevano essere le discoteche “pettinate”, perbene, eleganti, e poco inclini a una certa proposta musicale e di costume. Se il fenomeno ha avuto una forza d’urto potentissima nell’Inghilterra thatcheriana e nella Germania dell’Est dei tardi anni ’80, due realtà sociali differenti ma unite da prospettive tutt’altro che rosee e tutt’altro che libertarie, una ragione ci sarà. 

L’atto di festeggiare in questo modo nasce da un punto di ribellione, un tratto comportamentale che probabilmente non scomparirà mai nell’essere umano. Il termine rave ha iniziato a diffondersi in prevalenza negli anni ’50 in Inghilterra ed era usato per descrivere le feste più selvagge e bohémien della allora fiorente e alternativa cultura giovanile. Coloro che avevano una sete insaziabile durante la propria ricerca del piacere erano chiamati ravers. Con l’avvento dell’era hippie, a metà degli anni ’60, il termine è entrato nel dimenticatoio, come fosse entrato in un periodo di letargo. Quando gli anni ’70 erano al culimine parole come come cool, groovy e soprattutto rave diventarono démodé.

 

Dal 1979 al 1990, le politiche neoliberiste del primo ministro eletto del Regno Unito Margret Thatcher crearono uno sfondo sociale perfetto per l’ascesa fulminea della cultura rave. La filosofia politica del thatcherismo ribaltò le regole. La bassa tassazione, la privatizzazione delle industrie di proprietà statale e uno stato sociale ridotto portarono i cittadini britannici a un ruolo marginale nella vita quotidiana. In risposta all’egemonia della destra molti tuttavia reagirono usando i rave come segno di ribellione ed espressione creativa.

L’arrivo, lo sviluppo e il diffondersi di vari generi madre della musica dance come la house, la techno e soprattutto la acid servirono come rottura e colonna sonora costante di un pensiero in contrasto con la natura schiacciante del libero mercato. Inizialmente, le produzioni musicali giungevano dagli USA e dalla testa di musicisti avanguardisti che si dilettavano a creare tracce di grane impatto e rottura rispetto a ciò che circolava a quel tempo, attraverso bassliner come la Roland TB-303 e batterie elettroniche come la Roland Tr-909. Erano i tempi di Larry Heard, Kerri Chandler e Frankie Knuckles, di Derrick May, Juan Atkins e Kevin Saunderson.

Suoni acidi e industriali, da città industriali come Detroit e Chicago, che necessitavano di location industriali, come hangar, magazzini e spazi in decadenza per esprimersi al meglio. Infatti, questo insieme di elementi fu tanto forte da creare un immaginario entrato di prepotenza nella collettività. Feste notturne a base di musica elettronica e la cultura rave ebbe inizio, quasi a dimenticare l’elevata disoccupazione e la disperazione che sentivano le comunità emarginate soprattutto nel Regno Unito, in particolare la città di Manchester, che fissò un nuovo standard per le feste che si protraevano sino all’alba a base di acidi e acid house, tutto questo mentre si diffondeva una cultura anti-giovanilistica da parte dei media nazionali. E ancora, nel disagio della Germania Est o nel tessuto sociale di una città come Detroit, in forte declino a causa della crisi del settore automobilistico, che proprio lì aveva numerosi stabilimenti delle principali Case produttrici.

Dj come Paul Oakenfold, Danny Rampling, Nicky Holloway e Carl Cox diventarono dei portabandiera della cultura rave e sfruttando la tendenza della meta vacanziera preferita degli inglesi, Ibiza, sempre generosa a offrirsi come laboratorio sonoro. La parte essenziale per il successo e la consacrazione della scena è stato l’abuso forsennato delle droghe psichedeliche come l’LSD e l’ecstasy. Shoom, a Londra, diventò una delle feste in tema di acid house più popolari dell’epoca: sui propri volantini veniva mostrata una faccina sorridente e di un giallo brillante, simbolo distintivo del movimento. Era lo smile e in seguito avrebbe riguardata la moda e il simbolo di riconoscimento di un credo e di una tribù sempre più estesa. Entrò così in vigore il Criminal Justice Act, disegno di legge sulla giustizia penale. Era il 1994 quando il governo inglese emanò la serie di disposizioni che imposero, tra l’altro, il divieto di riunirsi senza autorizzazione, la possibilità di sequestrare gli automezzi e le attrezzature tecniche, considerando reato anche il mancato allontanamento dal luogo della manifestazione dopo l’intervento della polizia.

 

In Italia il trend iniziò a prendere piede tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90. Presso il Doing di Aprilia il ‘The Rose Rave’ attirò migliaia di giovani. Il Mugello fu teatro del ‘World Beat Dance Festival’ e nell’occasione un ragazzo di 19 anni perse la vita a causa di una coltellata causata da una rissa. Memorabile fu quello con Digital Boy a Pantigliate, alle porte di Milano, e Stop The Racism a Monterotondo, in provincia di Roma. Negli annali finirono i set di Lory D, Mauro Tannino, Andrea Prezioso e Leo Annibaldi. Le feste si spostarono prima in diversi centri sociali e successivamente in capannoni in disuso e in fabbriche abbandonate.

Macchine che generavano co2, laser e bastoncini luminosi e colori fluo furono sempre più la cornice della dance più underground e lontana dalle classifiche di Top Of The Pops e dal restante mainstream. Era la seconda Summer of Love, un movimento di controcultura simile alla festa omonima di San Francisco e basata sul passaparola. La crescita del fenomeno rave non passò inosservata, soprattutto a causa del largo consumo di stupefacenti, e nacquero termini come free party e teknival, realtà accomunate da reduni a base di musica techno sparata da mastodontici soundsystem, balli sfrenati e droghe. L’accesso all’eccesso, insomma, e un’idea che non passa mai di moda come si è potuto notare durante gli ultimi episodi nel nostro Paese.

Infatti, collegando il passato al presente, possiamo riflettere su due constatazioni. La prima è che se la musica da sempre associata alla golden age dei rave è tornata prepotentemente di moda nelle ultime stagioni, e parliamo di una techno dura e veloce così come di una melodic techno che sembra invece riprendere in modo piuttosto fedele gli stilemi di una certa trance progressiva e “mentale”
; la seconda, e in un periodo come questo di assenza forzata di serate e di clubbing è una conseguenza piuttosto naturale, è il ritorno, o meglio una certo ritorno di attenzione mediatica, su quella ampia galassia di eventi, feste, teknival più o meno legali, più o meno vicini alla scena “ufficiale” della club culture, che è stata sotto i riflettori nell’ultimo anno e mezzo.

 

E proprio questo tasto, così delicato e troppo spesso affrontato in maniera ambigua dall’opinione pubblica, è da sempre – e specialmente nell’ultima, polemica estate italiana – motivo di attriti e di falsi miti intorno ai rave e al loro contesto. Nel mese di luglio 2021 abbiamo organizzato due rave in location molto distanti da città e paesi limitrofi” ci racconta uno degli organizzatori dei due rave illegali che si sono svolti sul Garda la scorsa estate. “La nostra idea era quella di creare un raduno per tanti ragazzi che dopo questo lungo periodo sono stati totalmente abbandonati dallo Stato. Non vogliamo negare l’esistenza del Covid ma crediamo che chi governa non abbia nemmeno tentato di offrire alternative reprimendo qualsiasi tipo di iniziativa e obbligando migliaia di persone a lobotomizzarsi a casa davanti ad uno schermo”.

Un punto di vista decisamente divergente da quello riportato su molte testate nazionali ai tempi. Anche sulle dimensioni degli eventi siamo su due binari distanti: “stiamo parlando di eventi in cui erano presenti massimo trecento persone. Assembramenti che rispetto a quello che abbiamo visto per gli europei di calcio fanno ridere. Nel primo evento su trecento partecipanti abbiamo avuto due casi di contagio e altri sei che sono risultati negativi ai tamponi. Nel secondo invece non siamo nemmeno riusciti ad arrivare alla fine dell’evento” ci dice, per concludere sottolineando la durezza eccessiva del trattamento da aprte delle istituzioni: “le forze dell’ordine sono intervenute duramente e hanno sanzionato diversi presenti con fogli di via. Prova ad immaginare un ragazzo giovanissimo che si ritrova a non poter più frequentare i suoi amici perché non può entrare nel comune in cui vivono per due o tre anni”.

Uno scenario che, proiettato verso il futuro, non fa ben sperare, non solo per i metodi repressivi tutt’oggi riservati a chi cerca di organizzare certi tipi in autonomia – e nonostante vanno specificati sempre e comunque i contesti, tra loro diversissimi, in cui si muove il sottobosco dei party non autorizzati – ma soprattutto per una totale mancanza di dialogo con quegli anelli della catena che possono aiutare a prevenire le situazioni peggiori che possiamo immaginare. Roberto Marra, volontario per ITARDD-Network Italiano Riduzione del Danno, associazione presente all’altro evento di cui tanto si è discussi sui media italiani nei mesi passati, quello di Viterbo, e che si è occupa dei LEA (livelli essenziali di assistenza), ci porta il suo punto di vista. “Ho partecipato in prima persona al rave che si è svolto nei dintorni del Lago di Mezzano. Come volontario di un’associazione che si occupa di riduzione del danno sono stato impegnato la maggior parte del tempo in svariate attività di assistenza alle migliaia di persone presenti. Il nostro ruolo in questi eventi è quello di aiutare le persone attraverso la sensibilizzazione, la prevenzione e la consapevolezza. Nel concreto ci occupiamo di fornire una prima assistenza a chi dovesse stare male per gli effetti delle sostanze stupefacenti, con un aiuto pratico ed un sostegno psicologico”ci spiega.In un contesto come quello dei rave può accadere che le persone necessitino di idratazione d’urgenza, di assunzione di zuccheri, di espulsione di alcolici o semplicemente di rassicurazioni qualora non avessero un’adeguata predisposizione mentale per l’utilizzo di determinate sostanze. Inoltre forniamo a titolo gratuito delle analisi sulle sostanze che le persone intendono utilizzare, in modo da comunicare loro se ciò che credono di assumere sia realmente quella sostanza, non abbia subito alterazioni a scopo di lucro e non presenti percentuali di principi attivi sospette”. Fantascienza? No. In molti Paesi europei il tabù dell’assunzione di sostanze è ormai caduto. Sappiamo che tra chi va a ballare c’è chi fa uso di sostanze. Facciamo in modo che questo uso sia il più possibile controllato e protetto, invece di rifugiarci in un miope proibizionismo di facciata. “Indichiamo loro il dosaggio adeguato sulla base di studi scientifici per evitare di incorrere in conseguenze inattese e gravi.
 L’associazione per cui sono volontario fa parte dei cosidetti LEA, ovvero i livelli essenziali di assistenza, e la legge italiana predispone che a qualsiasi evento di questo tipo, legale o illegale, siano presenti stand che si occupano di questo tipo di attività. Devo constatare con dispiacere che molte volte i questori e gli organi preposti vengono meno al rispetto di questa indicazione giuridica e che le nostre attività sono perennemente sottofinanziate.
 Spesso mi domando quanti danni si potrebbero evitare se all’esterno delle discoteche e dei rave ci fossero servizi informativi ed operativi di questo tipo”. Una riflessione amara che fa il paio con una considerazione interessante, con cui Roberto si congeda da noi: 
”sono rimasto presente al rave fino alla giornata di lunedì e non ho partecipato alla chiusura. Ho vissuto in un clima distensivo e non ho notato molte delle distorsioni riportare dai media. Non intendo dire che il mondo dei rave sia tutto rose e fiori, ma probabilmente c’è stata una forte strumentalizzazione di natura politica per utilizzare questo tema a fini propagandistici ed elettorali. Spero che in futuro il dibattito si possa spostare su tematiche costruttive comprendendo che diecimila persone riunite non possono essere fermate e che se intendono continuare ad organizzare rave lo faranno con o senza il permesso delle isituzioni”.

Ed è l’ideale chiusura del cerchio: la storia della cultura rave racconta di forzature delle leggi, di illegalità, talvolta anche di disprezzo delle regole. Ma si tratta quasi sempre di un’onda d’urto della reazione generata da un’azione uguale e contraria. Non è tutto giusto, non è stato e non è tutto virtuoso, questo lo sappiamo. Ma la storia della cultura rave è portatrice di numerose abitudini e costumi che poi si sono riverberati anche i contesti più tradizionali e istituzionali. E questo, è un valore di cui non dovremmo mai dimenticarci.

 

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