Sabato 10 Aprile 2021
Interviste

Rexanthony e la corsa costante contro il tempo

Sin dall’inizio della propria carriera produce con istinto, senza seguire un preciso filone musicale. Ultimamente sta approfondendo il proprio interesse per la musica trance. Storia di un ragazzo prodigio che investe tutto nella ricerca sonora

Il progetto Musik Research ha preso vita negli anni Ottanta grazie alla passione musicale coltivata dai suoi genitori, la madre, la mitica polistrumentista elettronica Doris Norton, e il padre, il compianto giornalista, sperimentatore e produttore Antonio Bartoccetti. Insieme, i due hanno coltivato il talento del figlio prodigio che sarebbe diventato protagonista nel mondo partendo dal Cocoricò, e capace negli anni Novanta di raggiungere una popolarità mainstream prima di dedicarsi a progetti concentrati su techno e trance. Oggi, Rexanthony è grande in tutti i sensi: di età (ha superato la soglia dei quaranta) e popolarità. Da tempo è un produttore e live performer amatissimo nell’ambito della musica elettronica.

Anthony porta avanti lo sviluppo del suo laboratorio di ricerca musicale, inizialmente assemblato con una serie di sintetizzatori analogici, rack modulari, sequencer, primissimi campionatori, mixer analogici, registratori a bobina e svariati chilometri di cavi. Questo spazio da tempo aggiornato è l’ambiente in cui trascorre più ore in assoluto, durante l’arco della giornata, “per cui l’aspetto deve risultare piacevole e confortevole onde non appesantire ulteriormente le lunghe sessioni affrontate quotidianamente per la produzione”, sottolinea il produttore marchigiano.

 

Il progetto del nuovo studio è nato interamente da te?
Sì! E per realizzarlo, fisicamente, ovviamente mi sono rifatto a una squadra accuratamente selezionata: a partire da muratori, elettricisti, squadre di smaltimento, tecnici del suono e tutte le altre maestranze del caso. Essendo piuttosto esperto anche di grafica ho creato al computer un modello in 3D di quello che poi è diventato lo studio desk reale curando ogni minimo dettaglio: mi sono recato personalmente nelle falegnamerie per scegliere il materiale, ho fatto assemblare il tutto da un ex falegname artigiano tipico del nostro piccolo paese, per poi completare il desk con una fantastica verniciatura finale (bianco laccato lucido) presso il mio carrozziere di fiducia, Daniele Pavoni. La soddisfazione è tanta nel sapere che il mio studio desk è un pezzo unico al mondo, è qualcosa di elettrizzante.

Una tra le più recenti produzioni realizzate qui è ‘See In Your Eyes’.
È un brano che richiama volutamente le sonorità tipiche della trance anni 2000, che personalmente adoro. Una traccia composta a Rimini dal team di produzione Pilot Of The Dreams, capitanato da Lorenzo Del Bianco e Giuliano Lepri, e mixata e masterizzata nel mio studio. Sono molto soddisfatto del risultato ottenuto: il consenso di pubblico e quello degli addetti ai lavori è stato molto positivo, oltre ogni aspettativa anche a livello tecnico. Questo significa che, oltre alla mia competenza i monitor Focal e la fonoassorbenza dei pannelli acustici Sound Tech di Macerata, di Giacomo Stracci, svolgono perfettamente la loro mansione. Gli stand di IsoAcoustic hanno ottimizzato il mio lavoro.

Non si finisce mai di studiare e imparare? Nemmeno dopo aver collezionato nel proprio curriculum diverse prime posizioni in molti Paesi?
No, nemmeno dopo aver goduto nel vedere un proprio videoclip (‘Polaris Dream’, hit del 1995) in heavy rotation su MTV Europe. Far parte attivamente di questo mondo dai primi anni Novanta e la voglia costante di ampliare le proprie conoscenze mi ha portato a una approfondimento di quasi tutti gli aspetti necessari per tenere attivo uno studio di incisione professionale e una label assolutamente al passo con i tempi moderni. Non c’è cosa più sbagliata nel vivere sugli allori dei vecchi successi e, ancor peggio, dell’auto-convincimento di sapere tutto.

 

La creazione di musica è totalmente influenzabile dall’aspetto motivazionale?
In questo aspetto il produttore gioca un ruolo fondamentale. Un po’ come il coach di una squadra di calcio: i risultati arrivano se c’è positività e unione da parte di tutti. La mia specializzazione tecnica inizia dalla registrazione della prima nota di un brano, fino alla consegna del master finale. Durante questo percorso si attraversano svariati processi che richiedono fantasia, buon gusto ed esperienza: si parte dalla composizione, alla stesura, selezione dei suoni, mixaggio, ampio utilizzo dei plugin, sapiente gestione dell’effettistica e l’infinito mondo che ruota intorno al processo finale: il mastering.

 

Durante la tua infanzia ascoltavi le tipiche sonorità dance per poi vivere in prima persona l’exploit della techno dei primissimi anni Novanta.
Sono nato e cresciuto con la musica elettronica e, a parte qualche parentesi durante il cammino in cui mi sono avvicinato a generi un po’ lontani dalla club culture, seguendo il death metal alla Sepultura e Machine Head, il big beat di Chemical Brothers e Prodigy, l’hard rock alla Black Sabbath e alla Led Zeppelin. Sono comunque rimasto fedele al mio primo amore: la musica elettronica. Se entriamo nel dettaglio di questo genere, notiamo che non esistono regole per entrare in sintonia con me.

In veste di ghost, dietro le quinte hai curato la produzione di diversi artisti EDM.
Alcuni brani di livello sono entrati nella Top20 Club di iTunes e trasmessi da importanti radio italiane e web radio internazionali. Tracce tecnicamente ben fatte e in perfetta linea con lo stile della primissima fase del genere, alla Hardwell per intenderci e che non sarebbero mai potuti uscire sotto con il mio nome, storicamente legato a una realtà diversa, più di nicchia e decisamente più techno. Abbiamo stretto poi un accordo di collaborazione con l’umbra Ozono Records di Valerio Cardone, che è anche il mio nuovo manager.

 

Oggi senza il supporto dei brand è difficile muoversi.
Abbiamo deciso di riaprire un canale (accadde negli anni Novanta con aziende come SPX) dedicato alla sponsorizzazione da parte di aziende che producono abiti e oggetti di tendenza, per dare un aspetto anche fashion al nostro centro di produzione, che si abbina perfettamente al discorso immagine e social. Una recente joint venture è con Valvola Fashion. Il mio ruolo riguarda la direzione artistica della label, la strategia promozionale e naturalmente la produzione dei brani in studio. Non nascondo di essere da sempre anche un appassionato di grafica e video per cui nel poco tempo libero mi dedico all’approfondimento di software che poco hanno a che fare con il mondo musicale.

Gestire uno studio di registrazione e una label significa essere imprenditori di se stessi?
A differenza di chi fa un lavoro dipendente, sì, e sei costretto a tenere il cervello attivo da quando ti svegli fino a quando chiudi gli occhi prima di addormentarti. Anni fa un artista doveva preoccuparsi esclusivamente dell’aspetto compositivo per poi consegnare il tutto alla casa discografica e finiva tutto lì. Oggi non esiste più questo passaggio, bisogna curare tutti gli aspetti, dalla a alla z, e se non lo fai con passione, costanza e professionalità, rischi di perdere visibilità e finire nel dimenticatoio. È una corsa costante contro il tempo.

 

Sei ancora un amante della strumentazione vintage?
Lo ero. Sono nato in mezzo ai nastri, ai sintetizzatori, ai chilometri di cavi che attraversavano da una parte all’altra lo studio. Ho suonato e programmato quasi tutti i synth vintage presenti sul mercato e l’ho fatto con molto interesse. Ma dopo quasi 30 anni, avendo anche una mentalità molto moderna e vicina alle comodità che tecnologia moderna ti offre, ho deciso di allestire il mio nuovo studio eliminando almeno il 90 per cento dell’analogico o comunque delle macchine esterne.

Oggi si può monetizzare fondalmente solo attraverso un paio di canali: lo streaming e il booking.
Per monetizzare bene con lo streaming è necessario entrare in un giro di playlist mondiali così da riuscire ad ottenere almeno 4-5 milioni di stream per ogni traccia pubblicata. Sotto a queste cifre i riscontri economici sono veramente ridotti al minimo e di certo non bastano per sostenerti autonomamente. Cosa diversa per il booking: per questo, in veste di producer, ritengo importante la selezione di un artista non solo in base alla qualità emozionale del demo che ci invia, ma anche alle sue possibili capacità come performer o dj.

 

Dal 1991 al 1998 in studio veniva utilizzato un potentissimo computer portatile della IBM associato a un sequencer virtuale che in pochissimi conosceranno.
Si chiamava Forte. Con questo sistema ho tirato fuori hit internazionali tipo ‘For You Marlene’, ‘Capturing Matrix’, ‘Polaris Dream’ oltre a tutta la serie ‘Techno Shock’ e ‘Cocoricò’. Il mixer era analogico, uno Yamaha 32 canali, e i primi master venivano riversati addirittura su cassette Beta e successivamente su Dat. Nel 1998 c’è stato un cambio radicale e si è passati ad Apple, alle interfacce audio Pro Tools e a software come Logic (che all’epoca si chiamava anche Notator). Da quel momento è stato amore a prima vista, dato che ancora oggi utilizzo Apple e Logic. Oggi lavoriamo con Logic Pro X implementato con una lunga serie di plugin di terze parti, tra cui Komplete Ultimate della Native Instruments. Ogni mia produzione in media è formata da 90 per cento virtual e 10 per cento hardware.

Hai un trucco da svelare ai lettori di DJ Mag Italia?
Credo che il mondo dei producer sia un po’ come quello della magia: per cui se da una parte è figo strabiliare il pubblico mostrando le proprie capacità, dall’altra parte in pochi hanno voglia di svelare i segreti che ci sono dietro per arrivare a quel risultato. Voglio fare uno strappo alla regola suggerendo un primo piccolo aneddoto a tutti i nuovi produttori ‘da cameretta’: quando si inizia un brano nuovo c’è una regola importante da seguire così da agevolare in futuro colui che dovrà lavorare sul mixing e sul mastering: il volume della del kick non deve mai superare i -7 db.

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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