Domenica 16 Dicembre 2018
Clubbing

Richie Hawtin ha portato “Close” nel Castello

Una giornata particolare per un evento unico sotto molti aspetti: line up, scenografia e location.

Il ritorno di Richie Hawtin in Italia si è consumato alcune settimane fa nella sua veste canonica, quella del dj che nel corso degli anni ha saputo reinventarsi più e più volte, rimanendo sempre e comunque al vertice dell’immaginario collettivo legato al mondo della musica elettronica. Nel corso degli ultimi anni però il rapporto tra il fu Mr. Plastikman ed il pubblico sembrava aver subito una brusca sterzata, generando il consueto odi et amo tipico di chi non si riconosce più nelle vesti del proprio beniamino. Il litigio al Berghain con conseguente ban dal locale, un numero esagerato di date a Ibiza per promuovere un brand molto distante dalle origini di questo artista ed infine il celebre lancio di cdj e casse dalla consolle in un momento evidentemente troppo teso per la sua carriera. Da quel frangente qualcosa però dev’essere cambiato nella testa del dj canadese. L’addio a Ibiza, la ricomparsa nelle line up di festival molto credibili quali Unsound e Dimensions, il ritorno a dancefloor più intimi ed infine il lancio di “Close – Spontaneity & Synchronicity” hanno rimesso Hawtin su una mappa dalla quale rischiava di essere estromesso.

 

 

La cornice scelta per l’occasione è davvero invidiabile poiché si tratta del Castello Scaligero di Villafranca, un luogo suggestivo che nel contrasto tra innovazione e storia enfatizza ancora di più la propria bellezza. A fare gli onori di casa durante gli ultimi scampoli di un pomeriggio assolato e caldo è Ben Klock, altro nome che necessita di ben poche presentazioni. Il Berghain hero parte a regime moderato anche se i BPM sono piuttosto alti a dispetto dell’orario. Il suo è un set solido che scopre poco i fianchi alla critica, in cui si inseriscono perfettamente alcune delle sue produzioni più celebri tra cui ‘You’, e che riesce a divertire il pubblico presente anche se Ben soffre la collocazione nella timetable. Un piccolo dazio da pagare visto che l’estate porta inevitabilmente un accumulo importante di date per artisti di questo peso e, conseguentemente, tempi molto stretti tra due o più performance nel corso della stessa giornata.

 

 

Dalla Germania all’Inghilterra il passo è breve grazie a Daniel Avery, artista di estrazione completamente opposta a quella di Klock, ex musicista Indie, divenuto dj grazie all’ispirazione di Andrew Weatherall e Optimo. Il suo un set meno introspettivo che strizza l’occhiolino alle derive ipnotiche di Border Community e ai richiami acid che si sono fatti sempre più presenti nel corso degli ultimi mesi. Il colpo d’occhio adesso si fa invidiabile ed il pubblico inizia a colmare gli spazi concessi dalle mura creando un mood che sicuramente permette ad Avery di centrare il bersaglio con il suo set. Colpiti ma non affondati perché cala il tramonto e tocca ad un altro nome attesissimo: Joseph Capriati. Il dj partenopeo si trova a dover gestire la posizione di antipasto prima del piatto forte, seppur un’ampia fetta di pubblico sia presente per lui e non faccia fatica a dimostrarlo. Capriati dal canto suo fa ciò che deve e per le due ore a seguire non cala d’intensità nemmeno per un istante. Lo schema è quello di chi il dancefloor ha imparato a leggerlo molto bene. Ritmo incalzante, break e ripartenze ad hoc per infiammare i presenti inserendo di tanto in tanto qualche vocal per decomprimere. Il suo set scorre riscuotendo consensi e dimostrando che Capriati non è più la giovane promessa che abbiamo imparato a conoscere ma un artista ormai consolidato che sa capitalizzare al meglio la situazione dinnanzi a sé.

 

 

Scende il silenzio mentre sono ormai più di cinquemila le persone in attesa del loro eroe. Cambio palco di precisione chirurgica mentre dal basso si leva del fumo e alcune sinistre luci rosse illuminano scarsamente lo stage. Che Hawtin sia un grande storyteller nella cura dei suoi progetti non v’è dubbio e si percepisce sin da subito grazie anche a questi dettagli. Ora tocca a lui, da solo al centro del palco, in mezzo a due banchi macchine e a una serie di camere che riprendono ogni sua azione. Il crescendo è lento e focalizzato su pochi ed essenziali suoni, caratteristica che ci riporta molto più all’immaginario Plus 8 che a quello M_nus. La prima parte del live tuttavia risente di questa staticità anche da un punto di vista visivo ed iniziamo a credere di aver preso un abbaglio. È però proprio quando tutto sembra deciso che Hawtin dà una brusca sterzata. La struttura di kick, snare e hi-hat ridotta all’essenziale viene arricchita da chord e synth. Le bassline si fanno più profonde e, scomparsa la coltre di fumo, si scatena lo spettacolo visivo alle spalle dell’artista canadese. Il gioco è fatto e per un’ora abbondante Hawtin fa quello che molti fan della vecchia guardia hanno rimpianto e desiderato per tanti, forse troppi, anni. Si ritorna ai tempi di ‘Hardtrax’ e ‘Orange’ con buona pace di chi si aspettava ‘Yeke Yeke’. Un flanger e la chiusura di un loop però ci riportano improvvisamente alla realtà. Occhio di bue sul protagonista e la scritta ‘CLOSE’ che campeggia sul ledwall. Hawtin ringrazia e saluta lasciandosi alle spalle la folla stordita da questo viaggio. Il tempo di riconnettersi con la realtà ed applaudire lo show dell’artista canadese.

 

 

Sicuramente produrre un evento così ambizioso in una cornice così delicata è stata una sfida che ha richiesto anni di esperienza, qualche necessario errore e molta pazienza. Ma alla fine del tortuoso cammino ciò che resta è la soddisfazione di aver coniugato il mondo della musica elettronica internazionale, grazie ad alcuni suoi esponenti di spicco, con tutto ciò che artisticamente ci viene invidiato nel resto del mondo. I grandi stage costruiti nei palazzetti possono togliere il fiato ma quando si parla di scorci storici in cui riportare i giovanissimi, grazie alla musica, noi possiamo giocare davvero un altro campionato.

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