Domenica 18 Agosto 2019
Costume e Società

L’integralismo del vinile genera mostri

 

Titolo provocatorio. Ora ho la vostra attenzione? Ma soprattutto: il vero dj è quello che usa il vinile? Una questione ormai tanto dibattuta da essere logorante e obsoleta, eppure il dibattito si accende sempre all’associazione delle parole “dj” e “vinile”. Analogico o digitale? E’ come il sesso degli angeli o la verginità di Maria. Dubbio amletico o dogma intoccabile. Le rivalità o comunque le discussioni (siamo civili, via) intorno all’eterna dicotomia su quale sia il supporto migliore e “vero” (????) per identificare un dj conoscono di tanto in tanto un’impennata. Com’è successo la settimana scorsa, con il post di Stefano Fontana su Facebook che ha innescato una vera e propria bomba a orologeria. Lo leggete qui sotto, ma per i più pigri ecco una frase che lo riassume bene: “che rottura di coglioni fotonica tutto questi articoli sul perché era meglio usare il vinile piuttosto che i cd o il computer… basta!”. Vi spiego perchè ha tutte le ragioni del mondo.

 

 

Orgoglio e pregiudizio

Quella del vinile è una fissa diventata filosofia, ragione di vita, orgoglio e pregiudizio. Nel senso che tutte le caratteristiche positive di un amore per un oggetto e per uno strumento e stile di lavoro rischiano di degenerare nel pregiudizio verso ciò che invece è, appunto, solo un modo di operare. Con questo non voglio dire che chi usa il vinile sbaglia, figuriamoci. Tutt’altro. Siamo nel 2017, chiunque può utilizzare ciò che preferisce e ama di più. È l’intransigenza a essere un errore. Sempre. E tanto più in un ambito artistico, dove si dovrebbe essere di mente aperta per definizione. Il fatto è che fa figo dire “io suono solo in vinile”, o ancora di più vantarsi perchè “il suono è un’altra cosa” e altre frasi ad effetto di questo genere. Cioè, il suono effettivamente è diverso, ma che sia migliore, beh, dipende da tanti altri fattori. Il disco è stampato come si deve? Alla base c’è una produzione o un trattamento (mix, compressione, utilizzo di strumentazione adeguata, mastering) che permette di far suonare il vinile secondo parametri funzionali al supporto? Un giorno ero nello studio di Phra Crookers ad ascoltare suoi pezzi e demo, su un paio di cose era scontento perchè erano destinate al vinile e poi la label pensava a una relaese in digitale senza un master diverso. Ora non entro nei dettagli sulla soglia di dB e sui picchi di RMS o sulle dinamiche del suono e della sua onda, sono tecnicismi che annoiano chi non è mai stato in uno studio. Ma vi assicuro, uno come Crookers su queste cose mollatelo perchè potrebbe fare lezioni all’università. A differenza sua, invece, molti di quelli che alimentano il dibattito hanno due gravi bug di base: non sono dj e non sono produttori; oppure sono dei dj vecchissima scuola per cui tutte le meraviglie del digitale sono l’inferno, tipo la macchina fotografica che ruba l’anima agli indiani nel vecchio West, o Whatsapp per mio padre, commercialista 70enne che dà ancora dei punti a tutti su giurisprudenza, diritto e fiscalità, ma è tremendamente a disagio con uno smartphone in mano o le compilazioni online.

 

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Filosofia vs tecnologia

Il problema allora non è la tecnologia, è altrove. Detto così sembra che io odi il vinile e sia un fan sfegatato della modernità. Non è così. Sono un dj che ha iniziato con i giradischi, che ha comprato quintali di vinili per tanti anni e che continua a comprarli, con la rilevante differenza che un tempo compravo i CD per ascoltare gli album e i vinili per suonare in giro, oggi avviene esattamente il contrario: la comodità del digitale me la tengo buona per le serate, i vinili sono lo sfizio (spesso deluxe) che mi concedo per ascoltare con la giusta calma i dischi che ritengo doverosi assaporare lentamente. Traditore? Rinnegato? Puntualizzo che non sono un dj da cachet stellari o da cinque serate a settimana, e che non ho pretese di consolle o impianti alla David Mancuso, sono semplicemente dell’idea che ciascuno di noi può felicemente scegliere se suonare con una borsa di dischi, dei CD, delle pratiche USB, dei software, dei software manipolabili via vinile, delle cassette (c’è chi lo fa, sì), o anche tutti questi supporti insieme. Satoshi Tomiie, non certo l’ultimo arrivato, sperimenta con i set dall’iPad e dall’iPhone, vogliamo dirgli qualcosa? Dire che è meno credibile dello scarsone che arriva al bar del paese pensando di essere all’Amnesia di Ibiza con quattro piatti e puntualmente “cavalla” ogni mix? Sven Väth suona con i suoi dischi e non fa una piega, ho sentito due suoi set molto belli nell’ultimo anno. Altri dj fanno magie manipolando in tempo reale tutto il manipolabile grazie ai software che permettono set “aperti” dal punto di vista creativo, con STEMS e tutto il resto. Il dj set più creativo che ho sentito nel 2016 l’ha fatto DJ Jam Central, un anonimo ragazzone di New York che ho sentito suonare in un ristorante/club jamaicano di Lower Manhattan dove è passato dal reggae roots all’EDM via trap, hip hop, funk, house. Con un gusto incredibile, una capacità di mixaggio fuori dal comune e una strumentazione che definire amatoriale è fare un complimento al suo negoziante. Ma mi ha ipnotizzato perchè era bravo. Punto. Il vinile è ritornato prepotentemente di moda per tante ragioni, alcune comprensibilissime: per un dj che ha una certa concezione della musica si tratta di filologia, di rispetto filologico per la storia della sua professione; per altri, e mi ci metto anch’io, il vinile è una questione emotiva. Un oggetto meraviglioso che racchiude in sè un immaginario favoloso e misterioso. Appoggiare la puntina sul disco che gira, il fruscio, il gesto di estrarre il vinile dalla copertina. Una gestualità iconica, quasi teatrale, che infatti ha accompagnato l’immaginario del dj per anni, definendolo in maniera fotografica e iconografica. Di cui siamo tutti innamorati. Tutti. Anche i millennials che si riconoscono nell’immaginario – molto più nerd ma a suo modo pure affascinante – del producer in studio ipnotizzato dal sequencer del suo software mentre becca la frequenza giusta per il kick. Ma non confondiamo quest’onda emotiva con una ragione culturale, e non cediamo alle istanze di chi vede nel vinile l’unico e il solo modo per essere dei veri dj. Sono spesso posizioni di comodo. Sven spacca anche con la chiavetta USB di riserva di sei mesi fa, ne sono sicuro. Ho sentito Kerri Chandler sostituire Carl Cox suonando techno con due ore di preavviso e fare un buon set. Non so se posso dire la stessa cosa di chi ha pretese da primadonna sul set up, a volte ho l’impressione che questa paura della modernità nasconda delle code di paglia. Impressione mia, eh, ma non ho mai sentito un dj “digitale” biasimare gli integralisti del vinile, anzi c’è sempre un rispetto austero. Viceversa, l’ammonimento a chi non usa il sacro supporto tondo nero. Tutto questo naturalmente non significa che esistano dj fantastici che suonano esclusivamente in vinile e hanno fatto di questa scelta uno dei punti di forza del proprio stile, con talento, classe e grande padronanza dello strumento (sì, ragazzi, mettere due dischi a tempo con i piatti è meno semplice che farlo con le USB).

 

 

Tutti sono dj

Ma filosofia ed estetica a parte, il senso del vinile è quello di suonare in un determinato modo, oltre che di far suonare i dischi in un determinato modo. Per forza di cose, un dj che suona un set in vinile avrà mediamente tempi più lunghi nel preparare ed eseguire un mix rispetto a chi può aver dati a disposizione su un monitor: eccezion fatta per i turntablist virtuosi dello scratch, il dj da vinile lascia “respirare” mediamente un disco più a lungo di quanto succede a un dj che in pochi secondi può mettere a tempo due file digitali grazie a uno schermo che indica la velocità a cui girano i brani e moltre altre informazioni. Questo dev’essere visto come un male? Non capisco. È come biasimare il contadino che usa il trattore invece de buoi per arare il campo. La tecnologia aiuta, e ha cambiato la concezione stessa della parola “dj” nel corso del tempo, dando a ciascuno l’opportunità di muoversi nel modo che ritiene più congeniale al proprio stile. Un dj dovrebbe sentirsi a disagio o “inferiore” perchè, magari nato nel 1996, non mixa con i vinili o non ha mai imparato quella tecnica? Non scherziamo. E non prendiamoci nemmeno in giro sul fatto che oggi tutti vogliono fare i dj, come recita il famo meme che gira in Rete) e con una consolle economica e un tasto SYNC possono farlo cani e porci. Mettere semplicemente due dischi a tempo non farà di voi un dj migliore di uno che tecnicamente traballa masa leggere il dancefloor. La storia ce lo insegna. Numerosi superstar dj non sono esattamente dei campioni di tecnica. Numerosi wannabe dj dal SYNC impeccabile non sono comunque originali o preparati per affrontare una serata. È come dire che oggi un bravo fotografo si giudica sui filtri o i like di Instagram, o che un ragazzo che vuole fare il calciatore è agevolato perchè comprarsi una divisa tecnica è meno complicato di trent’anni fa. Se ci sono delle lacune, restano. E se il dilettante viene messo in squadra, la colpa è del mister. Tradotto: se chi gestisce un club permette a uno scarsone di suonare, la colpa non è del wannabe dj (certo, un po’ di umiltà non guasta) ma di un sistema che permette a chi non ha la preparazione di dirigere un club di farlo, e mettere a suonare un brocco. D’altro canto, è pur vero che Instagram (nel nostro caso la tecnologia) esiste, è ampiamente utilizzato e sta cambiando i connotati anche al mondo della fotografia. Ma stiamo esulando dal discorso principale. La musica dance è per sua natura innovativa, e questo riguarda sia la sua struttura, sia i suoni, sia il mood in cui viene suonata. Mi fanno sorridere i dj integralisti del passato, forse non ricordano i giorni amari in cui questo mestiere era la serie B della musica, preso per il culo da orde di musicisti che vedevano il “mettitore di dischi” come il male assoluto. E ora fanno lo stesso con chi è più giovane e ha un approccio differente. Nonnismo in consolle.

 

Apocalittici e integrati

Cambia la musica, cambia il modo in cui suona, cambiano i supporti: un disco house, techno, EDM, bass di oggi ha una pasta completament ediversa da dieci o venti anni fa, ovvio. Spesso sono produzioni nate e finite interamente in digitale, ed è naturale che suonino bene in impianti e su supporti settati su quei parametri. Non suonano né meglio né peggio di prima, solo suonano adeguatmente ai tempi e alle tecnologie della nostra epoca. E da questo discorso stiamo lasciando fuori le performance live: pensate a KiNK o a Giorgia Angiuli. Fanno uno spettacolo incredibile e costruiscono ogni elemento dal vivo. Eppure non suonano con i vinili. Sul versante opposto, nemmeno Axwell^Ingrosso suonano con i vinili, e spesso ci sono delle parti di set confezionate a monte. Però questo permette degli effetti speciali che fanno divertire migliaia di persone e ha permesso alla dance di diventare popolare sui grandi palchi prima riservati al rock. È un male? No. È un’altra cosa. Basta riconoscerlo e rispettare tutte le differenze che un mondo come quello del djing ha saputo far nascere.  Dovremmo tutti esserne orgogliosi. Vedete, potrei stare qui a esplorare e spiegare ogni dettaglio per ore, ma alla fine ci annoieremmo e forse nessuno cambierebbe la propria visione. La dance è divertimento, inclusione, spirito di comunità. Che ognuno suoni con il supporto che preferisce, allora. Suonate bene, siate originali, create un racconto che sia solo vostro. Il vinile è parte del DNA di ogni dj, è un feticcio, ma non facciamone una religione. L’intergralismo genera mostri. Il resto sono chiacchiere da web.

 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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