Giovedì 02 Aprile 2020
Interviste

Il ritorno dei Cassius, il nuovo album e la Parigi post-attentati

 

 

La vita da producer. La nightlife in Francia dopo il 13 novembre. Mike D dei Beastie Boys. Un titolo suggestivo e misterioso. Tanti spunti per un’intervista speciale. Come se non bastasse l’uscita del quinto album dei Cassius, ‘Ibifornia’, a dieci anni dall’ultimo ’15 Again’.
La chiacchierata con Hubert Blanc-Francard, metà del gruppo, è andata al di là delle classiche domande di rito: si è parlato del ruolo del dj e del producer, di com’era e di com’è; di cosa significhi produrre i dischi di altri artisti; di come si vive la professione dell’intrattenimento nella Francia post-attentati.
L’album arriverà a fine agosto, pare, e non ho avuto ancora il piacere di ascoltarlo per intero; ci sono i tre singoli disponibili in digitale a dare un’idea della direzione intrapresa dal duo parigino: c’è il funk, con quelle chitarre e quei bassi sensuali e irresistibili; ci sono gli ospiti di lusso, come Cat Power, Mike D e – soprattutto – Pharrell Williams; c’è tutta l’esperienza maturata in anni di produzioni, remix, direzioni artistiche per band come i Phoenix, ora convogliata in canzoni che richiamano sì il mondo dei club, la danza, ma spostano notevolmente il baricentro verso il pop, e lo fanno con un gusto finissimo e fighissimo.

L’intervista nella sua versione integrale è su DJ Mag in edicola a giugno.

 

 

 

Ciao Hubert, inizio con il domandone: parlami del nuovo album. Voglio sapere tutto.
È un disco a cui abbiamo iniziato a lavorare tempo fa, tanto, direi. Non abbiamo fatto musica insieme per molto tempo, così ci siamo ritrovati in studio dopo un bel pezzo e abbiamo cominciato a suonare, a produrre, e a buttare giù diverse idee. Successivamente siamo andati a New York da Mike D dei Beastie Boys. Lui conosce praticamente chiunque, così nel giro di poco sono partite varie collaborazioni. Era una continua session, si registrava, arrivavano persone, musicisti, cantanti, è stato molto bello perché la sensazione era quella di una collaborazione molto amichevole, direi addirittura famigliare. Mike è fenomenale in questo, riesce a mettere tutti a proprio agio e il clima che si crea è rilassato e gradevole. ‘Ibifornia’ è il frutto di due anni di lavoro, e detto così sembra un’impresa titanica e sfiancante, invece è un album nato davvero in un clima di relax e di ottimo umore.

Sia tu che Philippe (Zdar, altra metà dei Cassius nonché produttore di fama mondiale, nda) avete una carriera più che ventennale, non soltanto come producer ma anche come dj. Due figure che da sempre vanno di pari passo, ma che nel tempo hanno cambiato notevolmente la loro interazione e la loro relazione. Cosa significava essere un dj e un produttore negli anni ’90 e cosa significa esserlo oggi?
Ottima domanda. Penso che all’inizio i dj venissero dalle radio, poi negli anni ’70 e ’80 sono arrivati i dj da club e i primi remixer, che tagliavano o allungavano i brani con degli edit fatti apposta per essere suonati e ballati in discoteca. Adesso tutti vogliono fare i dj ma partono dalle produzioni, il percorso è inverso. Prima eri un dj che entrava in studio per diventare “musicista”, oggi fai musica per poi andare a suonare in giro come dj.

 

 

Cassius_Photo_Action (f_300CMYK_foto di Pierpaolo Ferrari
Oltre alla musica firmata Cassius, voi avete anche una lunghissima esperienza nella produzione per altri artisti. Quali differenze ci sono – a parte quelle più ovvie – tra stare in studio a produrre un proprio brano ed essere i responsabili di una parte così importante del lavoro di qualcun altro? E come avete cominciato questo aspetto del vostro lavoro?
Abbiamo cominciato con l’hip hop. In Francia ci fu una prima significativa ondata di rap e hip hop, durante gli anni ’90. Più o meno a metà del decennio abbiamo conosciuto MC Solaar, all’epoca il più importante personaggio della scena francese, il più carismatico. E abbiamo iniziato a collaborare con lui in fase di produzione. Da lì sono stati molti gli artisti a cui abbiamo curato la produzione. Anche se, onestamente, è un lavoro di cui si occupa maggiormente Philippe. Lui è molto abile in questo, e molti artisti si sono affidati a lui nel corso di questi anni: Phoenix, The Rapture, One Republic, Kindness, giusto per dirtene qualcuno. Philippe è innamorato di questo mestiere, gli piace stare in regia e seguire il lavoro degli altri artisti. Io sono molto più incline alla scrittura e alla produzione. A un certo punto ho realizzato che sono più a mio agio quando devo occuparmi della mia musica, e sto davvero bene, è una cosa che amo.

Cassius è uno di quei nomi che nell’immaginario collettivo appartiene alla costellazione del primo French Touch, quella bolla che tra la fine dei ’90 e i primissimi Duemila ha conquistato il mondo. La formula era più o meno questa: house fatta di sample messi in loop, filtrati, un suono potente ma elegante, e una forte influenza jazz e funk per alcuni. Parigi era il centro del mondo. E oggi com’è, invece? Soprattutto, com’è la nightlife di una città che sta attraversando un momento molto difficile, dopo gli attentati del 13 novembre? Che aria si respira?
È tutto un pochino triste, sono sicuro che ci risolleveremo ma la gente è ancora impaurita, si esce la sera ma è molto difficile. Non ho vissuto la Seconda Guerra Mondiale ma mi sembra di essere tornati a settanta anni fa, si avverte un’atmosfera cupa, si percepisce il timore di non essere al sicuro. Fare il mestiere del dj in un contesto del genere, come puoi facilmente immaginare, non è semplice. Anzi, è proprio difficile. Noi dobbiamo far divertire le persone, ma i presupposti non sono buoni. Trasmettere una buona energia in questa situazione è un duro compito. Però credo che anche un lavoro come il nostro possa contribuire a non farci mollare e a farci risollevare.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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